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Gay vede opportunità, per Cellino è resa: imprenditori divisi dall’accordo sui dazi

Le posizioni del presidente degli industriali di Torino e del numero uno dell'Api incarnano due visioni differenti: da un lato, chi guarda a nuovi mercati e a un'Europa più integrata; dall'altro, la frustrazione di chi si sente abbandonato da un'Unione percepita come debole

L’accordo siglato ieri in Scozia tra il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, che fissa i dazi sulle esportazioni europee verso gli Usa al 15% a partire dal 1° agosto, evitando la temuta aliquota del 30%, ha generato reazioni contrastanti in Italia. L’intesa, che esenta prodotti strategici come aeromobili, componenti, farmaci generici e alcune materie prime, ma mantiene i dazi al 50% su acciaio e alluminio, è stata accolta con un misto di sollievo e preoccupazione dal sistema produttivo ed economico italiano.

Le posizioni di Marco Gay, presidente dell’Unione Industriali di Torino, e di Fabrizio Cellino, presidente di Api Torino, riflettono una netta divergenza tra le prospettive delle grandi imprese e quelle delle piccole e medie, evidenziando le sfide che l’Italia e l’Europa devono affrontare in un contesto globale sempre più complesso. “I dazi non possono essere una buona notizia, sono frutto di una trattativa che impone che l’Europa faccia l’Europa, che vuol dire iniziare ad abbattere i dazi interni alla Ue. Credo che in questo momento sia prioritaria la firma del Mercosur – spiega il numero uno di via Fanti – perché è una parte fondamentale per implementare le esportazioni. Noi siamo un territorio ad altissima vocazione di export e quindi aprire nuovi settori, nuove strade, nuovi paesi, che è quello che le imprese fanno tutti i giorni, deve essere una strategia europea. Se consideriamo l’automotive passare dal 27,5 al 15% è una notizia che nella non positività ci aiuterà a competere”.

La posizione di Gay riflette un pragmatismo orientato alla ricerca di opportunità. Pur riconoscendo che i dazi non sono una buona notizia, sottolinea il vantaggio relativo della riduzione dal 27,5% al 15% per l’automotive, un settore chiave per il Piemonte e l’Italia. Gay spinge per un’Europa più coesa, capace di eliminare le barriere interne e di puntare su accordi commerciali come il Mercosur per diversificare i mercati di esportazione, compensando così le perdite negli Stati Uniti. La sua visione è quella di un sistema di grande industria strutturata, capace di assorbire shock economici e di adattarsi attraverso strategie globali.

“Siamo stanchi di un’Europa debole, siamo stanchi di una politica priva di leader davvero capaci di portarci al livello che meritano gli imprenditori europei. Sulla ribalta mondiale, l’Europa deve avere più coraggio – è il controcanto di Cellino – e dovrebbe essere più consapevole della sua autorevolezza che, tuttavia, non può prescindere da una maggiore unione tra gli Stati e da un maggior coordinamento sui punti in comune. L’accordo con gli Usa sui dazi è un pessimo accordo sia in termini politici (perché è chiaro che ci siamo arresi e siamo stati sconfitti), sia economici: con il dollaro svalutato, sarà un gravissimo problema per le aziende europee esportare. Tutto questo comporterà nuovamente una perdita di produzione e competitività per le nostre imprese. Tutto ciò si traduce in un lento morire del nostro sistema economico e sociale: un orizzonte che, come cittadini e imprenditori, non possiamo accettare”,

Cellino esprime una frustrazione profonda, tipica delle pmi, che percepiscono l’accordo come una resa politica ed economica. La sua critica si concentra sull’incapacità dell’Europa di negoziare con forza, denunciando una leadership debole e un coordinamento insufficiente tra gli Stati membri. Per le piccole e medie imprese, meno strutturate rispetto alle grandi, l’impatto dei dazi al 15% combinato con la svalutazione del dollaro rischia di essere devastante, riducendo la capacità di competere sui mercati internazionali e minacciando la sopravvivenza stessa di molte aziende. Cellino vede nell’accordo un simbolo di un’Europa “sconfitta”, incapace di difendere gli interessi delle sue imprese più piccole.

“Ridurre al 15% l’impatto tariffario significa un miliardo di euro in gioco per il Piemonte, una cifra non trascurabile. È un segnale di stabilizzazione, un punto fermo in una fase di forte incertezza”, sottolinea Giovanni Genovesio, numero uno di Cna Piemonte. L’intesa non è ancora blindata e presenta numerose deroghe. L’industria aeronautica, ad esempio, sarà esentata. Diversa la situazione per l’automotive, già duramente colpito, che ora si trova davanti a una rimodulazione solo parziale. Tra i comparti più penalizzati spicca quello agroalimentare, che ha subito contraccolpi pesanti sul mercato statunitense. Le stime preliminari parlano di 200 milioni di euro di perdite per il Piemonte. “Le imprese del vino, del riso e del lattiero-caseario — soprattutto quelle legate alle denominazioni d’origine protetta come Parmigiano Reggiano e Grana Padano — stanno pagando il prezzo più alto”, denuncia Carlo Loffreda, direttore di Coldiretti Torino, che auspica un intervento concreto da parte dell’UE per compensare i danni subiti dagli agricoltori.

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