Record di visite (a pagamento). Intramoenia, boom dopo il Covid
Stefano Rizzi 07:00 Lunedì 12 Agosto 2024Già nel 2022 recuperato il calo dovuto alla pandemia. Per le prestazioni in libera professione spesa media procapite di 20 euro (30 per i piemontesi). In alcune regioni si esercita solo negli ospedali, in Piemonte ben oltre la metà delle visite negli studi privati
Mentre il recupero delle liste d’attesa ancora arranca rimanendo il problema più grave della sanità italiana, c’è un settore che in appena un paio d’anni non solo ha recuperato rispetto al decremento subito durante la pandemia Covid, ma già nel 2022 ha addirittura superato i valori del 2019. È quello dell’intramoenia, ovvero delle visite e degli accertamenti clinici forniti dai medici ospedalieri, ma a pagamento.
Due immagini del sistema sanitario, peraltro strettamente legate l’una all’altra, visto che il maggior ricorso alle visite eseguite in regime di libera professione sia pure all’interno della struttura (anche, sempre più spesso ciò non avviene, allargando il ricorso a studi e centri privati esterni) è tra le conseguenze, spesso ineludibili, proprio dei tempi ancora troppo lunghi per le prestazioni fornite gratuitamente o con il solo esborso del ticket.
Il rapido aumento delle visite a pagamento, che prosegue tuttora, è evidenziato nella relazione del ministero della Salute relativa al 2022 appena presentata in Parlamento dalla quale emergono ulteriori aspetti e differenze, tra una regione e l’altra, per quanto concerne non solo il ricorso a questo sistema da parte dei pazienti, ma anche i come viene gestito, a partire dall’utilizzo più o meno diffuso delle strutture pubbliche e di quelle private.
Il raffronto dei dati a livello nazionale evidenzia come dopo una forte riduzione dei volumi sia in istituzionale che in intramoenia registrata dal 2019 al 2020, emerge un netto recupero delle prestazioni. Nel 2019 quelle erogate nella cosiddetta Alpi, l’acronimo che indica l’intramoenia, erano 4.765.345 e quelle in istituzionale (pagando solo l’eventuale ticket) 58.992.277, nel 2020 l’Alpi scende a 3.204.061 e l’istituzionale a 43.398.623, poi nel 2021 i dati sono di 4.229.140 e 57.675.542 mentre nel 2022 l’Alpi arriva a 4.954.811 mentre l’istituzionale a 59.682.947”.
Come detto, sono cifre che si fermano al 2022, quindi considerato proprio il perdurante problema dei tempi di attesa, che nelle visite a pagamento di riducono drasticamente, è naturale aggiornare (anche con dati più recenti a conferma) questo quadro che sposta ancora di più verso le prestazioni a pagamento le scelte, come detto non di rado di fatto obbligate, dei pazienti.
La rilevazione del ministero pone in evidenza anche un cambiamento, probabilmente anche questo conseguenza dell’allungamento de tempi di attesa dopo la lunga emergenza pandemica. In testa per numero di visite ci sono quelle cardiologiche, seguite da quelle ginecologiche e ortopediche, mentre per gli accertamenti strumentali al primo posto c’è l’elettrocardiogramma e subito dopo l’ecodoppler cardiaco. I tempi, come si diceva, pesano. Pagando, circa il 56% delle prenotazioni ha un tempo di attesa inferiore ai 10 giorni, il 30% viene fissato tra gli 11 e i 30 o 60 giorni, mentre solo per il 14% delle prenotazioni si deve attendere oltre i 30 o 60 giorni. Insomma, una situazione ben diversa rispetto alle liste d’attesa per le prestazioni senza dover mettere mano al portafogli.
Portafogli dal quale, dividendo la spesa per l’intramoenia per ciascun italiano di qualunque età, escono ogni anno 20 euro, anche se la media nazionale vede notevoli scostamenti sul territorio. È l’Emilia-Romagna la regione dove la spesa procapite raggiunge la vetta di 34,8 euro, ma il Piemonte è appena dietro con 29,9 euro superato solo dalla Valle d’Aosta con 32,2. Il maggiore introito dell’intramoenia, con una media complessiva del 68%, proviene dalle prestazioni specialistica, invece la quota ospedaliera si ferma al 19,5%.
Mentre salgono le prestazioni, a livello nazionale, è calato il numero di camici bianchi che utilizza questa possibilità prevista dalla legge. Dal 2014 al 2022 i professionisti sono diminuiti di 8.200 unità, per una percentuale sul totale del 15% circa e quelli in attività sono il 42,3 per cento dei dipendenti con rapporto di esclusiva con il sistema sanitario nazionale, dato che per il Piemonte sale al 53%, in seconda posizione alla pari con il Veneto, dopo la Valle d’Aosta. Alla pari con la regione del Nord Est sul numero di medici, ma il Piemonte segna una pesante differenza su un altro aspetto dell’intramoenia. Come dice la parola stessa, “dentro le mura”, questa attività dovrebbe essere svolta all’interno delle strutture pubbliche dove i medici lavorano, mentre da anni quella che dovrebbe essere una deroga è diventata spesso una prassi e altrettanto spesso dai contorni piuttosto confusi e dai controlli non sempre puntuali.
L’’esternalizzazione” è consentita solo quando non ci sono strutture pubbliche adeguate, ma le maglie per consentire a molti medici dipendenti degli ospedali di esercitare in studi privati si sono fatte sempre più larghe. Ebbene, il Veneto insieme a Friuli-Venezia Giulia, Abruzzo, Toscana, Valle d’Aosta, Trento e Bolzano, garantisce in tutte le aziende sanitarie spazi idonei e sufficienti per l’esercizio dell’intramoenia. In Piemonte, così come in Calabria,Campania, Basilicata, Emilia-Romagna, Lazio, Liguria, Lombardia e Marche, la percentuale di aziende che garantisce gli spazi va al 6 al 50%. Proprio questa bassa percentuale di utilizzo delle strutture pubbliche, ovviata con il ricorso a un piano sperimentale (poi, di fatto, diventato stabile) che prevede le convenzioni con strutture private, pone un tema ancor più rilevante per il Piemonte, visti i numerosi interventi di edilizia sanitaria per i prossimi anni. Ovvero la previsione di spazi idonei e più che sufficienti nei futuri ospedali perché quell’”entro le mura” non resti una contraddizione.



