VERSO IL 2019

L'8 settembre di Chiamparino

Il governatore convoca per la prossima settimana il tavolo della coalizione ma non scioglierà ancora la riserva sulla sua ricandidatura. Lo spettro di Fassino e la mancanza di alternative "credibili". Lavora a un fronte allargato in difesa del Piemonte

L’aveva promesso, anzitutto a sé stesso: “Non farò come Fassino”, che dopo tanto tergiversare sciolse la riserva sulla sua ricandidatura a sindaco di Torino solo una manciata di mesi prima delle elezioni. Eppure, il tempo passa,  l’appuntamento con le urne si avvicina inesorabile e Sergio Chiamparino non sa ancora che fare. E una decisione, men che meno definitiva, non arriverà neppure la prossima settimana, venerdì 7 o sabato 8, quando alla seconda convocazione del tavolo della coalizione farà il tagliando al cammino intrapreso giugno scorso in Via Baltea.

In mezzo c’è stato Baveno. Quel pomeriggio del 13 luglio le parole pronunciate dal governatore sulla necessità di un ricambio di contenuti e persone sembrarono aprire a un nuovo scenario e a nuovi protagonisti di quella che si annuncia come una delle imprese più difficili per il Pd in Piemonte. Quasi due mesi dopo, ma con un calendario della politica che nonostante il periodo estivo ha visto girare più fogli rispetto alle date, il quadro non è cambiato: pochi si sono fatti avanti a raccogliere la sfida e chi lo ha fatto, vedi Daniele Valle, non ha saputo andare oltre il perimetro sempre più angusto del proprio partito o, al massimo, dello schieramento tradizionale.

La stessa missione cui Chiamparino si è dedicato, confermando il suo impegno “ad esserci comunque”, indipendentemente dalla candidatura, ovvero un’operazione di ascolto e, magari, di scouting in quegli ambienti esterni alla politica, non pare aver sortito i risultati sperati. Il clima che circonda il centrosinistra non è, oggettivamente, uno dei migliori, per usare un eufemismo, e anche la tanto invocata società civile appare piuttosto refrattaria di fronte al sentore di sconfitta.

Si è nuovamente alla casella di partenza in un assai poco divertente e altrettanto promettente gioco dell’oca? Tutto lo lascia pensare. Dopodomani il presidente, che in questi giorni si è concesso qualche arrampicata meno ardua di quelle che si annunciano per il centrosinistra, arriverà ai settant’anni (a proposito, auguri!). Esattamente una settimana dopo ha segnato sull’agenda l’incontro con tutti i vertici dell’attuale maggioranza: non più un incontro pletorico come il precedente, allargato a consiglieri e parlamentari. Di solito in pochi si decide, ma in questo caso non sarà così. Il rischio che la data, l’8 settembre, finisca con il risultare beffardamente metaforica dello sbandamento nel Pd e in tutto il fronte che oggi governa la Regione sperando di continuare a farlo ancora, c’è.

Ai partiti e alle liste farà il punto della situazione che certo è mutabile nel quadro nazionale, soprattutto guardando a quel che potrebbe capitare nel centrodestra e nel rapporto tra Lega e Cinquestelle nella non improbabile declinazione territoriale, ma che assai poco è cambiata in casa propria. Il Pd ha davanti a sé un congresso nazionale, che però non si sa quando si farà. Qualcuno si agita forse troppo lasciando trasparire logiche più di corrente che non di sistema. La stessa partecipazione di Mauro Salizzoni a un dibattito marcatamente di area – con l’ex ministro Andrea Orlando e la senatrice Anna Rossomando alla Festa dell’Unità – pare non sia stata particolarmente apprezzata dal Chiampa che pure (o proprio per questo) era stato colui che aveva indicato il luminare dei trapianti come una risorsa importante non escludendo una candidatura alla presidenza, prospettiva sempre meno probabile.

Ben nitida, invece, resta l’idea di Chiamparino di allargare il campo in base alla quale si è mosso nella sua esplorazione estiva con la consapevolezza dei tempi imposti dall’appuntamento elettorale della prossima primavera, che tuttavia sono anche i tempi in cui molte cose potrebbero cambiare nel campo avversario e nella stessa azione e compagine di Governo. Proprio il rapporto, se così si può definire, col il Governo su questioni nodali per il Piemonte come la Tav e le infrastrutture in genere, sta vedendo in Chiamparino il pressoché unico front-man. E questo non solo per il suo ruolo istituzionale. Lo scontro a distanza con il ministro Danilo Toninelli è indicativo, oltreché sostanziale.

Certo non basta questo al centrosinistra per proporsi agli elettori, ma oltre a difendere lo sviluppo di una regione penalizzata – vista la posizione certo non barricadera della Lega – potrà consentire al centrosinistra di motivare il rischio che la regione resti il vagone di coda anche nel caso il prossimo anno con una vittoria del centrodestra si agganciasse al treno di tutte le altre del Nord. Non basterà neppure questo. E in attesa di incrociare un sogno da realizzare a una realtà da governare, al centrosinistra non resta che aspettare ancora una volta le parole di Sergio.

Non saranno di entusiasmo, ma men che meno di resa. Forse, chissà di ulteriore apertura. Chi ne ha raccolto i pensieri in questi giorni ha avuto la sensazione di un ragionamento del presidente aperto a una sorta di "piemontesizzazione" della proposta agli elettori. In un momento, che si annuncia non breve, di crisi del Pd e dei partiti alleati, di forte necessità per il Piemonte di recuperare terreno rispetto agli altri territori del Nord e di guardare da soggetto attivo e per quanto possibile autonomo allo sviluppo, l’idea di connotare con maggior forza l’aspetto territoriale potrebbe risultare perlomeno interessante.

Le stesse linee di demarcazione con le forze sovraniste e populiste (che, nel caso della Lega, in questa loro mutazione hanno lasciato alle spalle la connotazione territoriale, togliendola non a caso pure dal simbolo) potrebbero trovare ulteriore evidenza, senza per questo limitare l’allargamento di campo indicato da Chiamparino, il quale in un non lontano passato mostrò più di un’attenzione al cosiddetto partito dei sindaci. Insomma, declinare la richiesta di maggiore autonomia che viene fatta a livello istituzionale anche in chiave politica.

Resta, comunque, il tema anzi il problema del candidato presidente. Anche su questo non arriveranno risposte, indicazioni o sorprese da Chiamparino nell’incontro con la maggioranza. Quanto detto a Baveno resta, ma resta anche l’impegno a non tirarsi indietro, a non farsi da parte in una circostanza tra le più complicate per il Pd e il centrosinistra. Come saranno coniugate le due posizioni ribadite dal presidente? Nel caso il nodo di una candidatura non si riesca a sciogliere in tempi brevi e con una prospettiva capace di ribaltare le grigie previsioni per il voto del prossimo anno, lo spettro di Fassino potrebbe aleggiare ancora di più sulla testa di Chiamparino.

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