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Tav, la Francia a Telt: "Pubblicate i bandi"

Scaduto il tempo concesso al governo italiano per la sua manfrina. L'analisi non interessa né al partner d'Oltralpe né alla Ue. Il 19 febbraio cda "caldo" della società incaricata della realizzazione della Torino-Lione. Che farà Virano?

Che la Francia non abbia preso in minima considerazione, né intenda farlo, il totem grillino dell’analisi costi-benefici s’è ormai capito. Lo stesso vale, sempre per lo studio sulla Tav citato come uno stucchevole mantra dai Cinquestelle, guardando all’Unione Europea: la reazione della Commissione di Bruxelles al documento inviato dal Governo italiano fa il paio con quella dell’Eliseo. Le ragioni sono semplici, disarmanti e ne bastano appena un paio per rispedire al mittente, citofonare Danilo Toninelli, il lavoro del gruppo del professor Marco Ponti.

Primo motivo: l’analisi non è stata chiesta né dalla Francia né tantomeno dall’Ue che considerano valide quelle fatte negli anni passati e quello voluto dal M5 con il beneplacito della Lega di Matteo Salvini nulla è più di un atto unilaterale e come tale considerato. Secondo motivo: non si è mai visto – viene fatto notare sia dal Governo francese sia dall’Unione Europea – fare un’analisi di questo tipo su un’opera già avviata e alla cui base ci sono trattati internazionali che l’esecutivo gialloverde sembra non tenere in considerazione. E che Bruxelles abbia deciso di accendere un faro sul dossier, a partire dalla partita dei fondi utilizzati e stanziati, è confermato dalla missione odierna a Montecitorio dell’equipe audit della Corte dei Conti europea.

Questo è quel che si è capito con chiarezza. Quel che con altrettanta chiarezza i francesi faranno capire sarà contenuto in un messaggio preciso che verrà esplicitato tra pochi giorni.

L’occasione sarà, quasi certamente, martedì 19 febbraio quando si riunirà il cda di Telt, il consorzio italo-francese per la realizzazione della tratta ferroviaria. Fonti qualificate indicano quella riunione come il momento in cui dal Governo d’Oltralpe arriverà la richiesta, formale e perentoria, a Telt di procedere senza ulteriori ritardi alla pubblicazione dei bandi necessari alla prosecuzione dei lavori.

“Non intendiamo agire contro la volontà dei due Paesi” era stata la motivazione data dal consorzio allo stop alla pubblicazione del maxiappalto da 2,3 miliardi lo scorso settembre. In realtà a chiedere di non procedere con i bandi era stata solo l’Italia, con il suo ministro alle Infrastrutture che aveva minacciato di considerare “atto ostile” ogni passo in avanti prima del risultato dell’analisi costi-benefici dallo stesso ministro annunciata per l’autunno.

Vendendo come una condivisione la concessione di qualche settimana da parte della sua omologa francese Elizabeth Borne, Toninelli probabilmente pensa (e magari ancora penserà nonostante i segnali dell’Eliseo di questi giorni) che i francesi s’incazzino solo nella canzone Bartali di Paolo Conte.

La conferma di come, ormai, anche sulla vicenda Tav la Francia non sia più disponibile a sopportare l’atteggiamento del Governo italiano, specie nella sua componente grillina rapida nel prendere contatti con i gilet gialli e lentissima nell’assumersi la responsabilità di una decisione negativa (e quindi non condivisa dall’alleato leghista) sull’opera, arriverà presto.

Ma a quel punto cosa farà Telt? O meglio, cosa farà il suo direttore generale Mario Virano, fino ad oggi ligio ad ogni indicazione del ministro pentastellato di cui ha assecondato ogni mossa e ogni richiesta, fino al costo di irritare e non poco i soci d’Oltralpe che nel consorzio esprimono il presidente Hubert du Mesnil? Non è affatto escluso che a fronte di un attaggiamento considerato eccessivamente compiacente alle volontà dilatorie del governo italiano che i francesi possano chiedere allo stesso Virano di fare un passo indietro. Un momentaccio, insomma, visto che sul suo capo pende pure un esposto alla Corte dei Conti italiana per ipotizzati danni erariali dello stop ai lavori.

Ieri il vicepremier Luigi Di Maio è tornato sulla questione Tav dicendo che “troveremo un accordo, lo troviamo sempre. Abbiamo visto che in questi mesi chi scommetteva contro il Governo ha sempre perso. Un accordo lo raggiungeremo, le convinzioni nostre le conoscete". E le convinzioni, anzi la lnea definita inderogabile dallo stesso Di Maio in più occasioni, è quella di non procedere con la realizzazione della Torino-Lione. Nei fatti chiudendo anche quela sotteranea diplomazia che ha visto nei mesi scorsi lo stesso Virano interloquire con la sottosegretaria Laura Castelli.

Posizione diametralmente opposta non solo al vasto fronte del Sì, ma anche a quella della Francia. Che nel chiedere a Telt di procedere con i bandi, come farà a giorni, ha dalla sua quei trattati che non possono essere certamente revocato con un tweet o con dichiarazioni di un ministro davanti a qualche microfono. Per essere messi in discussione, quei trattati, devono passare per il Parlamento e per essere bocciati devono avere i voti necessari. Oltre a quelli dei Cinquestelle servirebbero anche quelli della Lega, che continua a dire di essere favorevole alla Tav. Le conseguenze di un simile passaggio, per il Governo, sono fin troppo evidenti.

Meno prevedibile appare, invece, la posizione che assumerà obtorto collo, il direttore generale del consorzio italofrancese di fronte alla richiesta del Governo francese di procedere con i bandi e quindi con i lavori che Toninelli e il Governo italiano continuano a tenere fermi con costi enormi. Virano darà corso alla richiesta, supportata dai trattati e dagli accordi, che arriverà dalla Francia oppure continuerà a seguire le indicazioni, senza alcun atto formale, dei Cinquestelle attraverso il loro ministro? Resterà al suo posto opponendo a Toninelli ragioni inoppugnabili, oppure proseguendo nella linea cerchiobottista?

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