L'ombra dei nani
15:49 Giovedì 18 Settembre 2025
Anche quest’anno si è chiusa la tradizionale Festa dell’Unità, un appuntamento che, nonostante il mutare dei tempi, resta uno dei pochi momenti in cui la politica abbandona i riflettori dei talk show televisivi per incontrare elettori e militanti in carne e ossa. Un’occasione di confronto diretto che permette di tastare il polso di una comunità, di sicuro interesse al di là delle appartenenze politiche. L’edizione appena conclusa è stata dominata da temi caldi: il futuro del “campo largo”, le incertezze sul destino del sindaco di Torino Stefano Lo Russo e le polemiche suscitate dalla partecipazione, politicamente maldestra, del ministro di Forza Italia Paolo Zangrillo, apparso poco avvezzo al confronto in un territorio non “domestico” ma non per questo necessariamente ostile.
In mezzo al profluvio di incontri, dibattiti e tavole rotonde, che hanno visto alternarsi sui palchi politici e interlocutori più o meno illustri, una cosa è passata quasi inosservata: le assenze di due figure storiche del centrosinistra torinese e nazionale, Piero Fassino e Sergio Chiamparino. Assenze che non possono essere liquidate come un dettaglio.
Non sappiamo se i due siano stati invitati e abbiano scelto di declinare o se, al contrario, siano stati esclusi di proposito, magari perché percepiti come estranei alla nouvelle vague del Pd targato Elly Schlein. Quale che sia la ragione, il loro silenzio alla Festa dell’Unità è assordante. Parliamo di due protagonisti indiscussi della vita politica dell’ultimo trentennio, non solo a livello locale. Fassino, storico dirigente del Pci subalpino, è stato segretario nazionale dei Ds, parlamentare di lungo corso, sottosegretario agli Esteri nel governo Prodi, ministro del Commercio Estero con D’Alema e ministro della Giustizia con Amato. Nel 2007 è stato Inviato Speciale dell’Unione Europea per la Birmania/Myanmar, ruolo ricoperto fino al 2011, quando è diventato sindaco di Torino, succedendo proprio a Chiamparino. Ancora oggi è parlamentare, eletto nel collegio di Modena-Ferrara. Chiamparino, dal canto suo, è stato sindaco del “decennio olimpico”, per poi guidare la Compagnia di San Paolo e la Regione Piemonte come governatore.
Due carriere illustri, due “gemelli diversi” che, nel bene e nel male, hanno plasmato una lunga stagione politica torinese e non solo. Non saremo certo noi, che da tempo auspichiamo un ricambio anche generazionale, a lamentarci se il Pd ha voluto, con la loro assenza, marcare una rottura con quella stagione. Tuttavia, se davvero si trattasse di una scelta deliberata, questa meriterebbe una riflessione pubblica, un bilancio politico che metta in luce luci e ombre di quell’epoca. Sarebbe un esercizio di consapevolezza collettiva, non marginale, per il Pd e per Torino stessa. Invece, temiamo che ci troviamo di fronte a una liquidazione silenziosa, fatta apposta per evitare di fare i conti con la propria storia, o, in alternativa, a un’esigenza del nuovo gruppo dirigente di liberarsi di presenze percepite come troppo ingombranti.
Le assenze di Fassino e Chiamparino, insomma, lasciano interrogativi aperti. È stato un atto di coraggio o una fuga dalla responsabilità di confrontarsi con il passato? È il segnale di una nuova stagione o semplicemente una mossa tattica per non disturbare il presente? Al di là dei giudizi che ciascuno può avere sui due “grandi vecchi”, la loro mancata partecipazione alla Festa dell’Unità non può essere ignorata. Come recita il detto, non sono forse i nani a proiettare ombre lunghe al tramonto? E se sì, quanto pesa ancora quell’ombra sul Pd e sulla città? Forse, più che di nani, si tratta di giganti che il partito ha scelto di lasciare in penombra. Ma il silenzio, si sa, non cancella la storia: la interroga. E il Pd farebbe bene a rispondere.


