Torino, conti da retrocessione. Cairo salvo con le plusvalenze
12:00 Martedì 22 Aprile 2025Il bilancio 2024 presenta una società in difficoltà, piena di debiti e soprattutto senza alcuna prospettiva. Il sacrificio dei "gioielli" non potrà che proseguire. L'intervento di Banca Ifis del giro Agnelli. E pensare il patron granata si vanta di essere un contabile da Oscar
Conti in area di rigore. Il bilancio 2024 del Torino Football Club Spa, recentemente pubblicato sul sito della squadra non è – come già anticipammo lo scorso autunno – un gran bilancio. Un presidente che, nel passato, si fregiava di essere il titolare dell’Oscar di bilancio del calcio, presenta conti stentati che per essere rabberciati hanno richiesto non solo una, ma ben due – e come vedremo anche più di due – ricche plusvalenze. E questo, non solo per chiudere con un utile frutto di evidenti componenti straordinarie, ma per non dovere mettere mano al portafoglio (gesto che a Urbano Cairo provoca uno sciupun) e poter ripristinare così un equilibrio patrimoniale e finanziario, altrimenti compromesso.
Le Plusvalenze: piccola luce nel buio
Le plusvalenze del 2024 ammontano, infatti, a 58.455 mila euro grazie alle note vendite di Alessandro Buongiorno (32,8 milioni) e di Raoul Bellanova (euro 15,3 milioni) ma anche a quella meno nota in termini economici del vituperato David Zima (1,8 milioni) e, soprattutto, ai ricchi premi incassati per le vendite nel passato di Gleison Bremer, Simone Verdi, Armando Izzo e Wilfried Singo. Sarebbe stato decisamente diverso l’esito dei conti 2024 se nel 2023 Buongiorno non avesse generosamente rinnovato il proprio contratto con il Torino, assicurando così alla squadra nella quale è nato e cresciuto un incasso che altrimenti non si sarebbe concretizzato. A lui, come minimo, dovrebbe essere dedicato l’utile dell’esercizio.
Un futuro incerto
Ma se al 2024 è stata messa una pezza, con un utile di 10.398 mila euro che riporta il misero patrimonio netto da 4.315 mila euro del 2023 ai 17.654 mila euro del 2024, comunque sempre troppo contenuti rispetto a debiti iscritti a bilancio per 130 milioni di euro, anche il 2025 non sembra partire in discesa. Senza dimenticare che i mezzi propri 2024 godono della rinuncia da parte del socio (chissà che dolore!) ad una quota di capitale di euro 3 milioni di euro, oltre a interessi.
Il cosiddetto risultato della gestione corrente è inoltre passato da -1.003 del 2023 a -8.591 mila euro del 2024, evidenziando un andamento negativo che, difficilmente il presidente riuscirà a migliorare se non grazie al sacrificio di qualche altro calciatore. Ma, ancor più, gli impegni finanziari per il 2025 non sembrano lasciare grande spazio alle speranze visto che nei prossimi dodici mesi risultano scadere debiti verso fornitori per 20,2 milioni di euro, debiti tributari per 12,2 milioni di euro, debiti previdenziali per 0,4 milioni di euro, altri debiti per 7,9 milioni di euro e debiti verso enti del settore specifico per 16,1 milioni di euro.
E sarebbero stati molti di più se Cairo non avesse operato, grazie a Banca Ifis (chi sarà mai il socio di riferimento? Ma certo, Sebastien Egon Fürstenberg, figlio di Clara Agnelli), una ristrutturazione del debito finanziario con il quale ha anticipatamente rimborsato i debiti in scadenza, negoziando un preammortamento di 18 mesi che lo lascia tranquillo su questo fronte almeno per un po’. Un monte di scadenze pari a circa 56,8 milioni di euro a cui si contrappongono crediti di presumibile prossimo incasso da terzi per 29 milioni di euro, nonché disponibilità liquide per 3,7 milioni di euro.
