L'INCHIESTA

Buono coglie l'atomo, ma il business nucleare resta un'incognita

Con la sua Newcleo propone mini reattori, di cui però la comunità scientifica mette in dubbio la maturità tecnologica (e i pericoli). Sul fronte finanziario, investitori e analisti si interrogano sull'effettiva redditività e sui rischi legati a tempi e costi incerti

Ma gli Smr – i mini reattori nucleari su cui punta Newcleo, la società fondata da Stefano Buono – rappresentano davvero il futuro dell’energia pulita? E siamo certi che si tratti di un’industria così redditizia come viene raccontata? Interrogativi che, seppur a mezza voce, iniziano a circolare negli uffici studi e tra gli analisti di mercato, sorpresi dal fatto che, a oggi, in Italia non si sia ancora condotta una vera analisi industriale su un comparto tanto delicato quanto strategico come quello del nucleare. Domande tutt’altro che oziose, soprattutto quando si rastrellano ingenti capitali di investitori e si sollecitano (con azioni di lobbing) investimenti pubblici. “Piccoli reattori modulari: ancora troppo costosi, troppo lenti e troppo rischiosi” si intitola eloquentemente il paper di David Schlissel e Dennis Wamsted, due autorità in materia.

Soci & Borsa

“Per il primo mini-reattore servono fino a 3 miliardi di investimenti da qui al 2030”, ha confermato qualche giorno fa a Milano Finanza il fisico-imprenditore avellinese trapiantato a Torino che dopo aver rivenduto nel 2018 al colosso Novartis per la cifra monstre di 3,9 miliardi di dollari un brevetto di medicina nucleare da lui acquistato qualche anno prima, si è gettato nel business dell’atomo. Tra le centinaia di soci convinti a mettere mano al portafoglio ci sono alcuni bei nomi del venture capital ma non solo: da Exor ad Azimut, da Ersel a Kairos, dal fondo Indaco a Banca Patrimoni Sella, passando per i Malacalza, Paolo Merloni di Ariston, il banker Claudio Costamagna, i Petrone, i Roveda, i Bormioli e i Colussi. Grande fascinazione, strategie accurate di lobbing, stampa compiacente e Buono è arrivato fino a varcare le porte dell’Eliseo ricevuto da Emmanuel Macron in compagnia nientepopodimeno che di Elon Musk.

Alcuni soci sono rimasti, qualcuno se l’è svignata, ma tutti si stanno interrogando sulla sostenibilità finanziaria del modello industriale. E stanno chiedendo lumi in giro, gettando lo sguardo oltre i confini nazionali, a quanto sta capitando nel mondo. Non è un caso che nell’intervista al quotidiano milanese abbia annunciato l’intenzione di portare Newcleo in Borsa “a partire dal 2027”, sebbene non abbia ancora deciso se sul mercato italiano o negli Usa. Un’indeterminatezza, ancora una volta, diventata la cifra che contraddistingue gli impegni di Buono: tutti declinati al futuro e corroborati da intese e accordi la cui operatività è sempre postdata, di anni. Ma i soldi servono subito.

Visionari e buchi neri

Prima di accendere un faro sui meccanismi della raccolta fondi e soppesare la tenuta finanziaria dell’operazione (tema che affronteremo nelle prossime puntate), conviene mettere a fuoco il cuore pulsante del progetto targato Buono: quei mini reattori nucleari che, almeno sulla carta, dovrebbero essere la gallina dalle uova d’uranio.

Senza una rigorosa analisi costi-benefici, l’industria dei mini reattori nucleari rischia di fare la fine di altri ambiziosi progetti sostenuti da fondi pubblici e poi naufragati. I precedenti, del resto, non mancano.
 
“La tecnologia dei piccoli reattori modulari non è matura, è ancora sperimentale – avverte un analista – e la sua reale convenienza economica resta tutta da dimostrare”. Anche perché, come fa notare lo stesso esperto, un rapido giro online mostra come diverse aziende abbiano già a catalogo i loro modelli. Secondo l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, nel mondo ci sono circa 70 progetti di mini reattori, ma solo uno è attualmente operativo: un impianto galleggiante al largo della Siberia orientale. Il progetto più avanzato sul piano commerciale è quello della statunitense NuScale, il cui primo reattore dovrebbe entrare in funzione nel 2029. In Europa si muovono anche Edf, attraverso la controllata Nuward, e Rolls-Royce con un proprio programma nel Regno Unito.
 
NuScale ha già pronto il suo reattore, il Power Module, approvato dalla Nuclear Regulatory Commission americana. Un impianto pensato per produrre energia elettrica, calore per il teleriscaldamento, desalinizzazione, idrogeno su scala industriale e altri impieghi di processo.

La cautela di Bankitalia

In una recentissima analisi (L’atomo fuggente), la Banca d’Italia evidenzia non solo che “una reintroduzione del nucleare non avrebbe significativi impatti sul livello dei prezzi”, e quindi sulle bollette di cittadini e imprese, ma che le incertezze legate alle tecnologie scelte, “gran parte delle quali non sono ancora disponibili per la commercializzazione” rendono “opportuno un approccio cauto, che predisponga e promuova anche strategie alternative”., come le rinnovabili. Gli effettivi costi delle nuove tecnologie nucleari “presentano un’elevata incertezza perché nella gran parte dei casi non sono ancora stati costruiti i first-of-a-kind”, ricorda via Nazionale. Insomma, piedi di piombo.

