Le macerie europee
Juri Bossuto 06:45 Giovedì 11 Settembre 2025
Francia, piccolo comune nei pressi di Tolone, inizio settembre di quest’anno: una donna ha un attacco d’asma ed è costretta a chiamare il soccorso. La patologia cha l’affligge non è preoccupante, per cui viene presa in carico da un’ambulanza (i pompieri intervengono per i casi gravi) che la raggiunge in pochi minuti. Il medico dell’equipaggio visita la signora mentre avvisa il reparto ospedaliero di pneumologia, il quale si prepara ad accoglierla per effettuare controlli specifici (senza passare dal Pronto Soccorso).
Marie informa il personale sanitario della sua peculiare situazione familiare: è sola in casa, vive insieme al suo cane che nessuno può assistere nel caso si assenti. Il ragguaglio viene colto immediatamente dall’equipaggio, il quale si attiva avvolgendo l’animale in una coperta per caricarlo in ambulanza con la sua amica prossima al ricovero.
Un tempo avrei evidenziato questo episodio per riaffermare la mia “incrollabile fiducia” verso l’istituzione europea. Ingenuamente, all’epoca, ritenevo che l’Unione fosse un’opportunità per tutti i popoli del Vecchio Continente, a prescindere dalla volontà politica di chi la creò per favorire innanzitutto la libera circolazione delle merci (inizialmente acciaio e carbone).
Il libero mercato avrebbe potuto diventare, auspicavo, l’occasione per far tesoro comune delle virtuose esperienze amministrative di ogni singolo Paese aderente al Patto: una sorta di benefica contaminazione reciproca, utile allo sviluppo sociale collettivo, nonché al mantenimento della pace. In quegli anni felici, e pieni di illusioni, avrei sognato che il modello di soccorso, di cui ero stato testimone, potesse essere introdotto in Italia, così da migliorare l’assistenza ospedaliera pubblica. L’importazione del modello francese avrebbe impedito di usare i corridoi dei Pronto Soccorso per le degenze dei pazienti, e consentito al contempo di affidare il soccorso di urgenza alla gestione pubblica (in Francia il servizio è responsabilità dei Vigili del Fuoco).
La realtà, invece, è molto lontana da quella immaginata da chi, come me, guardava all’Europa come a una grande occasione di crescita collettiva. Al contrario, purtroppo, le istituzioni comunitarie hanno contribuito in maniera determinante alla demolizione dello stato sociale, sostenendo le privatizzazioni dei servizi essenziali dedicati alle persone.
L’Unione Europea, promuovendo il nuovo programma di riarmo (finanziato con i fondi sociali), ha oramai rinunciato definitivamente al sostegno delle politiche di welfare (al contrario di quanto annunciato in passato per contenere l’affermazione dei partiti sovranisti) scegliendo così di cadere dolcemente nelle braccia delle lobby finanziarie. Gli attuali venti di guerra, che non spettinano minimamente la bellicosa Ursula von der Leyen, raffigurano l’apogeo delle scelte di indirizzo politico dettate, in gran parte, dai lobbysti che frequentano assiduamente i palazzi del potere di Bruxelles.
Il presidente francese Macron, sfiduciato dal suo popolo e senza maggioranza assembleare, sta organizzando logisticamente il prossimo conflitto iniziando proprio dagli ospedali, che ha recentemente invitato a organizzare i propri reparti in modo da poter accogliere 250 soldati feriti al giorno: le infauste conseguenze della direttiva presidenziale sull’assistenza sanitaria sono facilmente immaginabili.
Gli stessi Paesi Baltici, seppur dotati di piccoli eserciti, si stanno mobilitando, e la Finlandia (abbandonato il suo status di neutralità) guarda con interesse sia l’enclave russa di Kaliningrad che le nuove rotte commerciali, forse nella speranza di poter realizzare gli antichi progetti di egemonia sui porti baltici: sogno svanito con la sconfitta del nazismo (durante il secondo conflitto mondiale Helsinki era stretta alleata di Hitler). Ambizione che non sembra però tener conto della Polonia, la quale li rivendica a sua volta l’Oblast’ di Mosca, poiché nel Medioevo era parte del suo territorio (poi, in seguito, non più).
Rimanere europeisti è, oggi, particolarmente difficile. I valori e le speranze iniziali sono orami un cumulo di macerie su cui marciano i carri armati, nuovi di zecca, prodotti nella rinata potenza militare tedesca. Attualmente, sopravvivono solo i principi neoliberisti, seppur infestati da importanti dosi di nazionalismo: mix ideale per un’Europa in marcia verso la guerra con passo spedito (mantenendo però la messa in piega perfettamente al suo posto).


