Centralismo democratico
Carlo Manacorda, economista, Università di Torino 09:07 Sabato 12 Gennaio 2013 1
E così, giorno dopo giorno, ogni partito completa il puzzle delle proprie liste elettorali (col solito seguito di querelle di scontenti e di delusi). La composizione delle liste continua però ad avvenire sulla base di un solo principio: chi decide è il “padrone del partito”. E questo vale anche là dove (specchietti per allodole) si sono celebrate “primarie”, “parlamentarie” o manifestazioni simili. “I candidati li sceglie, personalmente, Berlusconi”. “Monti vaglia, ad uno ad uno, i candidati della sua lista”. “Bersani si riserva almeno 120 posti nelle liste del PD”. Sono questi i titoli che hanno troneggiato e troneggiano ancora nei mezzi d’informazione in questi giorni, simili per ciascuna aggregazione elettorale, vecchia o nuova, maggiore o minore. Si fa uso cioè, senza alcuna remora, del metodo del centralismo democratico, nato nei sistemi politici leninisti e tipico dei Paesi autoritari. Esiste la libertà di dibattere (di qui la connotazione di “democratico”), ma ogni decisione spetta agli organi di partito (centralismo). E la loro decisione deve essere osservata da tutti gli appartenenti al partito.
Col tempo, il centralismo democratico si è trasformato fino a diventare un modello di organizzazione politica dalle ampie applicazioni; in ogni caso, particolarmente apprezzato da tutte le classi politiche, indipendentemente dalla loro collocazione (se a destra, a sinistra o al centro). In Italia, benché già utilizzato in precedenza, ha avuto assoluta applicazione dopo tangentopoli allorché i partiti politici, perdendo le caratteristiche di strutture ideologiche (almeno così si dice), sono diventati diretta espressione di persone fisiche. La programmazione e la gestione di tutte le attività del partito sono affidate ad un leader, coadiuvato da una ristretta nomenklatura. Tutti coloro che fanno parte del partito devono attenersi e obbedire ciecamente alle disposizioni del leader. Chi dissente o si ribella è emarginato od espulso col marchio di traditore. Superfluo fare esempi concreti, ben presenti – anche di recente - presso tutti i partiti e movimenti (che, tuttavia, rifiutano sdegnosamente di essere tacciati di metodi dittatoriali).
Applicato alla formazione delle liste elettorali, il centralismo democratico determina inevitabili effetti a livello delle realtà territoriali, essendo questo il luogo dove si svolge la competizione elettorale. Leggendo i fatti di questi giorni, sembrerebbe che il Piemonte goda di scarsa considerazione da parte degli organismi centrali dei partiti, tanto che vi “paracadutano”, come teste di lista nei cosiddetti “posti sicuri”, persone di loro gradimento, indipendentemente dalla conoscenza che possono avere del Piemonte e delle sue esigenze, o da quella che i piemontesi hanno dei “paracadutati”. I vincitori di questi maneggi si conosceranno soltanto il 25 febbraio 2013. Ma non è questo il problema che qui interessa. Merita invece fare qualche riflessione sui metodi che si seguono per la composizione delle liste elettorali ispirati come detto, anche se nessun padrone di partito lo ammetterebbe mai, alla regola del centralismo democratico. In questo sistema, ci sonoinfatti aspetti positivi e negativi.
Gli aspetti positivi (giustificati e, quindi, accettabili) sono legati all’esigenza di governare che il leader vincitore della competizione elettorale avrà. Per svolgere i compiti di governo, il leader avrà bisogno di una squadra che goda della sua assoluta fiducia. Non può permettersi di imbarcare sulla sua nave “grilli parlanti” che, in un domani, potrebbero creare rogne per la sua azione. C’è, quindi, un rapporto fiduciario che sta alla base delle scelte del leader (o della nomenklatura) fin dalla definizione delle liste elettorali, rapporto fiduciario che vale anche per coloro che, non vincendo le elezioni, costituiranno l’opposizione. Anche questa necessita, per svolgere validamente il proprio ruolo, della massima coesione tra tutti i suoi componenti.
Nella formazione delle liste elettorali col metodo del centralismo democratico, ci sono però elementi che destano forti perplessità. Per accedere ad un qualsivoglia posto di lavoro, si devono superare selezioni mirate ad accertare la professionalità del soggetto a svolgere determinate funzioni. Nel caso della pubblica amministrazione, la selezione avviene (dovrebbe avvenire, ma spesso lo si scorda) attraverso un concorso pubblico volto a verificare se la persona sarà in grado di assolvere ai compiti che le saranno affidati. Se le persone accedono al posto di lavoro senza passare attraverso queste selezioni, tutti gridano allo scandalo e bollano i favoritismi. Per “salire” ad uno scranno parlamentare (posto di lavoro simile ad ogni altro), la strada è assolutamente diversa. La selezione la fa, in maniera autocratica, il leader, senza fornire alcuna indicazione sull’idoneità che il candidato ha per poter svolgere proficuamente, o anche soltanto in maniera dignitosa, il ruolo di parlamentare. In definitiva, di legislatore. Ora, per avere una prestazione riguardante la salute, si va dal medico e, per far costruire una casa, ci si affida all’ingegnere o all’architetto. Invece il governo della cosa pubblica lo può fare chiunque, anche se ignora totalmente da dove si deve partire e in che cosa consista. Nessuno – mezzi d’informazione, cittadini (singoli o associati), altri – obietta alcunché o solleva interrogativi al riguardo (e, quindi, non ci si può poi meravigliare se talora escono leggi sconclusionate, evidenti manifestazioni di diffuse incompetenze professionali presenti il Parlamento).
A conti fatti, si può però dire che le perplessità non hanno alcuna rilevanza. Ciò che bisogna soprattutto saper fare in Parlamento è il “pianista”, cioè schiacciare il pulsante al momento del voto dei provvedimenti (o accordarsi per farlo schiacciare da altri), secondo le direttive del partito. Tutto sommato, anche questa è una professionalità. In definitiva, la sola che il leader del centralismo democratico pretende da coloro che compongono la sua squadra.