E Newcleo?

Solo nel mese di giugno l’azienda guidata da Stefano Buono ha fatto tre annunci internazionali che sono stati presentati in pompa magna. Il primo è un accordo del 3 giugno con Javys, società di stato slovacca, con la quale costituirà una joint venture – con la torinese al 49% – che punta a realizzare in Slovacchia quattro reattori di terza e quarta generazione. Il secondo annuncio arriva il 10 giugno e riguarda il Regno Unito, dove il dipartimento per la sicurezza energetica e il Net Zero – equivalente del ministero dell’Ambiente – hanno accettato la richiesta di Generic Design Assessment, che sarebbe il primo passo verso la realizzazione di reattori nucleari nel Regno Unito da parte di Newcleo. Infine il terzo annuncio arriva il 17 giugno e riguarda la fusione con Maire per la costituzione di una nuova società, la Nextcleo, che si dovrà occupare di sviluppare tecnologie e servizi tecnici specializzati nel settore dell’energia nucleare; in questa joint venture Newcleo detiene il 40%. Annunci, ma nei fatti?

Sogno miliardario

Sul fronte industriale a che punto siamo? Newcleo punta a raccogliere 1 miliardo di euro per sviluppare il reattore da 30MW (che costerà 270 milioni di euro), l'impianto di trattamento Mox (570 milioni di euro) e il reattore da 200MW (250 milioni di euro). A riguardo le criticità sembrano essere due: una di natura economica e l’altra attiene al fattore di rischio. Il miliardo di euro infatti è ben lontano dall’essere raggiunto perché dal 2021, l'azienda ha raccolto 570 milioni di euro da investitori istituzionali e privati. Da qui il passo verso l’Ipo e l’insistente pressing sul governo affinché entri come socio forte.

Il rischio

Il fattore di rischio invece è legato al Mox. Dalle analisi realizzate da un fondo francese che ha valutato un investimento in Newcleo – da cui si è rapidamente defilato –  l’utilizzo di reattori a combustibile misto uranio/plutonio (Mox) è visto come una criticità: “La produzione sarà complessa e costosa, e l'ottenimento delle licenze sarà lungo e arduo”, si legge nel documento visionato dallo Spiffero, “La roadmap di Newcleo include anche la costruzione di un impianto Mox, che rappresenta una sfida considerevole (soprattutto con il Mox contenente il 30% di plutonio)”.

Conviene davvero?

Ma quindi è ancora conveniente tentare di farsi largo in un mercato che è assai avanzato e forse già vicino alla sapurazione? “Partire da zero per il design di un prodotto complesso vale la pena se hai concepito un’innovazione radicale”, ragiona una nostra fonte, tra i massimi esperti di economia applicata. “Apple fece l’iPhone da zero quando Nokia dominava il mercato retail e BlackBerry il mercato business. Ma era un oggetto così diverso da fare fallire le altre aziende. Ma insomma gli Smr li fanno aziende come Rolls Royce…”.

NuScale e Rolls-Royce sono avanti, mentre il piano di Newcleo sembra essere in ritardo sul ritardo: il primo prototipo simulatore di un "advanced modular reactor" è previsto entro il 2026 in Italia, mentre il primo reattore dovrebbe entrare in attività entro la fine del 2031 in Francia, infine la decisione finale di investimento per il primo impianto di scala commerciale è prevista intorno al 2029. 

Il rapporto di Ieefa

In un panorama intricato fatto di investimenti, ricerca di capitali pubblici e privati e promesse tecnologiche, a raffreddare gli entusiasmi ci ha pensato l’Ieefa – Institute for Energy Economics and Financial Analysis – che nel 2024 ha sonoramente bocciato l’operazione mini reattori. “Uno degli argomenti chiave dei sostenitori degli Smr è la loro presunta competitività economica", afferma Schlissel, direttore dell’analisi sulla pianificazione delle risorse dell’Istituto. “Ma l’esperienza sul campo dimostra che, semplicemente, non è così”. Secondo il rapporto firmato da Schlissel insieme a Wamsted, i piccoli reattori modulari presentano tre criticità fondamentali: sono troppo costosi, troppo lenti da costruire e troppo rischiosi. "Le esperienze finora maturate, tra impianti operativi e progetti in cantiere, dimostrano che i costi restano elevati e i tempi di realizzazione ben più lunghi di quanto promesso”.

Una prospettiva che potrebbe mettere in discussione non solo gli investimenti privati – dove il rischio è, almeno in teoria, calcolato – ma soprattutto quelli pubblici. È proprio per questo che l’Ieefa suggerisce restrizioni nell’erogazione di fondi statali, per evitare che ritardi e lievitazioni dei costi finiscano sulle spalle dei contribuenti. Un avvertimento che dovrebbe suonare familiare anche in Italia, dove l’idea di far entrare lo Stato nel capitale delle aziende del settore nucleare è tutt’altro che remota. Lo scorso marzo, Newcleo è finita nel mirino di ben due ministeri: quello dell’Ambiente di Gilberto Pichetto Fratin e quello delle Imprese di Adolfo Urso. Si parlava di un possibile ingresso pubblico con una dote da 200 milioni di euro. Ne parleremo anche noi. (3 - continua)