BERLUSCONES

Pier Silvio spara su Tajani, psicodramma in Piemonte

Le bordate del secondogenito di Berlusconi mandano nel panico la prima linea del partito, composta da ex ronzulliani convertiti sulla via della Ciociaria. Mentre Cirio che piace alla famiglia (ma non si può dire) prende quota come volto nuovo della compagine azzurra

E pensare che si erano a fatica riposizionati, dopo aver flirtato a lungo con Licia Ronzulli, la “vestale di Arcore” retrocessa a caporalmaggiore dopo la morte del Cavaliere. Una volta temutissima, oggi si limita a capeggiare una sparuta minoranza interna – Giorgio Mulè, Alessandro Cattaneo e pochi altri – scalzata dai Tajani boys, che poi “boys” mica tanto, visto l’età piuttosto avanzata della cosiddetta “porchetta magica”, l’inner circle dello statista ciociaro, il segretario Antonio Tajani. Giusto per rendere l’idea: Paolo Barelli, romano de Roma capogruppo alla Camera, ha 71 anni; Francesco Battistoni, l’uomo dell’organizzazione, arriva da Proceno nell’Alta Tuscia e ne ha 58; il portavoce Raffaele Nevi, ternano, è del ’72, praticamente è il pivellino del gruppo. Un terzetto che, più che sprint giovanile, sembra evocare la calma di un buon vino invecchiato.

E ora, su quel cerchio, sono piombate le parole di Pier Silvio Berlusconi, scolpite ieri nella conferenza stampa dei palinsesti Mediaset: “Stimolo Tajani a guardare avanti e a introdurre nella squadra del partito presenze nuove, che non vuol dire per forza giovani. Ma bisogna guardare avanti, il mondo della politica ha delle mancanze di leadership se si vuole crescere bisogna far crescere i leader. Bisogna trovare dei politici che abbiano esperienza o inizino a fare esperienza e dicano la loro. Anche da un punto di vista di peso in termini di comunicazione”.

Zangrillo & Red Patacca nel panico

Le bordate del secondogenito del fondatore hanno scatenato il panico nella prima linea piemontese. A guidare la truppa c’è Paolo Zangrillo, ministro della Pubblica amministrazione, catapultato al vertice regionale di Forza Italia per militanza ma per meriti “famigliari”: il fratello Alberto è stato per un decennio il medico personale del Cav. Si dice, con un ghigno, che non fosse nemmeno iscritto quando gli hanno consegnato le chiavi del partito. Chissà.

Accanto a lui, come un fedele staffiere, Roberto Rosso, meglio conosciuto come Red Patacca per distinguerlo dall’originale, l’omonimo ex segretario regionale azzurro poi passato armi e bagagli a Fratelli d’Italia salvo essere poi espulso dopo un arresto in un’inchiesta su presunto scambio politico-mafioso, accusa da cui è stato prosciolto. Con un curriculum che spazia dalla Lega di Gipo Farassino ad Alleanza Nazionale del federale missino Ugo Martinat, Red Fake è il classico jolly della politica, capace di cambiare casacca con la disinvoltura di un camaleonte. Entrambi, Zangrillo e Rosso, erano ronzulliani di ferro, ma si sono prontamente inginocchiati ai piedi del “fregapiano” ciociaro quando il vento è cambiato, dimostrando un fiuto per la sopravvivenza che farebbe invidia a un gatto randagio. Ora, invece, tremano, scrutando l’orizzonte.

Vota Antonio

E poi c’è Claudia Porchietto, assessore nella giunta di Roberto Cota, deputata per una sola legislatura, è stata a lungo l’amazzone in terra subalpina di Maria Stella Gelmini, al punto che per un attimo aveva accarezzato l’idea di seguire la sua mentore in Azione, prima che la stessa ex ministra facesse retromarcia per trovare rifugio nei lidi di Noi Moderati di Maurizio Lupi. Ora, nella veste di sottosegretaria regionale, gira a vuoto in lungo e in largo il Piemonte declamando “Antonio, Antonio, Antonio”, quasi fossero i grani dell’Avemaria. Ma il suo fervore sembra più un atto di penitenza che una strategia politica, tutta concentrata a candidarsi. Dove? Ovunque, dal consiglio di condominio al parlamento.

Cirio, il barotto che piace

E mentre a Roma c’è chi si barrica nel bunker tajaniano, in Piemonte comanda lui: Alberto Cirio, il governatore, appena rieletto a furor di popolo, amatissimo anche da esponenti delle altre forze politiche (per informazioni chiedere a Stefano Lo Russo). Conquistato il podio dei presidenti più amati della penisola (sui risultati amministrativi ci sarebbe da discutere), Cirio ha fatto il botto alle ultime elezioni regionali, con la sua lista personale che ha superato il 12%, attestandosi come seconda forza della coalizione, e un consenso personale che ha superato di 108 mila voti quello del centrodestra alle Europee (+6%).

Moderato, poco ideologico, fieramente antifascista e aperto sui diritti, il politico langhetto è il prototipo del “liberale del Nord” che piace a Marina Berlusconi, anche se i due tengono i rapporti sotto un velo di discrezione. Leale a Tajani, con cui ha costruito un solido legame ai tempi di Bruxelles, Cirio è però pragmatico: sa che Forza Italia deve cambiare pelle, svecchiarsi, correre più veloce nella comunicazione e nelle dinamiche di coalizione. Non a caso, ormai frequenta Roma almeno un giorno alla settimana. Con un occhio al Quirinale e l’altro ai listini elettorali.

È vicesegretario nazionale di FI, ma soprattutto è un altro mondo rispetto a Tajani e i suoi: è del Nord, anzi del profondo Piemonte. Talmente barotto che a Roma lo chiamano “il venditore di nocciole”, tra sorrisetti e sarcasmo. Ma Cirio piace. E ha una marcia in più.

Langhe style

Le parole di Pier Silvio, che ha chiesto “volti nuovi” e criticato il partito per essere troppo “romanocentrico” e privo di idee, sono parse a molti un endorsement indiretto a figure come Cirio. Porta i suoi 52 anni con leggerezza, incarnando quel rinnovamento con un appeal che i vari Barelli, Battistoni e Nevi manco si sognano. I detrattori romani lo accusano di essere troppo “provinciale”, con quel suo tratto da “Langhe style” che sa di nocciole e Barolo, ma è proprio questo a renderlo credibile agli occhi di un elettorato stanco di carrozzoni e vecchi notabili. Cirio, però, si schermisce: giura fedeltà a Tajani, recita la litania del bravo soldato, ma intanto si muove con astuzia, fermandosi spesso nella Capitale per tessere la sua tela.

Caos calmo

Il Piemonte, dunque, è un microcosmo del caos nazionale di Forza Italia. Da una parte, i transfughi ronzulliani come Zangrillo e Rosso, che si sono riciclati Tajani boys senza troppi scrupoli. Dall’altra, figure come Porchietto, che vagano in cerca di una bussola politica. E poi c’è Cirio, che, pur senza sbandierarlo, sembra pronto a raccogliere il testimone di un partito che deve scegliere: o rinnovarsi, come chiede Pier Silvio, o restare ostaggio della “porchetta magica” e delle sue liturgie romane. Intanto, a Torino e dintorni, lo psicodramma continua, tra riunioni carbonare e sussurri che sanno di grida disperate. E il telefono di Marina, si dice, squilla sempre più spesso.

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