RETROSCENA

L'Orlando ansioso. Resta in Liguria e spinge Rossomando alla Consulta

Finite le liturgie l'ex ministro annuncerà che per rispetto degli elettori guiderà l'opposizione a Bucci. Per Genova pensa all'enfant prodige Romeo e prenota il prossimo giro alle Politiche. E si tiene stretto il ruolo nazionale da capo dell'"ufficio di collocamento"

Tirato per la giacchetta tra chi lo invita a restare alla Camera e quanti invece lo sollecitano a non abbandonare il centrosinistra ligure dopo la “vittoria mancata” alle Regionali, Andrea Orlando pare abbia ormai maturato la decisione. La tirerà per le lunghe, usando tutto il tempo consentito tra la proclamazione a via Fieschi e l’accertata incompatibilità con il ruolo parlamentare (suppergiù tre mesi), ma l’ex guardasigilli guiderà l’opposizione a Marco Bucci, lasciando lo scranno di Montecitorio ad Alberto Pandolfo. Una scelta sofferta, che investe la dimensione politica e la sfera personale, a cui Orlando intende assegnare un messaggio chiaro e forte: non si scappa da una sconfitta, soprattutto non si tradisce la fiducia (e il consenso) degli elettori a poche settimane dal voto. Vuole marcare una differenza, anche rispetto a certi suoi compagni di partito: da Roberto Speranza, che si è sottratto dal “sacrificio” della corsa nella sua Basilicata, ad Anna Finocchiaro, fuggita a gambe levate dalla Sicilia quando nel 2008 perse le elezioni siciliane; e per riandare ancora più indietro, nel 2000, a Livia Turco, rimasta al calduccio di un ministero a consolarsi della disfatta in Piemonte.

Una questione di “stile” e di coerenza, certo, ma anche un preciso disegno in cui tenere insieme il radicamento territoriale – un legame riannodato durante la campagna elettorale – e la caratura “nazionale” della sua leadership. Orlando è spezzino, e nell’abitazione avita (“una casa popolare riscattata da mio nonno”) ora tornerà più spesso, diradando i soggiorni romani, anche se nella Capitale ha di recente acquistato un bell’appartamento. “Il problema non è il mio futuro ma capire qual è l’assetto migliore per proseguire una battaglia che resta essenziale e ha convinto quasi metà di coloro che si sono recati alle urne – ha detto in una recente intervista –. Sicuro manterrò l’impegno che mi sono assunto candidandomi: dedicare il centro del mio lavoro alla battaglia per superare il sistema di potere che si è creato nella mia regione, e che il risultato delle elezioni dice vincente”.

Orlando che oggi parteciperà a una riunione della segreteria dem ligure, indetta dal segretario regionale Davide Natale, ha nelle sue mani il dossier Genova: “Dobbiamo discutere e decidere molto rapidamente. A destra un candidato c’è (Pietro Piciocchi, vicesindaco uscente e braccio destro di Bucci, ndr), le Regionali dicono che si può vincere a patto si faccia veloce. Non si rimanga impantanati come successo da maggio ad agosto”. E lui il nome da calare ce l’ha, quello di Federico Romeo, classe 1992, che da presidente del municipio di Valpolcevera si è messo in mostra durante il crollo del Morandi, il più votato alle Regionali nel capoluogo. Non uno dei “suoi”, come lo è l’altro enfant prodige locale, Simone D’Angelo, pure lui neo consigliere, “orlandiano” di provata fedeltà, ma un amministratore popolare e dal profilo moderato, più adatto ad allargare al centro il perimetro della coalizione. Da pivot Orlando proverà a espugnare Palazzo Tursi, consapevole che con un risultato positivo il suo rientro a Montecitorio per una sesta legislatura avrà decisamente meno ostacoli. Insomma, l’assenza dal parlamento potrebbe essere solo momentanea.

Del resto, l’ex figiciotto e vice di Nicola Zingaretti al Nazareno, è a tutti gli effetti un leader nazionale del Pd, a capo di Dems (Democrazia Europa Società), la corrente di sinistra sostenitrice di Elly Schlein ma estranea al cerchio magico armocromista: da nipotino dell’apparato Pci (uno dei suoi riferimenti è l’ex tesoriere Ugo Sposetti) guarda con diffidenza le torsioni movimentiste e assembleari del nuovo corso, di cui in privato dice peste e corna. Una componente presente in lungo e in largo nella Penisola, di amministratori locali e dirigenti di partito, con un nucleo di peso a livello romano. Una falange agguerrita che, al netto di qualche moto di scoramento (“In questi anni ho fatto da ufficio di collocamento”, si è sfogato di recente), vuole continuare a guidare. Militano sotto le insegne Dems, tra gli altri, l’ex ministro Peppe Provenzano e l’ex viceministro Antonio Misiani (entrambi in segreteria nazionale), il tesoriere Michele Fina, il deputato e responsabile dell’organizzazione Marco Sarracino e la vicepresidente del Senato Anna Rossomando.

E riguarda proprio la parlamentare torinese l’altro dossier sul tavolo di Orlando: con quattro legislature sul groppone, avverte il rischio di un prossimo pensionamento e pertanto si sta parecchio agitando. Accantonata l’idea di una candidatura a sindaco di Torino, pare punti a terminare in bellezza la sua carriera da giudice costituzionale entrando nella rosa dei candidati di designazione parlamentare. La scadenza è ravvicinata, secondo le previsioni dicembre. Dopo l’ennesima votazione andata a vuoto per eleggere un giudice scaduto a novembre 2023, si rende necessario un decimo scrutinio che, a questo punto, visto che a fine anno concluderanno il mandato altri tre, saranno quattro. La “sinistra giudiziaria” è in mobilitazione e, grazie ai buoni uffici dell’ex procuratore capo di Torino Armando Spataro, Rossomando ritiene di avere tutte le carte per giocarsela. Chissà se Orlando in questi giorni ne avrà parlato con Enrica Gabetta, magistrato di punta della procura torinese da qualche settimana nuovo procuratore a La Spezia?

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