Duello (sotterraneo) dei vice:
Cirio allunga su Occhiuto.
Tajani sempre più zimbello
07:00 Martedì 08 Luglio 2025
La guerra silenziosa per la leadership di Forza Italia passa anche per i due governatori. Il piemontese col sorriso da sagra del tartufo vola nei sondaggi, il calabrese, zavorrato da inchieste, cerca nuovi appoggi. Il ruolo di Marina Berlusconi (e di "zia Moratti")
Un duello sottotraccia, mai dichiarato apertamente, ma che cova nelle stanze di Forza Italia: Alberto Cirio e Roberto Occhiuto, governatori e vicesegretari, si studiano a distanza, pronti a posizionarsi per il dopo-Tajani, quando il tema della successione, prima o poi, si imporrà.Il partito, inchiodato sotto il 10% e costretto a una competizione con la Lega di Matteo Salvini tra alleati poveri di Giorgia Meloni, fatica a ritrovare smalto, mentre il suo (diciamo) leader, Antonio Tajani, si ritrova sempre più spesso a fare la figura dello zimbello. La rilevazione del gradimento del Sole 24 Ore di ieri segna un punto netto per Cirio, che conquista il terzo posto tra i presidenti di Regione più amati con un consenso del 59%, mentre Occhiuto, pur nella top ten, si piazza molto indietro, al quinto posto con il 58%. Una distanza che, per ora, sembra premiare il piemontese, ma che non chiude la partita.
Cirio, il gigione langhetto
Cirio è il classico ragazzo di provincia che ce l’ha fatta. Con il suo accento “langhetto” che scatena risatine anche tra i colleghi forzisti – “parla come un contadino di Cuneo”, sussurrano nei corridoi di Montecitorio –, si presenta come il candidato perfetto per chi cerca un leader alla mano, comunicativo, capace di scaldare i cuori a un comizio come a una sagra del tartufo. La sua esperienza a Bruxelles gli dà un’aura di europeista navigato, ma il baricentro di Forza Italia, sempre più spostato verso il Centro-Sud, non gli rende la vita facile. “È troppo piemontese per un partito che vive di arancini e cannoli”, ironizza un parlamentare di lungo corso. Eppure, Cirio ha un asso nella manica: piace a Marina Berlusconi, che lo vede come un volto fresco, lontano dalle beghe romane e dalle ombre del passato. “Non si vuole che si sappia”, sussurrano i beninformati, ma la primogenita del Cavaliere apprezza il suo stile diretto e il suo pragmatismo. Peccato che il suo essere “gigione” rischi di farlo sembrare un po’ troppo leggero per la leadership di un partito che, nonostante tutto, resta una galassia complessa. Il suo terzo posto nel Governance Poll 2025, con un consenso del 59% (+2,87% rispetto alle elezioni già di sé plebiscitarie), ne certifica la solidità, posizionandolo sul podio insieme a mostri sacri come Fedriga (66,5%) e Zaia (66%).
Occhiuto, il calabrese romano
Dall’altra parte del ring, Occhiuto, governatore della Calabria con un piede ben piantato nella Capitale. Ex capogruppo alla Camera, conosce le dinamiche romane come le sue tasche e vanta una rete di parlamentari che lo rende un giocatore temibile. “È un calabrese che parla come un lobbista di via Veneto”, dicono di lui, e non è un caso che sia dialogante con la minoranza interna di Licia Ronzulli e Giorgio Mulè, pronta a sfidare l’egemonia di Tajani. Ma il suo essere “uomo del Sud” lo espone a un doppio rischio: da un lato, il pregiudizio di chi lo vede troppo legato a un territorio complesso e foriero di inciampi; dall’altro, l’inchiesta per corruzione che lo ha travolto come un fulmine a ciel sereno: un bonifico da 21 mila euro, ritenuto sospetto da Bankitalia, incassato da Occhiuto nel 2020, quando era ancora deputato e candidato alla presidenza della Calabria. Al centro della vicenda, il suo fedelissimo Paolo Posteraro, oggi capo segreteria della sottosegretaria Matilde Siracusano (e compagna di Occhiuto), e Ernesto Ferraro, vertice di Ferrovie della Calabria. “Un intreccio di nomine, aziende e versamenti che puzza di clientelismo”, tuona l’opposizione. Nel Governance Poll 2025, Occhiuto si piazza al quinto posto con il 58% di consensi (+3,5% rispetto al 54,5% delle elezioni del 2021), primo tra i governatori del Sud, ma lontano dal podio di Cirio e penalizzato, sia pur marginalmente, dall’inchiesta giudiziaria.
Tajani, il tortellone inconcludente
In questo duello, il vero convitato di pietra è Tajani, il vicepremier che qualcuno ha ribattezzato “il Don Abbondio dei Parioli”. Con le sue uscite da Mago Otelma – “non ci sono segnali di un attacco israeliano all’Iran”, disse il giorno prima che scoppiasse la guerra – Tajani è diventato lo zimbello del governo, un “pesce lesso” che prova a tenere insieme un partito che scricchiola sotto il peso delle sue contraddizioni. La sua insistenza sullo ius scholae, bocciata senza appello dalla Lega e guardata con freddezza dalla stessa Marina Berlusconi, sembra più un favore alla Meloni per seminare zizzania tra i leghisti che una vera convinzione. “È una contraddizione vivente, un teatrino avvilente”, ironizza Matteo Renzi. E mentre Tajani si rimangia tutto, giurando che “lo ius Italiae non è una priorità”, i bonifici dei figli di Berlusconi arrivano a salvarlo: 700 mila euro, 100 mila a testa da Marina, Piersilvio, Eleonora, Barbara, Luigi, Paolo e Marta Fascina. “Tajani può stappare lo champagne”, gongola il tesoriere Fabio Roscioli, ma il sospetto è che la famiglia Berlusconi stia tenendo il partito in vita solo per non farlo implodere prima del tempo.
La vecchia zia
E poi c’è Letizia Moratti, la “vecchia zia” che, a dispetto dell’età, non ha nessuna intenzione di fare la spettatrice. Ricca, ascoltata dai figli del Cavaliere e con un attivismo che preoccupa i big di Forza Italia, Moratti potrebbe essere la reggente di un passaggio generazionale. “Una transizione verso Cirio o Occhiuto? O magari verso qualcun altro?”, si chiedono i maligni. La sua ombra si allunga su un partito che fatica a trovare una rotta, stretto tra la nostalgia di Silvio e le ambizioni di una nuova generazione. La sua ombra si allunga su un partito che fatica a trovare una rotta, stretto tra la nostalgia di Silvio e le ambizioni di una nuova generazione. Un partito in bilico, tra porchetta e tartufi.
Duello, fuori i secondi
Il duello Cirio-Occhiuto, per ora ben dissimulato, è il riflesso di un partito che cerca di sopravvivere a sé stesso, schiacciato dalla competizione con una Lega altrettanto in affanno. Cirio, con il suo appeal provinciale, punta a incarnare una Forza Italia più moderna, meno legata alle vecchie logiche romane, e il suo terzo posto nel Governance Poll ne rafforza la candidatura. Occhiuto gioca la carta dell’esperienza e della rete parlamentare, ma l’inchiesta lo ha parecchio azzoppato. Entrambi, però, hanno un problema: Tajani, il “tortellone inconcludente”, è ancora lì, tenuto in piedi dai bonifici dei Berlusconi e dalla mancanza di alternative credibili. E mentre il partito della porchetta si divide tra enclave sudiste e sogni riscatti nordisti, la vecchia zia Moratti trama nell’ombra.



