L'Ue vuol togliere i Fondi alle Regioni. Confindustria: "No alla centralizzazione"
Stefano Rizzi 12:04 Mercoledì 30 Luglio 2025Allarme degli industriali per l'intenzione di Bruxelles di concentrare le risorse a livello statale. Dal Veneto alla Lombardia, gli imprenditori pronti a fare pressione sulla Commissione. Gay (Unione Industriale di Torino): "Scelta sbagliata e pericolosa"
Centralizzazione. Non serve essere federalisti o avere pulsioni autonomiste per reagire con forte preoccupazione, come sta facendo il mondo industriale italiano, a quel concetto che sta dietro al progetto dell’Unione Europea di spostare la gestione dei Fondi di Coesione dalle Regioni ai governi centrali.
A mettere in allarme il settore produttivo del Paese, con non poche analogie rispetto a quanto sta accadendo nei land della Germania e in altri territori europei, è la comunicazione numero 46 della Commissione presieduta da Ursula von der Lyen.
Nel documento c’è ben chiara la necessità, ritenuta tale da Bruxelles, di modificare radicalmente il sistema dei fondi destinati allo sviluppo e alla competitività, attuando una gestione centralizzata a livello statale e cambiando altrettanto profondamente le materie di intervento con un approccio molto specialistico e settoriale.
Gravi conseguenze sul Pil
Una necessità che non sono non viene ravvisata, ma le sue possibili conseguenze sono ritenute foriere di effetti negativi da Confindustria, nelle due varie articolazioni territoriali. In una lettera aperta sul Sole 24Ore, Raffaele Boscaini, presidente di Confindustria Veneto parla di “una trasformazione che potrebbe snaturare la funzione originaria della Coesione, indebolendo la competitività ei territori e marginalizzando attori chiave come le Regioni e le rappresentanze economiche e sociali”. E dalle Regioni, in questo caso la Lombardia, si prefigura come fa l’assessore allo Sviluppo Economico Guido Guidesi “una locomotiva d’Italia senza carburante che potrebbe fermarsi, con ripercussioni importanti anche sul Pil nazionale dopo il 2027”. Non meno grave lo scenario prefigurato dal presidente di Confindustria Lombardia, Giuseppe Pasini che ha usato l’immagine di “un altare a cui si stanno sacrificando territori che generano valore per tutto il Paese”.
Trasferire dalle Regioni, più vicine alle necessità e alle visioni degli operatori economici che agiscono sul territorio, allo Stato la gestione di questi fondi rappresenta ben più di uno spettro per gli imprenditori determinati a “una mobilitazione che coinvolga istituzioni europee, nazionali e regionali, insieme alle forze politiche e sociali”, come scrive nell’appello Boscaini, ricordando che negli ultimi sette anni la sua regione ha saputo utilizzare con efficacia quasi 3 miliardi di fondi strutturali destinati a innovazione, formazione, energia, turismo e politiche agricole.
Le preoccupazioni in Piemonte
Appello e analisi “che condivido appieno”, dice allo Spiffero Marco Gay, presidente dell’Unione Industriale di Torino. “La centralizzazione di queste risorse, attualmente affidate dall’Unione Europea alle Regioni, non è la strada giusta da percorre. Farlo – spiega Gay, che prima di approdare al vertice di via Fanti aveva presieduto Confindustria Piemonte – significherebbe allontanare dalla natura delle politiche di coesione, ovvero rendere i territori competitivi sia in base alla capacità di progettare sia di spendersi in progetti comprendendo le necessità dell’industria”.
Passare da un sistema come quello attuale dove ciascuna Regione riceve una quantità determinata di risorse a uno in cui un unico plafond viene destinato allo Stato, col sovrappiù di una serie di vincoli legati alle filiere di utilizzo, per il sistema confindustriale equivale non solo a complicare le procedure, ma soprattutto come ribadisce il presidente degli industriali di Torino “rappresenterebbe un cambiamento colossale che è bene evitare”. Meno tranchant, Gay, circa i filoni da definire con precisione com’è nell’intenzione della Commissione Europea, “ma che questo significhi allontanarsi dai territori dove le risorse devono essere utilizzate e dalle loro necessità e peculiarità, lo trovo inaccettabile, oltreché molto rischioso. Nel nostro caso è responsabilità della Regione Piemonte, ragionando con i suoi stakeholder, definire come impiegare le risorse. E questo è il metodo giusto che fino ad oggi ha garantito ottimi risultati”.
Pacchetto di modifiche
Incamminarsi verso la direzione opposta, magari poi dovendo ripiegare su sovrastrutture e procedure per suddividere il plafond nazionale tra le Regioni, non può che apparire un percorso non solo tortuoso, ma certamente più lontano dagli obiettivi raggiunti fino ad ora. E se, come ricorda il presidente di Confindustria Veneto “lo sviluppo nasce dall’ascolto dei territori e dalla valorizzazione delle loro specificità”, anche la promessa di Bruxelles di un aumento delle risorse nel programma 2028-2034 non mitiga i timori che portano gli industriali italiani del Nord, ma anche del resto del Paese, a preparare un pacchetto di proposte per modificare i piani della Commissione. A rischiare di più, come ricordano gli industriali del Nord Est, sarebbero le regioni più virtuose , che hanno usato i fondi come strumento di sviluppo e non come leva emergenziale.
Un’azione quella nei confronti della Commissione Europea che, come viene sollecitato, ha bisogno del sostegno della politica, europea e nazionale, ma non di meno delle stesse Regioni destinate a venir esautorate da un ruolo di notevole importanza per l’economia. “Essere coesi su questo punto – ribadisce Gay – è fondamentale. Non perché si è contrari a priori alla centralizzazione, ma perché in questo caso non funzionerebbe”.


