Il linguaggio "sinistro" della sinistra

C’è un elemento che spiega perché la sinistra italiana, il cosiddetto “campo largo”, non si schioda dai consensi elettorali che ormai conta da svariati mesi. E dopo annunciare, ogni santo giorno e da ormai quasi tre anni, gli immancabili sfracelli in cui ci consegna inesorabilmente il centrodestra. Dalla fine della democrazia al regime illiberale ormai imminente, dalla crisi sociale giunta all’ultimo stadio ad una economia sempre più al capolinea, dall’occupazione sistematica delle istituzioni democratiche alla continua e palese violazione della Costituzione e via elencando. E, appunto, malgrado tutto ciò, i sondaggi non crescono. Anzi, e purtroppo, diminuiscono addirittura.

Ora, una delle ragioni – se non addirittura la ragione decisiva – di questo immobilismo elettorale, e quindi anche politico, è il linguaggio che viene usato dalla sinistra italiana. Sia quella radicale e massimalista della Schlein, sia quella populista e demagogica e, soprattutto, quella estremista ed ideologica del trio Fratoianni/Bonelli/Salis. Un linguaggio, come hanno evidenziato alcuni osservatori ed opinionisti, sempre più simile a quello coniato dall’universo extraparlamentare degli anni ’70 e dei primi anni ’80 e che si può registrare nelle mille iniziative disseminate in tutta Italia organizzate e promosse dai partiti, dai gruppi e dai movimenti riconducibili al cosiddetto “campo largo”.

Un profluvio di accuse politiche, attacchi personali, avvertimenti specifici, contestazioni – purtroppo anche violente, come quella recente a difesa del centro sociale Leoncavallo a Milano e di molte altre a difesa della Palestina – e avvisi di sfratto politico che portano ad una sola conclusione. E cioè, si tratta di un linguaggio che non ha nulla a che vedere con chi esprime e declina una cultura di governo e sempre più simile, invece, a chi fa della contestazione perenne, del radicalismo e dell’estremismo la sua cifra politica e culturale essenziale. E che, è opportuno ricordarlo, è anche tendenzialmente diverso rispetto al linguaggio usato dallo stesso Pci nel corso della sua lunga esperienza di opposizione contro la Dc, contro l’Occidente e contro il sistema democratico interpretato da quel modello.

No, il linguaggio di queste sinistre è, appunto, sinistro. E la dimostrazione, l’ultima in ordine di tempo, è arrivata anche al recente e tradizionale meeting degli industriali a Cernobbio dove la promessa di un imminente ribaltone politico da parte dei vari capi della sinistra – in sé del tutto legittimo, come ovvio e persino scontato – da fatto fisiologico diventa patologico attraverso le parole che vengono usate per annunciarlo. Altroché quello che Carlo Galli, noto ed autorevole politologo di sinistra, sosteneva tempo fa in una intervista parlando, appunto, del comportamento politico di Giorgia Meloni. Diceva Galli in quella occasione che la forza della premier, al di là “delle scarse riforme varate sino ad oggi”, è “quella di essere rassicurante per gli italiani”, una sorta “di garanzia per tutti”. Per concludere che “con Meloni non ci saranno salti nel buio”. Arrivando a paragonare questo comportamento concreto della premier “come una Democrazia Cristiana molto conservatrice dei tempi molto andati”.

Ecco perché, forse, gli spin doctor della coalizione di sinistra dovrebbero ricalibrare il messaggio politico della coalizione. Non tanto sotto il profilo del progetto politico dove ognuno dice ciò che vuole ma, soprattutto, nel linguaggio. Perché quando è troppo virulento e truculento infiamma certamente i tifosi e la “curva sud” ma allontana sicuramente la maggioranza degli italiani. Che non è affatto rivoluzionaria in servizio permanente e, forse, neanche ad intermittenza ma sempre e solo fatta da persone di buon senso. Almeno la stragrande maggioranza.

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