Uno sbilancio, quindi, di oltre 24 milioni di euro che Cairo potrà ridurre incassando crediti verso società del gruppo (3 milioni), mettendo mando al portafoglio per rimborsare parte dei debiti che la controllante presentava verso il Torino Fc (16,7 milioni di euro) o più probabilmente cedendo qualche gioiello o gioiellino di famiglia. E questo senza contare che, come detto, la gestione caratteristica perdeva nel 2024 ben 8,6 milioni di euro e non sembra che le cessioni abbiano comportato rilevanti risparmi, come dimostra la crescita del costo del personale (+2,2 milioni di euro), con la conseguenza che anche la probabile perdita gestionale del 2025 andrà finanziata portando gli impegni netti a superare i 32 milioni di euro.
Il sacrificio dei “gioielli”
E visto che il marchio del Toro non pensiamo che possa essere venduto, nonostante risulti iscritto nell’attivo fisso del bilancio per 53,6 milioni di euro, a seguito della rivalutazione operata nel passato, non resta che cedere qualcuno dei calciatori il cui complessivo valore netto risultava al 31 dicembre 2024 pari a 57,5 milioni di euro. Il parco giocatori di “proprietà”, però non sembra essere affatto migliorato nel periodo, in quanto i sacrifici di Buongiorno e Bellanova sono stati rimpiazzati con l’arrivo di calciatori senza particolari prospettive come Saúl Coco (8,2 milioni!), Sebastian Walukiewicz (4,7 milioni!) e Adam Masina (1 milione). Qualche speranza in più la si potrebbe porre in Guillermo Maripán (4,6 milioni) e soprattutto in Ché Adams (1,5 milioni) sul quale l’uomo mercato con lo zainetto, Davide Vagnati, ha riposto gran parte delle sue pur ridotte energie. Ma si tratta solo di speranze.
Vicende di rilievo avvenute dopo la chiusura dell’esercizio gettano luci e ombre sul Torino: l’acquisto, pur gradito non solo dalla tifoseria, di Cesare Casadei, lascia presagire la cessione di qualche altro centrocampista e, soprattutto, porta a nuovi impegni per 13 milioni di euro, a cui si dovrebbero aggiungere quelli necessari (ma fortemente improbabili) per l’acquisto di Eljif Elmas, uno dei primi calciatori con i piedi extra fini rivisto da anni al Grande Torino. E allora non bastano i 2 milioni derivanti dal sacrificio (probabilmente dovuto a problemi di cuore o, meglio di corna) del valido Mërgim Vojvoda.
Non ci sono troppe soluzioni: o Cairo mette le mani al portafoglio (eventualità quasi impossibile) o deve vendere quei pochi giocatori che possono avere ancora mercato e il cui valore netto risultante dal bilancio 2024, iscritto a fianco di ciascuno (in milioni di euro) sembra presagire a nuove plusvalenze: Vanja Milinković-Savić (0,7) e Samuele Ricci (4,3). L’alternativa di piazzare l’evanescente Ivan Ilić (9,4) o il discontinuo Nikola Vlašić (6,8 milioni) non sembra essere un’impresa facile. Esclusi questi, il panorama non sembra essere roseo, anche a causa degli infortuni (Perr Schuurs) dei quali andrebbero accertate le responsabilità, o per l’età di calciatori comunque validi e apprezzati (Duván Zapata).
Presente pesante, passato da riscattare
E tutto questo non depone, anche nel caso (agognato dai più) Cairo decida di passare la mano. Chi investirebbe in una squadra senza una rosa adeguata, senza un vivaio che non sforna da anni giovani in grado di affermarsi, senza uno stadio o, ancor più, un centro sportivo che possa attirare l’interesse di giovani che vogliano affermarsi o di meno giovani che vogliano riaffermarsi?
La mancanza di programmazione, aldilà dei proclami, sembra essere il vero tallone d’Achille di questa governance. A chi potrà bastare il nome del Toro, la sua storia, il suo storytelling che sembrerebbe avere un ritorno mediatico inestimabile se fosse valorizzato con una comunicazione adeguata (sic!)? Fa grande tenerezza vedere 20mila persone che, nonostante tutta questa mediocrità, continuano ad andare allo stadio con i figli, ricordando le gesta degli Invincibili, lo scudetto del ’76 o, quello che è peggio (ahinoi), i sedicesimi di Europa League di Bilbao del 2015. Dopo il San Mamés, solo dieci anni di oblio.



