ECONOMIA DOMESTICA

Non più veritas, vini piemontesi "corretti" col placet della Regione

La giunta regionale autorizza anche per la vendemmia 2025 l’aumento del grado alcolico fino a un punto e mezzo: una pratica legale e diffusa in Europa, ma che solleva dubbi sull’autenticità e sull’immagine internazionale delle etichette del Piemonte

In vino mica tanto veritas. Anche quest’anno è arrivata la delibera della giunta regionale che ha dato il via libera all’aumento del grado alcolico del vino. A firmarla lo scorso 8 settembre è l’assessore della Regione Piemonte all’Agricoltura Paolo Bongioanni. Un atto “rituale”, fanno sapere dal grattacielo, che però allunga qualche ombra su uno dei prodotti di punta del Made in Piemont: in ballo c’è l’autenticità del prodotto vitivinicolo e il prestigio delle bottiglie piemontesi.

Un vino “dopato”

C’è chi non esita a definirli vini “dopati”: bottiglie di Barolo o Barbaresco – per citare due icone piemontesi – che vengono “aggiustate” fino a un massimo di 1,5 gradi grazie a un provvedimento regionale. Anche quest’anno, con l’ennesima delibera della giunta, dal Grattacielo Piemonte è arrivata l’autorizzazione ad aumentare il titolo alcolometrico volumico naturale delle uve, dei mosti e dei vini della vendemmia 2025.

In pratica significa che i produttori possono rinforzare il grado alcolico con alcune aggiunte. Una scorciatoia a cui si ricorre quando cause naturali – meteo avverso o maturazioni lente – non garantiscono il giusto equilibrio. La delibera, di routine ma non per questo innocua, è passata senza clamore. Un atto tecnico che però non convince tutti.

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Un’eccellenza macchiata

Il vino piemontese non vive soltanto di tecnica: vive di immaginario, di marketing, di autenticità. È un prodotto che viene raccontato come genuino e tradizionale, e così promosso e venduto dai consorzi. Da una parte lo storytelling per turisti e mercati esteri, dall’altra la Regione che ogni anno concede di “dopare” un po’ il bicchiere.

Sia chiaro: nulla di illecito. L’atto è perfettamente conforme alla normativa europea ed è una pratica diffusa anche in Francia e Spagna. Ma per i puristi non si tratta certo di un bel biglietto da visita per un comparto che già deve difendersi dalle imitazioni globali e dagli effetti del cambiamento climatico.

Così, nel silenzio generale, la delibera è diventata un piccolo rito annuale. Una foglia di fico che copre le debolezze della stagione, con buona pace dei proclami su “sostenibilità” e “naturalità” che affollano i convegni di settore. E chissà se, prima o poi, qualcuno troverà il coraggio politico di dirlo senza giri di parole: il vino piemontese non è più soltanto quello che la terra dona, ma anche quello che la Regione consente di aggiustare.

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