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POLITICA & GIUSTIZIA

Appendino vuoti il Sacco

L'assessore è il perno di un "sistema" familistico e di potere che si sta sgretolando, e non sotto i colpi della magistratura. Perché, al di là di come si evolverà l'inchiesta su Pasquaretta e il suo presunto ricatto, per la sindaca si avvicina lo showdown

“Se parlo io, viene giù tutto”. Sembra uscire dal classico ganassa della commedia all’italiana la frase che Luca Pasquaretta avrebbe pronunciato, a più riprese e con parole diverse ma sempre inequivocabili: il pitbull che tiene al guinzaglio, anzi sotto ricatto, Chiara Appendino. Potrebbe essere una smargiassata, lo sfogo scomposto di uno che si sente scaricato alla disperata ricerca di “contatti e contratti” per sbarcare il lunario dopo essere stato messo alla porta. Magari non c’è nessun segreto indicibile da rivelare. E l’estorsione si rivelerà un giagnatesco “equivoco” come lo stesso indagato è sicuro di riuscire a dimostrare ai magistrati. Eppure la vicenda, al netto delle responsabilità penali da accertare e dell’immagine di una sindaca ricattata a sua insaputa, come uno Scajola qualsiasi, sul piano non potrà non avere conseguenze, a partire dalla tenuta del governo cittadino. Perché qui, quando ancora non si comprende se, come pare, esista un non marginale intreccio tra pubblico e privato e quanto profondo sia e quante figure contempli, il dato politico appare in tutta la sua evidenza e gravità. Con effetti che è facile immaginare dirompenti.

Probabilmente non immaginati dalla sindaca, ma forse subodorati da un altro protagonista di questa vicenda, forse il perno del “Sistema Appendino”: l’assessore al Commercio  Alberto Sacco. Nell’inchiesta la sua posizione è quella di “persona informata sui fatti” ma sul piano politico è quanto mai “persona coinvolta nei fatti”. Il quarantasettenne avvocato specializzato in problemi legali connessi alle attività commerciali, come evidenzia sul suo sito, mentre i magistrati già stavano lavorando alla presunta estorsione di Pasquaretta ai danni della sindaca avrebbe bussato a più di una porta di esponenti dell’establishment cittadino, tra quelli che siedono al famoso tavolo delle associazioni del mondo del lavoro pro Tav. Si racconta che l’assessore sia arrivato a mettere sul tavolo le proprie dimissioni, “se servono” ad accelerare una non meglio precisata svolta ai vertici dell’amministrazione comunale, interpretando pro domo sua il mandato ricevuto dalla sindaca di riallacciare i rapporti con le organizzazioni datoriali, trattate a pesci in faccia dai Cinquestelle in municipio nel famoso pomeriggio del voto sulla mozione contraria alla Tav in Sala Rossa.

Semplice coincidenza, oppure Sacco, legato da forte amicizia con Pasquaretta, ma anche con il marito della sindaca, l’imprenditore  Marco Lavatelli, aveva sentito gli scricchiolii di quel “Sistema Appendino” nato nel tinello di casa anzichè nei tanto celebrati meetup dei grillini dell’uno-vale-uno?

Era bastato un tavolo e quattro sedie, una per ciascuno dei costruttori della candidatura e dell’ascesa di Chiara: Lavatelli, Sacco, Pasquaretta e Paolo Giordana, quest’ultimo Richelieu e alla fine “Rasputin” della zarina gialla prima di essere giubilato per la vicenda della multa appioppata a un amico e che lui cercò di fargli togliere. Giordana e Pasquaretta, per qualche tempo i dioscuri di Chiara. Il fine tessitore di trame e il truce esecutore, il colto e il bifolco, l’esteta e il buzzurro: entrambi inciampati nell’esercizio personale del proprio potere. In fondo le due facce del grillismo di matrice appendiniana.

Alla faccia delle call pubbliche, della selezione trasparente, della meritocrazia, da quel tavolo in poi compresi i partecipanti, sotto la Mole si sarebbe vista la “selezione” più opaca e familistica della classe dirigente al governo della città.

Potere e famiglia, passeggiate e passeggini, gestione della cosa pubblica e del privato: un intreccio spesso pericoloso e irto di insidie, quasi sempre imprevedibili. Cosa c’è nel verbale secretato della deposizione di Sacco lo sanno, ovviamente, solo i magistrati. Di lui, genero di Carlo Callieri l’ex alto dirigente Fiat ai tempi della Marcia dei Quarantamila, si sa che da anni è amico dell’ormai ex addetto stampa della sindaca e che si spese non poco per portarlo a quell’incarico.

Non dovette certo forzarla, Chiara: il pitbull era nel cerchio magico della sua famiglia allargata. Era stato, oltre che press agent di Erotica, anche collaboratore della discoteca la Rotonda del Valentino di cui era socio Sacco attraverso la Black & White. Insieme avevano collaborato all’organizzazione di eventi e party in quella Torino by night popolata da personaggi borderline. Pasquaretta si occupò anche di un accogliente hotel, charme e discrezione, nella precollina.

Scenari diversi da quelli della politica chiamata ad amministrare una città e arrivata a farlo facendo le pulci a chi quel compito lo aveva assolto prima, leggendo – come si dice –  la vita agli avversari, senza forse fare i conti con la propria o quella di chi si ha vicino.

Pasquaretta, l’ex factotum, forse in qualche telefonata faceva il ganassa, ma qualcosa ha comunque ottenuto. Per lui, chiuso alle spalle il portone di Palazzo di Città si sono aperte le porte del ministero dov’è sottosegretaria Laura Castelli, parlamentare vicinissima ad Appendino.

Scoppiata la bomba dell’inchiesta l’”economista” torinese ha subito licenziato Pasquaretta affrettandosi a ridurne il peso nel suo staff. “Non era l’addetto stampa, scriveva solo i comunicati”, ha dichiarato inciampando l’ennesima volta in analisi per lei troppo ardite: scrivere un comunicato di un sottosegretario, per giunta all’Economia, non è proprio come schiacciare il bottone di un ascensore anche se poi il risultato, nel caso della Castelli, è rimanere fermi tra un piano e l’altro. Ma, soprattutto, è una balla quella raccontata di Pasquaretta come figura marginale. #PalazzoChigi #dietrolequinte scriveva ancora pochi giorni fa su Instagram a corredo di una foto da lui scattata al premier Giuseppe Conte e ai due vice Matteo Salvini e Luigi Di Maio. Per la Castelli raccontare che l’uomo che ha sempre tenuto i contatti con la Casaleggio attraverso Pietro Dettori è quasi uno capitato per caso nel suo staff è impresa dal risultato pari a quello di una sua spiegazione di una teoria economica.

E probabilmente sarà una prova altrettanto difficile, dura, fors’anche dolorosa, quella cui la sindaca di Torino, in quanto tale, non dovrebbe sottarsi: dire tutto quello che sa di questa brutta vicenda. Farlo senza aspettare che sia lo stillicidio delle carte dell’inchiesta a rivelare quel che i cittadini, chi l’ha votata e chi no, hanno il diritto di sapere. L’inchiesta giudiziaria ha un suo corso e sue regole. La politica, il rapporto tra il sindaco e i cittadini ne hanno di diverse e con tempi diversi.

Chiarisca tutto quel che c’è da chiarire, assuma le decisioni senza che, come in passato, sia il lavoro della magistratura ad indurla a farlo. Forse, almeno, eviterà di essere accomunata all’ex ministro che disse di aver comprato casa a sua insaputa. Là era un alloggio con vista sul Colosseo, qui un ricatto su scenari probabilmente meno limpidi.  

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