La "decrescita felice" di Repole, purghe per i non allineati
Eusebio Episcopo 07:00 Domenica 01 Giugno 2025L'arcivescovo di Torino è stato uccel di bosco, lasciando ai suoi collaboratori la patata bollente della riorganizzazione delle parrocchie. La fatwa dei progressisti si abbatte sui religiosi del Verbo Incarnato. Di quali colpe si sono macchiati? Indovinate
Un aspetto che distingue in positivo l’arcivescovo Roberto Repole, rispetto ai suoi immediati predecessori di Torino, è quello di una maggior attenzione verso i preti in occasione di problemi di salute e situazioni familiari. Stranamente però la rivoluzione degli spostamenti dei parroci, conclusasi senza commenti con una lenzuolata sul settimanale diocesano, lo ha visto quasi assente nei colloqui con i sacerdoti, incontri sempre delegati al missus ridens don Mario Aversano a fare da parafulmine e da collettore dei malumori. Anche rispetto alle situazioni in cui occorre affrontare i fedeli per convincere e spiegare il cardinale, a differenza del suo predecessore Severino Poletto, mancando di quella esperienza pastorale che sola abilita al contatto con la gente, preferisce non farsi vedere, in ciò rivelandosi più adatto a tenere lezioni e conferenze.
Una domanda che si fanno in molti, e fra questi gli stessi interessati, è come mai, in tempi di scarsità di clero, si chiedano le dimissioni da parroco, per ridurli al ruolo di collaboratore parrocchiale, a preti che non hanno ancora compiuto i 75 anni. In precedenza, ai sacerdoti che raggiungevano tale limite d'età venivano accolte le dimissioni con la formula nunc pro tunc, adesso li si obbliga a lasciare prima l’ufficio, anche quando non hanno problemi di salute.
Ma c’è un altro elemento che ha dato luogo ai più vari commenti e che riguarda uno degli elementi chiave della “rivoluzione boariniana” e cioè la misteriosa figura del «ministero istituito di membro di equipe pastorale di parrocchie senza parroco residente». Il liturgo maximo don Paolo Tomatis comunica infatti che «il progetto è sempre all’orizzonte ma devono maturare le condizioni per individuare le comunità giuste e pronte per questo cammino». Quale significato dare a questa decisione? Mancano i candidati? Non sono quelli che si attendevano, oppure il campo di sperimentazione di Grugliasco non è ancora pronto? O, più banalmente, è una questione di soldi? In ogni caso, mai come in questi ultimi tempi le divisioni nel clero si sono accentuate e fatte più profonde, a fronte di una consorteria dominante chiusa e autoreferenziale che non intende repliche e la cui risposta è sempre quella di minimizzare e ridurre ogni critica a questione personale. E questo dovrebbe preoccupare anche quei preti non ascrivibili al versante conservatore, ma che non hanno abdicato all’esercizio della ragione e alla pratica di una comunione ecclesiale anche plurale (lasciamo perdere la sinodalità) vera e non fatta di parole.
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L’unione di tutte le sei parrocchie di Chieri sotto il boariniano don Marco Di Matteo ha avuto, «dopo l’arricchente incontro» con il suddetto don Aversano «che ci ha invitato a non assolutizzare il segmento di tempo che stiamo vivendo e a rendersi disponibili ai cambiamenti», un confronto proprio con l’esperienza di Grugliasco dove si è imparato che «non solo è possibile ma è bello uscire dalle proprie microorbite che rischiano di andare alla deriva, per aprire nuove rotte insieme agli altri». Diceva un saggio prete torinese che quando si mette un solo parroco per due parrocchie (e quindi nei fatti vengono unite) il risultato non è mai 1+1=2 ma 1+1=1,1 oppure, quando va bene, 1,60. Figuriamoci quando di parrocchie se ne mettono insieme sei. Non c’è chi manca di sottolineare che, in fondo, la vera ideologia che sovraintende al «ripensamento della presenza ecclesiale sul territorio» altro non è che quella della «decrescita felice».
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La cacciata dei religiosi e delle religiose del Verbo Incarnato dalle parrocchie di Maria Madre della Chiesa in via Baltimora e del Beato Piergiorgio Frassati in via Pietro Cossa, senza alcuna plausibile motivazione – almeno finora – era stata decisa da almeno quasi un anno e rappresenta una grande vittoria del fronte progressista. Essa era stata preparata con ogni cura fin da quando comparve nel 2022, regnante ancora monsignor Cesare Nosiglia, il pamphlet di Francesco Antonioli e della “teologa” Laura Verrani (Lo scisma emerso. Conflitti, lacerazioni e silenzi nella Chiesa del Terzo Millennio). In esso si sosteneva, senza mai farne il nome, che i Padri fossero «autoreferenziali, chiusi a qualunque forma di vita spirituale ed ecclesiale» e «in aperta contrapposizione alle linee pastorali diocesane» e che nel 2021 «due donne impegnate a titolo diverso nel mondo cattolico» avevano inviato un dossier di quaranta pagine, contenente le presunte malefatte dei religiosi, all’allora Congregazione della Dottrina della Fede, denuncia di cui, a tutt’oggi, non se ne sa più nulla. Il libro ebbe naturalmente l’entusiastica recensione di Enzo Bianchi.
Per cercare di capire gli ispiratori basta leggere i nomi che gli autori ringraziano: vi compaiono i più preclari esponenti del milieu laicale progressista torinese, tra cui l’ex sindaco Valentino Castellani e l’emergente e onnipresente virgo potens et singularis Morena Savian, dipendente a tempo pieno della Curia con l’incarico di direttore dell’importante Area dell’annuncio e della celebrazione che ha sotto di sé la pastorale catechistica, missionaria, liturgica, familiare, giovanile, universitaria e della cultura. Un vero pezzo da novanta, insomma. Ma anche i reverendi don Oreste Aime, don Ugo Bellucci, don Roberto Populin, don Marco Ghiazza e il defunto don Carlo Franco, insieme al combattente da più di mezzo secolo di tutte le battaglie “avantiste”, l’immarcescibile ex prete Enrico Peyretti.
Ma di che cosa si sarebbero resi responsabili in questi anni i Padri del Verbo Incarnato che, secondo gli autori del pamphlet, sarebbero i rappresentanti di una Chiesa «uscita dalla prospettiva evangelica» tanto da essere allontanati? Avrebbero abolito o modificato il Credo o il Canone della Messa? (come qualcuno, anche vescovo, ha fatto e fa, senza subire alcun rilievo), disobbedito ai superiori (come qualcuno può permettersi di fare tranquillamente senza conseguenze), vissuto more uxorio o more concubini (pratica conosciuta e tollerata), oppure mancato all’esercizio della comunione, termine con il quale di solito si giustifica ogni abuso di potere? Oppure non essere stati in linea, come dicono i detrattori, con la linea pastorale della diocesi? E se così fosse in che cosa si sarebbero disallineati?
Tutti sanno però – e soprattutto i laici – che, se pure i Padri hanno commesso qualche ingenuità, essi hanno un solo ed unico torto: quello di essere esigenti come lo è la sequela di Cristo, più capaci in questo di coinvolgere tutta la vita delle persone, come chiede il Signore, di ridare speranza e fiducia in Dio, di offrire non un vago umanesimo ma dottrina e di fronteggiare il relativismo con chiarezza. E questo una Chiesa secolarizzata come quella torinese, prona culturalmente e ideologicamente al moderno laicismo, non può ammetterlo. Si capisce allora perché si preferisca la decrescita felice e l’evaporazione della presenza cristiana sul territorio.


