FINANZA & POTERI

Palenzona a Cuccia del Governo. Crosetto e Milleri: assi "segreti" per tornare in Mediobanca

Il Camionista di Tortona ha un chiodo fisso: rientrare dalla porta principale di via Filodrammatici. Il ministro della Difesa, compagno di stazza e di trascorsi democristiani, piemontese come lui, gli apre il ponte verso Meloni. Ma mister Delfin, da solo, non basta

Fabrizio Palenzona ci crede: vuole la presidenza di Mediobanca. Che poi riesca a ottenerla è un altro paio di maniche. La poltrona oggi occupata da Renato Pagliaro è quasi vacante dopo la sconfitta sua e del sodale Alberto Nagel. E il Camionista di Tortona, a dispetto della stazza, si muove con passo felpato dietro le quinte, “consigliando” mosse, “suggerendo” strategie, “favorendo” incontri e ammiccamenti. E lavorando a smontare pezzo per pezzo l’attuale assetto di Piazzetta Cuccia. Palenzona non si limita a giocare la partita: la orchestra, muovendo pedine con la destrezza di un Mangiafuoco che conosce ogni segreto del “salotto buono”.

Un piano maturato nel tempo: prima ha “invitato” Nagel a fare un passo indietro, richiamando l’esempio di Vincenzo Maranghi, il delfino di Enrico Cuccia, che quando vide in pericolo Generali si fece da parte pur di salvare il Leone, considerato l’asset più importante del Paese. Successivamente ha convinto alcune famiglie imprenditoriali, storicamente socie di Mediobanca – tra cui i concittadini Gavio – a vendere le loro quote in piena guerra, sottolineando come non fosse prudente compromettere i rapporti con il governo, salvo poi riacquistare a battaglia conclusa. Tasselli utili a spianare la strada a un’alleanza più ampia con Francesco Gaetano Caltagirone e Francesco Milleri, il duo che sogna di ridisegnare la mappa del potere finanziario italiano.

A destra con Crosetto

Palenzona, insomma, si propone come presidente di “pacificazione”, gradito al governo di Giorgia Meloni, forte dell’amicizia con Guido Crosetto («è uno dei miei veri e pochi amici», dice il ministro della Difesa). Due ex Dc, persino della stessa nidiata, piemontesi di provincia, due pesi massimi che a colpi di gomito sono riusciti a farsi strada fino ai vertici del potere. Molto meno feeling con Giovanbattista Fazzolari, il potente sottosegretario meloniano che (eufemisticamente) non lo adora.

In realtà, anche con il tandem dei nuovi aspiranti padroni i rapporti non sono mai stati lineari. Con Francesco Gaetano Caltagirone sono stati spesso altalenanti, talvolta persino conflittuali: basti pensare a quando Palenzona si oppose alla scelta della Fondazione Crt – allora guidata dal segretario generale Massimo Lapucci e dal presidente Giovanni Quaglia – di sostenere la cordata Caltagirone-Del Vecchio nella prima tentata scalata a Generali. Palenzona se la legò al dito (soprattutto per non essere stato coinvolto), al punto da lavorare per detronizzare il vecchio amico Quaglia, di cui pure era stato mentore nella carriera nel sottogoverno, e prenderne il posto. Anche se, come noto, a Palazzo Perrone vi rimase poco più di un anno, prima di essere a sua volta scalzato da un “putsch” interno. Ma, come raccontano i bene informati, alla fine tra Palenzona e Caltagirone non è mai venuta meno una sostanziale convergenza di interessi. Sono uomini di mondo.

La carta Milleri

Diverso il legame con Milleri, numero uno di Essilor Luxottica e di Delfin, ex braccio destro di Leonardo Del Vecchio. Vanno d’accordo e si sentono spesso, condividono strategie, ma Milleri è un generale con un esercito ribelle e di certo non ha quel potere da monarca assoluto del suo commilitone né può contare su robusti sostegni politici. I veri padroni di Delfin restano gli eredi di Del Vecchio, e non mancano le divisioni interne. All’assemblea parigina dello scorso luglio, metà degli otto eredi avrebbe intimato a Milleri di lasciar perdere le avventure finanziarie e dismettere le partecipazioni in Mediobanca, Mps e Generali: “Vogliamo soldi, non sogni di potere”, il refrain attribuito ai dissidenti. Messo alle strette, Milleri ha promesso di distribuire le quote una volta completata la scalata, ma senza il pieno controllo di Delfin può offrire ben poche garanzie. Tantomeno a Palenzona.

Il governo e il vento di Roma

Palenzona sa che la chiave del (suo) successo è a Palazzo Chigi. La sua amicizia con Crosetto è un passepartout per accedere ai favori del governo ma non in Fratelli d’Italia. dove lo guardano con sospetto. “Troppo furbo, troppo democristiano”, si mormora nei corridoi di via della Scrofa. Eppure, Palenzona ha costruito nel tempo una rete che, in un modo o nell’altro, lo tiene sempre dentro il gioco: mai protagonista assoluto, ma nemmeno relegato ai margini. E ogni volta che qualcuno lo dà per finito deve ricredersi: non è scomparso, si è solo inabissato, pronto a riemergere all’improvviso come una megattera. Il governo Meloni, deciso a ridisegnare la finanza italiana, vede in lui un alleato prezioso per scardinare il vecchio establishment di Mediobanca, accusato di essere troppo vicino al Pd, come dichiarato senza mezzi termini dal deputato Marco Osnato.

L’8 settembre

Dopo l’8 settembre la partita sarà la scelta del nuovo vertice Mediobanca: decideranno Luigi Lovaglio (Mps), il governo, Caltagirone o tutti insieme. Palenzona sogna la presidenza come garante tra i blocchi. I numeri però contano: Delfin e Caltagirone possono conferire circa il 30% Mediobanca, ottenendo in Mps post-concambio dal 27 al 15,9% (Delfin) e dal 16,7 al 9,9% (Caltagirone), a seconda delle adesioni. La Bce ha già posto un limite: Delfin non potrà superare il 20% di Mps, controllante di Mediobanca. Il vero obiettivo dell’asse Caltagirone–Milleri–Governo è Generali, il “forziere d’Italia”. La resa dei conti sarà nella primavera 2026 al rinnovo del cda. Palenzona lo sa: per sedersi su quella poltrona deve piacere ai nuovi padroni della finanza e a Palazzo Chigi.