La marcia sul Lombardo-Veneto.
Meloni ipoteca pure il Piemonte
Stefano Rizzi 07:00 Sabato 22 Febbraio 2025
La leader di FdI irremovibile sul no al terzo mandato stoppa Zaia, ma apre a una candidatura della Lega a Palazzo Balbi. Fidanza come successore di Fontana. Per il dopo Cirio Salvini può tentare di riprendersi la Regione, ma dovrà vedersela con tanti Fratelli
Domani è un altro giorno, figurarsi il dopodomani per la politica. Ma Giorgia Meloni, alias Rossella O’Hara sta già studiando il copione, naturalmente da lei stessa scritto, del suo Via col Ven(e)to. Trama e protagonisti principali sembrano piuttosto definiti. Tutto si svolgerà tra Nord-Est e il Nord-Ovest in quel Regno Lombardo-Veneto evocato una ventina d’anni fa da Umberto Bossi come entità storica indipendente e oggi ancora roccaforte degli epigoni del Senatur. E sono proprio quelle due roccaforti della Lega, presidiate una da Attilio Fontana e l’altra da Luca Zaia a ingolosire la premier in veste di leader di un partito, Fratelli d’Italia, ancora privo della guida di una Regione al di sopra della Linea Gotica. Tuttavia, pur golosa e forse famelica, la premier è conscia delle difficoltà nel far digerire quel doppio boccone all’alleato leghista lasciandolo digiuno. E dei potenziali rischi cui, specie sul fronte Est, andrebbe facilmente incontro.
La trama e le trame in vista delle elezioni regionali in Veneto e susseguentemente in Lombardia, con più avanti nel tempo, ma non per questo indenne, il Piemonte. Lo schema che parrebbe consolidarsi sempre più anche agli occhi di chi, in quella nomenclatura che un tempo veniva definita con il luogo-simbolo di via Bellerio, osserva mosse e parole della premier, lo schema dunque vedrebbe Meloni irremovibile sul veto al terzo (in realtà quarto) mandato reclamato da Zaia con il non disinteressato sostegno di Matteo Salvini attento a non aprire a possibili concorrenti alla piuttosto consunta leadership. Cotanta irremovibilità, la premier non la porrebbe, tuttavia, nel rivendicare per il suo partito il candidato alla successione di Zaia, come per un lungo periodo in effetti è stato o, comunque, è parso. L’obiettivo è chiaro: impedire al Doge di restare un altro giro a Palazzo Balbi, ma non forzare la mano contro la Lega, aprendo a una candidatura ancora espressa dall’alleato, con il risultato di impedire l’aborrita e temuta ipotesi di una lista Zaia capace di squassare il centrodestra e mettere a rischio la stessa tenuta del Veneto nelle mani della coalizione.
Un’ipotesi che Zaia, oggi, non si sogna certo di avallare, ma che in fondo potrebbe andargli bene, specie se sarà lui a scegliere chi dovrà succedergli. Parrebbe abbia in mente la sua attuale vice Elisa De Berti, nome poco o nulla conosciuto al di fuori dei confini veneti, ma un profilo ideale per il Doge anche ne caso in cui egli scegliesse di ripercorrere le orme dell’allora sindaco di Treviso, lo “sceriffo” Giancarlo Gentilini non più ricandidabile venne eletto consigliere e poi subito diventò vicesindaco, in realtà riconosciuto sindaco ombra, di Gian Paolo Gobbo. Quella di Zaia “progovernatore” è un’ipotesi, magari nell’attesa di insediarsi a Ca’ Farsetti al posto di Luigi Brugnaro il cui mandato scadrà l’anno prossimo. Così come è un’ipotesi quella di De Berti in corsa per la presidenza, visto che Salvini lì vorrebbe il fedelissimo Alberto Stefani, ma il corpaccione leghista ha in mente proprio l’attuale sindaco di Treviso Mario Conte.
Se non ci saranno cambiamenti il Veneto andrà al voto a ottobre, mentre più avanti, al 2028 deve guardare Meloni per ipotecare, stavolta pare senza possibilità di discussione, la Lombardia. L’uomo destinato a prendere il posto del non più ricandidabile Fontana c’è ed è Carlo Fidanza, esordi nel Fronte della Gioventù proprio a Milano, avversario in tempi ormai lontani di Meloni che lo sconfisse nella corsa alla presidenza di Azione Giovani, ne diventerà il vice e poi uno cui l’appellativo di fedelissimo appare oggi riduttivo. Attuale capo delegazione al Parlamento Europeo, Fidanza rappresenterebbe il superamento del lungo potere meneghino e lombardo di Ignazio La Russa, su cui grava il peso dell’amicizia e dei rapporti con Daniela Santanchè, oltre che quello generazionale.
Di questa intenzione della leader di FdI nella Lega, come si dice, sono già pronti a farsene una ragione, pur mettendo in conto trattative e qualche schermaglia di rito. Ma anche guardando più avanti, proprio al Piemonte dove la partita sarà aperta a lungo e non solo per questione di tempo, ma proprio per via di quella spartizione precedente, anche se nonostante le ripetute rassicurazioni è noto come l’attuale governatore forzista traguardi altre mete, pronto a raggiungerle alla prima occasione. Alberto Cirio, a scadenza naturale, dovrà passare la mano nel 2029 e di acqua sotto i ponti della politica ne sarà passata, insieme alle elezioni politiche. Ma, ad oggi, appare difficile intravedere una possibile perpetuazione di Forza Italia alla guida del Piemonte. Non si vedono profili e nessuno si sente di escludere che lo stesso governatore cancelli dal suo vocabolario politico l’après moi le déluge, pur senza la necessità di avere al cospetto una marchesa di Pompadour.
In questo lontano scenario la Lega, dunque, potrebbe giocare la sua partita per cercare di riconquistare il Piemonte, incominciando con notevole anticipo a farlo, puntando sull'attuale sindaco di Novara Alessandro Canelli, avendo ben presente la concorrenza fraterna. Aggiungere il Piemonte alla Lombardia non è solo un’aspirazione, ma un piano per Meloni e i suoi. Gli aspiranti candidati non mancano di certo. La vicepresidente Elena Chiorino studia a tempo per eliminare il suffisso dal suo ruolo, l’assessore alla Sanità Federico Riboldi, per usare il lessico militare a lui caro, è in campagna elettorale in servizio permanente effettivo e tra chi userebbe l’ampio lasso di tempo da qui alle urne per preparare la scalata interna ci sarebbe pure il da poco presidente della Provincia di Vercelli Davide Gilardino. Altri ancora potrebbero affacciarsi pronti a salire al quarantesimo piano del grattacielo. Senza tacer del fatto che nessuno è pronto a scommettere un centesimo che sulla scelta finale, se sarà dei Fratelli, il cofondatore Guido Crosetto potrebbe dire come Clark Gable, “francamente me ne infischio”.



