La scelta

La ribalta mediatica in questi giorni è interamente occupata dall’elezione del Presidente della Repubblica, di conseguenza il tema “Covid-No vax” è miracolosamente passato in secondo piano. Da mesi ci eravamo abituati a vedere in apertura di tutti i telegiornali, ogni giorno, l’immagine dell’ago vaccinale che penetra nella pelle del braccio, quella che ricopre il muscolo deltoide. Finalmente adesso possiamo commentare notizie diverse dal solito.

In compenso attualmente siamo sommersi da servizi giornalistici sul Parlamento, sulla prassi di elezione del Presidente della Repubblica, sulla rosa dei nomi che potrebbero essere eletti dalle Camere riunite insieme ai grandi elettori delegati dalle Regioni. Senza dubbio gran parte della stampa italiana è afflitta dalla continua ossessione di focalizzarsi su un unico tema per volta, ma senza mai dedicare tempo ad approfondirlo davvero: una mania che sconfina spesso nella superficialità.

Circa un migliaio di eletti esprimeranno in questi giorni la loro preferenza, scegliendo tra ex senatori o leader politici, individuando così l’inquilino del Quirinale che succederà presto al Presidente Sergio Mattarella.

La legge fondamentale della Repubblica dispone che qualsiasi cittadino al di sopra dei cinquant’anni possa essere candidato alla massima carica, ma nessuno si aspetti di ricevere una telefonata da Roma in cui venga annunciata la sua elezione. I candidati infatti devono appartenere alla ristretta cerchia dei “papali”: un gruppo piccolo a tal punto da dover costringere tutti i grandi elettori a votare scheda bianca alla prima chiamata alle urne.

L’elezione del Capo dello Stato si è rivelata sovente penosa. Alcuni designati durante lo svolgimento del loro mandato hanno rappresentato perfettamente la sintesi della crisi politica che li ha espressi, come nel caso ad esempio di Giovanni Leone e di Francesco Cossiga (soprannominato “Il Picconatore”). Al contrario, altri sono ricordati ancora oggi quali coraggiosi alfieri dei valori costituzionali, e in questo caso viene naturale citare il Presidente Sandro Pertini. Le premesse attuali non sono di certo rassicuranti per il futuro del Paese. La nazione sembra voglia essere gettata nelle braccia dell’uomo solo al comando, del salvatore della patria: Mario Draghi, descritto unanimemente (o quasi) dalla politica come un personaggio privo di avversari alla sua altezza.

A dimostrazione dell’esistenza del mito, l’unico competitore sino ad oggi sceso in campo è colui che un tempo venne soprannominato “Il Cavaliere Nero”, ossia Silvio Berlusconi. Il compito di sfidare il Timoniere in versione italica è toccato inizialmente a un uomo il cui nome è stato spesso associato a indagini e procedimenti giudiziari, a un magnate generoso nel dimostrare di non avere molti scrupoli nonché a capo di un impero finanziario sorto sulla comunicazione e l’edilizia. Oltre ai due nomi il nulla, il deserto.

Ovunque si guardi, l’impressione che si coglie è quella di essere alla vigilia di una monarchia da ancien regime, o meglio al ritorno di un potere incentrato su uno slogan tornato in auge negli anni monopolizzati dal virus: “Voglio, posso e comando”. Una formula perfetta per schiacciare qualsiasi fronte di opposizione, ideale per mettere in un angolo deputati dissenzienti e intellettuali critici, formidabile innanzitutto al fine di attirare investitori stranieri.

La realtà non è solo quella descritta dai soliti narratori al servizio del Re, poiché tutto è decisamene più vivace e non così grigio come ci viene descritto. La società è fatta di donne e uomini da sempre impegnati per difendere i diritti, i soggetti più fragili della comunità e i valori su cui è nata la Repubblica. I nomi di costoro non hanno dignità di cronaca, non occupano le prime pagine per settimane intere poiché appartengono a chi lavora affrontando mille ostacoli ogni giorno. Alcuni sono addirittura politici di esperienza, oppure amministratori coraggiosi.

Sono certo che ogni singola lettrice e ogni lettore di queste righe abbia in mente la propria candidata e candidato ideali alla presidenza della Repubblica. Personalmente penso all’ex Ministro della Salute Rosy Bindi, ma potrebbe essere anche l’ex magistrato Paolo Maddalena, il giurista Giovanni Maria Flick oppure chiunque altro abbia a cuore la nostra collettività.

Alla vigilia di ogni elezione, sia essa per il Quirinale che per amministrare una città, scorre un fiume di parole che divide campi solo apparentemente contrapposti; si creano le squadre, si formano le tifoserie. Terminata la competizione cadono le distinzioni, spariscono quelle differenze che hanno scaldato gli animi nei giorni precedenti la vittoria di uno sull’altro. All’indomani, tutto procede come ogni giorno, ma con un pugno di ferro più pesante al comando. Le aziende continueranno a delocalizzare, la Sanità a essere privatizzata, i fondi europei saranno sprecati ancora una volta e i diritti fondamentali verranno schiacciati nel nome degli investitori stranieri, e non solo.

La deriva della Democrazia è iniziata da tempo, il voto per l’elezione del nuovo Presidente sarà determinante per compiere una scelta essenziale: puntare sull’uomo solo al potere, oppure salvare dal naufragio le speranze dei padri costituenti.

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