Quei convegni di Donat-Cattin

Qualche buontempone può anche ancora ironizzare sui convegni settembrini che le correnti della Dc organizzavano alla ripresa dell’attività politica. Ma, senza tracciare alcun confronto improprio tra quei tempi e il “nulla della politica” della stagione contemporanea – per dirla con una felice espressione di molti anni fa di Mino Martinazzoli – quello che non si può non rimpiangere è quando i partiti, e nel caso specifico, le correnti dei partiti dettavano l’agenda politica all’intero Paese. Sì, erano altri tempi, d’accordo. Ma la politica, al di là dello scorrere del tempo e del cambiamento fisiologico degli strumenti organizzativi, non cambia la sua mission, il suo ruolo e la sua funzione se vuole continuare ad essere protagonista e decisiva nel costruire gli scenari da un lato e, soprattutto, nel dare risposte concrete e tangibili ai cittadini dall’altro. A tutti i cittadini. Questo era il senso politico di quei convegni.

Dallo storico convegno della sinistra sociale Dc di Saint-Vincent organizzato da Carlo Donat-Cattin agli altri meeting, delle altre correnti, disseminati in tutta Italia. Come, del resto, anche se in modo meno appariscente, erano i convegni patrocinati da altri partiti di governo. Il Pci ne era esente perché essendo plasmato al suo interno dal modello del “centralismo democratico” non c’era la possibilità concreta di organizzare convegni di parte in quanto incompatibili con lo statuto del partito. Ma, al di là di questa convegnistica storicamente riconducibile alla vita interna della Dc, quello che non si può non rilevare oggi è che la politica nel suo complesso non riesce più a dettare l’agenda.

Lo conferma, in modo persino plateale, il grigio e funesto teatrino quotidiano dove la maggioranza di centro destra esalta, e comprensibilmente, la gesta del governo di Giorgia Meloni e l’opposizione, sempre più radicale/populista/ massimalista ed estremista, scaraventa addosso alla Premier ogni sorta di insulti, invettive, contumelie ed aggressioni verbali. Ma dove la politica, comunque sia, è del tutto assente. Se non intendiamo per politica prima la delegittimazione morale del nemico, che non è più un semplice avversario, e poi il suo definitivo ed irreversibile annientamento politico. E questo, purtroppo, è il frutto e la conseguenza della radicalizzazione della lotta politica e dell’affermazione, checché se ne dica, del dogma del populismo giustizialista e del qualunquismo antipolitico predicato e praticato dai 5 stelle in questi anni che ha contagiato, purtroppo, larghi settori della politica italiana. Una deriva che non solo ha azzerato le tradizionali categorie della politica italiana ma ha finito per cambiare i connotati stessi della politica nel nostro paese lasciando un vuoto che nessuno, ad oggi, è ancora riuscito a colmare.

Ecco perché, per tornare ai convegni delle correnti della Dc, e senza alcuna tentazione nostalgica o passatista, recuperare oggi quella vocazione alla progettualità politica, alla riflessione culturale e all’approfondimento programmatico, non significa affatto riportare indietro le lancette della storia ma semplicemente rendersi conto che quando non è la politica con i suoi strumenti – cioè i partiti – a dettare l’agenda, poi non ci dobbiamo piagnucolare addosso se sono altri poteri, altre lobby, altre corporazioni e altri gruppi di pressione a scandire i tempi stessi della politica. Come, puntualmente, stiamo registrando proprio in questi ultimi giorni. Per non parlare degli ultimi anni.

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