RIFORME

Autonomia, il silenzio di Salvini.
Cirio cerchiobottista: "Avanti ma..."

Il loquace leader della Lega non spende mezza parola sul pronunciamento della Consulta. Meloni e Tajani "liberi" dall'incubo referendum. Per il governatore del Piemonte le sentenze si rispettano "ma vanno lette tutte per intero"

Se quella della Corte Costituzionale, come sostiene il suo presidente emerito Cesare Mirabelli, è “una sentenza ortopedica” che corregge postura, equilibri e articolazioni della legge sull’autonomia, la più evidente certezza che si prospetta è quella di una lunga degenza e una non breve riabilitazione. Su quali gambe, poi, camminerà la riforma scritta da Roberto Calderoli e invocata dall’ala più nativa e federalista della Lega come il suo manifesto da tradurre finalmente in pratica sui mai dimenticati territori (seppur trascurati nell’evoluzione nazionale e nazionalista del partito) lo si vedrà. Quando non si sa, tantomeno come. 

Questa è la ragione, inconfessata, dei forti malumori che albergano nel partito il cui leader Matteo Salvini, impegnato senza sosta sul fronte dei migranti e della magistratura, ha speso davvero poche e per nulla contrariate parole in merito alla decisione della Consulta, aggiungendo sale sulla ferita che brucia sulla pelle di chi nel Pantheon ha Gianfranco Miglio e la Carta di Chivasso, non certo Roberto Vannacci e il suo Mondo al contrario.

È vero come rileva lo stesso Calderoli e rimarca l’autonomista per antonomasia e per il 98,1 per cento dei veneti che si espressero nel referendum 2017 Luca Zaia, che la Corte Costituzionale “ha confermato la legittimità della legge, sancendo che il nostro percorso è in linea con la Costituzione”, com’è altrettanto vero l’eccesso di tripudio della sinistra all’anticipazione del pronunciamento con cui facilmente evaporerà il tanto atteso referendum con cui le opposizioni speravano di cancellare la legge. Gli squilli di tromba dal Pd ai Cinquestelle di oggi, domani potrebbero essere campane a morto per la consultazione popolare. 

Tra una vittoria mutilata, quella di chi rischia concretamente di vedersi togliere dalle mani l’arma del referendum e una serie di pesanti interventi ortopedici che cambieranno profondamente i movimenti cu cui già speravano di contare in fretta le regioni del Nord, nell’astanteria dov’è finita la creatura calderoliana è forte il sentore di anestetico. Profumo per Giorgia Meloni e i suoi Fratelli, mai trepidanti per il parto autonomista favorito solo in funzione di viatico leghista al premierato, ma poi pure giustificatamente allarmata, la premier, dall’ipotesi della consultazione popolare. 

E non si dispera affatto Antonio Tajani, a capo di un partito in difficile perenne equilibrio tra Nord e Sud dal quale nei mesi scorsi erano arrivati eloquenti segnali volti alla prudenza, chiari avvisi di frenata come quello, oggi sorta di preveggenza, sui Lep, i discussi livelli essenziali di prestazione, cardine e snodo complesso della riforma. “Avevo suggerito al governo un surplus di riflessione e una moratoria sull’autonomia differenziata”, scrive il governatore forzista della Calabria Roberto Occhiuto, non da oggi tra i maggiori critici della riforma all’interno del centrodestra. Mentre il presidente della Calabria chiedeva la moratoria, il suo collega e compagno di partito, anzi insieme a lui vice di Tajani al vertice del partito, Alberto Cirio spediva dal Piemonte la richiesta al Governo di un avvio urgente delle trattative, pur incominciando dalle materie non comprese nei Lep. E, insieme a VenetoLombardia e Liguria, aveva pure firmato le opposizioni (poi accolte) alla Consulta contro i ricorsi per incostituzionalità avanzati da PugliaToscanaSardegna e Campania.

Nel formare la giunta della sua seconda legislatura Cirio aveva affidato la delega all’Autonomia al leghista Enrico Bussalino il quale, seguendo il canovaccio di Calderoli, ieri rivendicava la costituzionalità della legge. “Le sentenze vanno rispettate sempre, in special modo quelle che arrivano dalla Corte Costituzionale che è l’organismo che deve proteggere la nostra bellissima Costituzione – commenta ora il governatore piemontese –. Vanno però lette tutte per intero, perché se è vero che è una sentenza che, da una parte, pone l’accento su alcune criticità che il Parlamento dovrà affrontare e superare, dall’altra però riconosce la piena legittimità costituzionale delle richieste di autonomia delle Regioni italiane e questo credo che sia un presupposto per continuare a lavorare serenamente in un confronto costruttivo col governo e il Parlamento”. E a chi gli chiedeva se il percorso andrà comunque avanti in Piemonte, Cirio ha risposto che “il percorso va avanti in Italia se il Parlamento adotta quelle indicazioni che la Corte ha detto di adottare”.

Il fatto è che, al di là delle buone intenzioni, di cose da cambiare nella riforma la Consulta ne elenca parecchie e non di poco conto, incominciando da quella prevalenza del Parlamento sul Governo negli atti, come la definizione dei Lep, ma anche rimarcando quella “sussidiarietà” che letta da chi nella Lega va oltre le dichiarazioni di prammatica, viene tradotta come un drastico ridimensionamento della riforma stessa, fuor di taccuino “un disastro”.  Non certo per gli alleati che in attesa degli interventi e della lunga riabilitazione possono dormire sonni tranquilli. E per lo stesso Cirio cui la Consulta toglie l’imbarazzo o comunque la posizione non facile di governatore del Nord, sostenuto sia pure numericamente non come cinque anni fa dalla Lega, ma anche vicesegretario di un partito che mai s’è scaldato al sacro fuoco dell’autonomia. In questo caso più dell’ortopedico sembra l’abile e provvidenziale opera del chirurgo estetico. 

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