REFERENDUM

Sì o No senza entusiasmo

Mai come per questa consultazione le ragioni dei due schieramenti paiono più dettate da tatticismi che da reali convincimenti. Dopo il voltafaccia, defilato il Pd. Favorevoli al taglio dei parlamentari Cirio e Appendino. Fuori dal coro Crosetto e persino qualche grillino

Si o No, senza troppo entusiasmo. Domani sera si vedrà se il referendum, valido senza la necessità di un quorum, smentirà con la percentuale dei votanti (laddove non si va ai seggi anche per le amministrative che faranno ovviamente da traino) un clima non certo assimilabile a quello della vigilia di consultazioni popolari che hanno segnato la storia del Paese, dividendolo su due fronti ben definiti.

Con una vigilia segnata, piuttosto, da defezioni a raffica di presidenti di seggio e scrutatori per il timore del Covid. Solo a Torino i primi hanno dato forfait in 606 su 919 e i secondi in 1487 su 2800, imponendo sostituzioni in fretta con personale comunale e giovani che hanno risposto all’appello di Palazzo Civico. La chiamata alle urne per approvare o meno la legge che riduce a 400 gli attuali 630 deputati e a 200 i senatori che oggi sono 31,  potrebbe anche raccontare e misurare la distanza tra i partiti che ai loro vertici sostengono il Sì e una parte del loro elettorato, orientato invece per il No.

All’appuntamento con la scheda si arriva quando il sentimento dell’antipolitica, la guerra qualunquista alla casta e i messaggi alla pancia degli elettori sembrano aver lasciato nei loro destinatari più spazio del previsto a riflessioni e ragionamenti meno populisti e più lontani dall’effimera soluzione ai problemi della politica. Perché se non è un dramma il taglio dei parlamentari, la sola sforbiciata è lungi dal rappresentare quella riforma “storica” di cui pure avrebbe bisogno l’istituto della rappresentanza nel nostro Paese. Certo, dopo i numerosi tentativi falliti, da qualche parte si doveva pur incominciare, però come non vedere che in questo caso si inizia dalla fine. Sarà pur vero che spesso il meglio è nemico del bene e che il pretendere troppo porta all’immobilismo, ma questa modifica raffazzonata risponde solo a esigenze esterne al funzionamento della democrazia.

Bandiera, una delle ultime rimaste, dei Cinquestelle pronti a issarla nel caso di probabilissima vittoria, il taglio dei parlamentari è stato assunto a misura opportuna e necessaria anche da chi lo aveva avversato in virtù, o meglio conseguenza, dell’alleanza con i grillini. Prima la Lega con il contratto di governo per la nascita dell’esecutivo gialloverde, poi il Partito Democratico per identica e speculare ragione un anno dopo. I pesanti residui delle vere motivazioni alla base della condivisione del vessillo grillino non potevano non emergere e così, insieme a una parte (il cui peso lo si misurerà oggi e domani) dell’elettorato, nelle ultime settimane sono cresciute le posizioni divergenti all’interno degli stessi due partiti, ma non solo. Addirittura, vien da dire, nello stesso M5s c’è chi come l’ex capogruppo in Consiglio regionale Francesca Frediani, ma anche le consigliere comunali Viviana Ferrero e Maura Paoli, ha annunciato il voto contrario. Voterà Sì la sindaca Chiara Appendino che, però, non ha neppure accennato un suo ingresso nella campagna referendaria dove, al contrario, si è spesa molto la viceministra all’Economia Laura Castelli.

Ed “eccellenti”, fors’anche pesanti nel rafforzare la controtendenza rispetto al pronunciamento ufficiale, sono non poche prese di posizione per il No proprio in quel Pd protagonista della più eclatante inversione a U, da Romano Prodi a Valter Veltroni solo per citarne un paio. Ma lo stesso partito nella sua compagine piemontese, pur ricalcando le due linee interne ed opposte, in questa campagna referendaria non si è segnalato per attivismo: ennesima conferma di quanto la posizione ufficiale abbia poco a che vedere con la riforma in sé, quanto piuttosto trovi fondamenta (deboli) negli assetti politici e di governo. Un partito dove regna l’imbarazzo: se si eccettua l’argomentata motivazione data dall’ex migliorista Enrico Morando, in una posizione più intellettuale che politica come spesso suo costume, il resto della nomenclatura piemontese non ha certo brillato nello spiegare in maniera convincente le ragioni per cui votare a favore.  

Un No pesante quello di Sergio Chiamparino, accomunato sul fronte contrario al suo predecessore alla guida della Regione Enzo Ghigo. Così come compatta è tutta la pattuglia parlamentare e lo stato maggiore piemontese di Forza Italia, a partire dal coordinatore regionale Paolo Zangrillo, da Claudia Porchietto a Lucio Malan e a Gilberto Pichetto, interpreti del pensiero autentico, aldilà della libertà di voto formale, di Silvio Berlusconi. “In Europa ci sono 750 parlamentari per 600milioni di abitanti e in Italia mille per 60 milioni: un rapporto stratosferico”, ricorda Alberto Cirio il cui Sì pare piuttosto rivolto alla sua collocazione futura. Ma anche in Fratelli d’Italia pesa metaforicamente e non solo la contrarietà del cofondatore Guido Crosetto. “Avevo già votato No a suo tempo alla Camera – ha spiegato – perché una riduzione dei parlamentari fatta sull’onda della casta, sull’onda del tutto fa schifo non era accettabile”.

La compattezza non alberga neppure nella Lega, dove il No dell’eminenza grigia(verde) Giancarlo Giorgetti ha sdoganato posizioni ancora tenute un poco sottotraccia nell’ultimo e unico partito leninista. Così se il deputato Alessandro Benevenuto, giorgettiano di provata fede conferma il suo No, giunge a sorpresa la decisione del deputato Paolo Tiramani che in un post spiega: “Il taglio era una opportunità se suffragato da una riforma elettorale che dava rappresentanza ai territori, almeno un eletto per provincia ma non sono riusciti ad approvare nulla”. Per questo voterà No e anche “perché mai dovremmo assecondare Conte, Di Maio e Toninelli?”. Per molti versi scontato (soprattutto dopo l’esternazione di Giorgetti e la dichiarazione di coerenza di Matteo Salvini) il Sì del segretario regionale e capogruppo a Montecitorio Riccardo Molinari.

Schierati per No, l’ex ministro di Azione Enrico Costa e i due parlamentari di Italia Viva, Silvia Fregolent e Mauro Maria Marino. “Quella che verrebbe fuori dalla vittoria del Sì – spiega il senatore renziano - non è la riforma istituzionale seria, organica, strutturale di cui avremmo davvero bisogno”. Cosa verrà fuori dalle urne lo si vedrà domani e già oggi con i dati dell’affluenza in regioni, come il Piemonte, dove non si vota per i governatori si potrà incominciare a capire quanto il taglio dei parlamentari sia sentito nell’elettorato. Pur dovendo mettere nel conto la pesante incognita dell’effetto Coronavirus sulla partecipazione al voto.

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