LOTTA AL COVID

Pochi medici di famiglia a vaccinare, "ma non si possono obbligare"

In Piemonte solo un terzo ha dato la disponibilità. Ennesima conferma di una mancata riforma della medicina del territorio. Balduzzi: "Servirebbe una legge ad hoc". Per l'ex ministro "la medicina di gruppo avrebbe evitato questo problema".

L’annunciato esercito dei medici di famiglia, sul fronte della campagna vaccinale, per ora si presenta a ranghi ridotti. In Piemonte, prima Regione ad aver sottoscritto un accordo, su circa 3mila i medici di medicina generale ad aver dato la loro disponibilità sono poco più di mille. Le troppo ottimistiche previsioni su un pesante apporto di questi professionisti nell’aumentare le somministrazioni giornaliere si fermano davanti alla scelta del singolo medico, insomma di un atto volontario. E la domanda che legittimamente viene posta, in una situazione in cui il Paese è da un anno in stato di emergenza sanitaria con tutte le limitazioni e gli obblighi che questa ha imposto e impone, riguarda proprio la possibile imposizione ai medici di base di effettuare, ovviamente in piena sicurezza, le vaccinazioni. Insomma, è ipotizzabile superare la scarsa disponibilità dei camici bianchi che operano sul territorio, imponendo loro di somministrare i vaccini, ovviamente non solo nei loro studi ma anche, qualora la prima ipotesi non sia praticabile, nei centri vaccinali? 

Renato Balduzzi, costituzionalista, consigliere dell’allora ministro della Sanità Rosy Bindi e poi egli stesso titolare del dicastero nel Governo di Mario Monti, nel 2012 varò una riforma che aveva tra i punti cruciali proprio la medicina territoriale.

Professore, ad oggi non è ipotizzabile un obbligo per i medici di famiglia di fornire il loro servizio per la campagna vaccinale?
“Ad oggi no, salvo una legge ad hoc. I medici di medicina generale non sono dipendenti del sistema sanitario, ma convenzionati. Quindi lo strumento cui rifarsi, anche in questa circostanza, è la convenzione, ovvero l’accordo collettivo nazionale e poi gli accordi integrativi regionali. E i medici sostengono che tutto ciò che non è espressamente previsto nella convenzione richieda una trattativa a parte. Se e come questo si concili con il fatto che il medico di base si considera il titolare della presa in carico del paziente, resta un problema”.

Una sorta di contraddizione o, comunque, una lacuna?
“È evidente come da una parte ci sia il professionista che prende o dovrebbe prendere in carico il paziente, ma lo stesso professionista poi non è è tenuto a dare la sua opera per la campagna vaccinale, lasciando a un atto volontario e personale la decisione”.

Se si dovesse fare oggi la convenzione con i medici di famiglia, con un Paese che ha compreso purtroppo a carissimo prezzo quanto è costato non aver investito sulla medicina territoriale e che adesso si trova con scarsità di personale per vaccinare, sarebbe naturale inserire anche l’obbligo di vaccinare?
“Non sarebbe così semplice. Intanto occorre che vi siano le strutture idonee. Ecco, diciamo che se ci fosse in maniera diffusa la medicina di gruppo il problema sarebbe già risolto, perché i medici di medicina generale avrebbero potuto dare un apporto ancora maggiore in questa circostanza. Purtroppo sono una grande ricchezza del Paese poco utilizzata, e male organizzata”.

Sono passati più di otto anni dalla sua riforma e, una delle situazioni più drammatiche fin dall’inizio della pandemia, ha riguardato e riguarda l’inadeguatezza della medicina territoriale. Dove si è sbagliato?
“Forse paghiamo il non avere voluto generalizzare la riforma del 2012. Governi, Regioni e sindacati dei medici non hanno in questi anni adottato in maniera diffusa le indicazioni che avrebbero meglio regolato e meglio adattato alle esigenze la medicina del territorio. Peraltro avevamo messo una norma che avrebbe permesso al Governo, qualora entro sei mesi, e cioè nel maggio del 2013, non fossero stati fatti gli accordi attuativi della riforma, di adottare le disposizioni applicative, che sarebbero poi state sostituite dalle convenzioni una volta approvate. Questa possibilità in capo all’esecutivo però non venne utilizzata. 

Lei sarebbe d’accordo per obbligare i medici di medicina generale ad effettuare le vaccinazioni?
“Non è una risposta semplice. Occorre  tenere presente che ci vuole un minimo di organizzazione, quella che ci sarebbe stata se la riforma della medicina territoriale, in particolare appunto con le forme di medicina di gruppo, avesse trovato piena e diffusa applicazione. Purtroppo siamo da almeno otto anni in uno stallo, che preesisteva già prima e questa fu la ragione della mia scelta di predisporre una riforma, visto che avevo trovato delle convenzioni firmate, ma non attuate”.

Bisogna lavorare già adesso, pur ancora in piena emergenza, per organizzare e rafforzare davvero la medicina territoriale?  
“Qualcosa in questi mesi si è già fatto, pensiamo alle unità speciali di continuità assistenziale. Dobbiamo guardare avanti. Tutti dicono che la medicina del territorio va rafforzata e integrata con quella ospedaliera, lo dicono proprio tutti. Speriamo che qualche cosa succeda”.

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