Fiat, handicap Italia per Marchionne

Secondo Ernest Ferrari, tra i massimi esperti del settore, il Lingotto taglierà i ponti, a meno che il governo non intervenga in maniera convincente. E Opel potrebbe tornare nel mirino

Bisognerebbe dire la verità, per quanto amara e politicamente “scomoda” sia. «La verità è che a Marchionne e alla Fiat non conviene continuare a investire in Italia, avendo possibilità di produrre in Usa, Brasile, Cina». Non indora la pillola Ernest Ferrari (foto sotto), una delle massime autorità  nel settore automobilistico, consulente di player mondiali, con alle spalle una carriera tra Renault e la casa torinese. Insomma, il Lingotto, se pensasse esclusivamente ai propri profitti, deve tenersi il più lontano possibile dall’Italia e dall’Europa, dove la sua quota di mercato continua a precipitare rispetto ai colossi tedeschi e francesi. Nel vecchio continente il mercato è saturo e a quanto pare lo spazio d’azione per il Lingotto è risicatissimo. Inoltre la crisi ha provocato il crollo delle immatricolazioni (-21,4% a luglio rispetto allo stesso mese dell’anno precedente), mentre in Brasile il dato è diametralmente opposto: a luglio le quote di nuovi veicoli registrati sono salite del 2% rispetto al mese precedente e del 25,9% su base annua. Lì ogni 4 auto vendute una è Fiat. Dati impietosi, soprattutto per l’Italia e proprio nei giorni scorsi è arrivata la notizia che anche Cassino dovrà attendere il 2015 per la produzione della Nuova Punto, che conferma il sottoutilizzo degli impianti italiani, tarati per raggiungere quota 1,4 milioni di vetture prodotte ma che oggi raggiungono a mala pena le 400 unità.

 

«Finché il mercato non si riprende Marchionne non potrà sostenere nuovi investimenti, quindi non vedo come si possa sperare di un futuro roseo della Fiat in Italia» prosegue Ferrari. A meno che «lo Stato non decida di intervenire sobbarcandosi parte ingente degli investimenti sgravando la proprietà». E proprio questo potrebbe essere il tema del colloquio tra Sergio Marchionne e la ministra Elsa Fornero, incontro annunciato ma non ancora fissato. Non sarebbe uno scandalo, l’aiuto di Stato, giacché sia i cugini d’Oltralpe sia i severi censori tedeschi sono pesantemente intervenuti negli anni a preservare le rispettive industrie nazionali delle quattroruote. Bastone e carota, minaccia di sanzioni e offerte di incentivi: saranno questi i termini della ripresa (almeno ufficiale) delle relazioni tra Palazzo Chigi e il Lingotto. Prima che sia troppo tardi, prima che il governo sia messo alle strette, magari di fronte alla decisione assunta unilateralmente dal manager in maglioncino di chiudere definitivamente uno o addirittura due siti produttivi sul suolo nazionale. E con una Mirafiori in questo stato di obsolescenza, con gli investimenti per il suo ammodernamento rinviati sine die e la cassa integrazione anche per i 5400 colletti bianchi, Torino sta col fiato sospeso.

 

Infine il tema legato alla Opel. La casa tedesca ha da poco chiuso lo stabilimento di Bochum e continua a vivere un periodo di profonda crisi e la General Motors potrebbe non essere più disposta a riversare quattrini in un buco nero. E proprio in questo senso non sarebbe campato in aria un rientro in gioco dei torinesi., che già a suo tempo si infilarono nella trattativa prima di venir bruciati da Gm (grazie anche alla sponda della cancelliera Angela Merkel). « Se ci fosse questa opportunità  Fiat potrebbe inserirsi e utilizzarla per raggiungere quei 6 milioni di vetture prodotte che sin dall’inizio è l’obiettivo di Marchionne». Con Opel, Fiat riuscirebbe a tornare competitiva nei modelli del settore C (quello della Bravo per intenderci) dove il Lingotto è praticamente inesistente, a differenza dei settori A e B (Panda e Punto) dove è maggiormente competitiva. «Un accordo con Opel potrebbe rilanciare Fiat anche in Europa, facendola tornare un main player».

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