RETROSCENA

Meloni spariglia con Fontana per il Veneto, Molinari torna in corsa a Montecitorio

La premier manovra per sistemare il Veneto e sfrattare dallo scranno più alto della Camera un presidente ingombrante. Il capogruppo leghista, beffato anni fa, nuovamente in pista. Tra mai sopiti rancori, sospetti di Salvini e il Quirinale che osserva

Giorgia Meloni non è avvezza a fare sconti, nemmeno agli alleati. Se deciderà di lasciare alla Lega la poltrona più ambita del Nord, quella di Luca Zaia in Veneto – e lo deciderà solo dopo aver letto i numeri delle Marche e aver capito se il fedelissimo Francesco Acquaroli l’ha sfangata — il nome su cui aprirà la trattativa è uno solo: Lorenzo Fontana. Motivazioni? Due, nette. Primo: liberarsene, toglierselo dalle scatole. Secondo: offrire ai veneti una contropartita di peso per calmare i malumori interni, a cominciare da Luca De Carlo, parlamentare della fiamma magica che da segretario ha fatto di FdI il primo partito in regione.

Mandare Fontana a Palazzo Balbi ha anche il vantaggio domestico di spostare il problema: il presidente della Camera – la “terza carica dello Stato”, ormai indigesta alla maggioranza – verrebbe disinnescato senza doverlo affrontare ogni giorno in Aula. Il ragionamento politico è spietato e semplice: Fontana suscita fastidi nella coalizione: interpreta il ruolo di super partes con rigore eccessivo, blandisce l’emiciclo in cui siedono le opposizioni per tenersi lontano dalle grane, e ogni tanto manda all’aria calendari e lavori parlamentari – come ha fatto di recente sospendendo i lavori dopo il voto sulla riforma della giustizia, lasciando all’oscuro capigruppo e ministri. Un piano in cui ricompare chi tre anni fa sembrava a un passo dall’accomodarsi sullo scranno più alto, proprio Molinari.

Il Mol e il colpo basso

Molinari era arrivato vicino alla presidenza della Camera: profilo pacato, conoscenza delle procedure, capacità di dialogo. Poi – in quel giro fatale – Matteo Salvini colse al volo l’indagine per falso elettorale – una delle tante inchieste flop del pm torinese Gianfranco Colace – per azzopparlo e piazzare lì il suo amico dei tempi di Bruxelles, di cui è stato pure testimone di nozze, quell’ultracattolico conservatore cui si deve l’intesa con Marine Le Pen. Una decisione presa senza neppure degnare Molinari della cortesia di una telefonata.

Tre anni dopo, con l’assoluzione piena (“il fatto non sussiste”) arrivata a lavare ogni ombra, i giochi sembrano riaprirsi. Ma la sentenza non riattacca le lancette: i danni politici e personali restano. E la ferita nel rapporto con Salvini si è infilata in profondità.

La relazione tra Molinari e Salvini non si è spezzata: si è semmai consunta a colpi di omissioni, scelte non condivise, e retroscena. Molinari ha manifestato in privato (e in qualche retroscena finito sui giornali) forte disagio per la torsione a destra della Lega – acuita da quella “Salvinaccizzazione” del partito, orribile ma efficace crasi tra il Capitano e il Generale – che al leader non è propriamente piaciuta. Non è scattata la dissociazione pubblica, ma la sfera di fiducia si è assottigliata: meno entusiasmo, meno lodi, più prudenza. Da “fedelissimo” del leader a figura meno compiaciuta: il termometro del loro rapporto ha segnato un evidente abbassamento. Nonostante ciò, Salvini lo riconfermò come “il miglior capogruppo” quando serviva mantenere la disciplina interna. Ma la tentazione di sostituirlo, quando serve un uomo più affidabile e più allineato, è sempre dietro l’angolo.

L’alternativa salviniana

Se Molinari fosse chiamato a guidare la Camera, Salvini perderebbe un capogruppo esperto ma scomodo. Il ragionamento logico del segretario è noto: meglio mettere al comando dei deputati un uomo di pura fedeltà. E il nome che circola per rimpiazzare il Mol alla guida del gruppo è Stefano Candiani — due legislature al Senato, imprenditore nel packaging per l’industria dei profumi, uno “che quando sente odore d’Europa comincia a starnutire”. Fedeltà testata, idem per la capacità di non creare imbarazzi.

Il giorno della marmotta?

Bisogna tornare all’autunno successivo alle elezioni che portarono Meloni a Palazzo Chigi: in quei giorni Molinari sembrava destinato a Montecitorio. La spartizione tra le cariche sembrava definita – Ignazio La Russa al Senato, la Lega libera di ambire alla Camera – e invece la questione si ingarbugliò. Nessuno ammetterà un veto formale, ma i fatti parlano: Salvini indicò Fontana e Molinari fu estromesso.

L’ombra del Quirinale

E dunque: se Meloni deciderà di rinunciare al Veneto per far contenta la Lega, il piano è questo: Fontana verso la presidenza regionale, Montecitorio libero per una nuova indicazione leghista. Ma prima la premier vuole vedere come vanno le Marche e valutare ripercussioni e sondaggi interni. Poi dovrà convincere Salvini – che ha anche un suo favorito per il dopo-Zaia, il giovane Alberto Stefani – e tener conto delle riserve del Colle. Il Quirinale, raccontano, non sarebbe entusiasta all’idea di cambiare la terza carica a due anni dal voto: Sergio Mattarella preferirebbe evitare ribaltoni istituzionali a oltre metà mandato. Un problema, ma non insormontabile. Riferiscono fonti romane molto vicine ai pensieri del Capo dello Stato.

Gli scongiuri

Molinari, dal canto suo, evita di parlarne. “In cuor suo fa gli scongiuri”, dice chi lo conosce: è già passato per il “dentro e fuori” della candidatura a Montecitorio una volta; sa che la politica non concede riparazioni per sentenze nette. L’assoluzione restituisce piena agibilità ma non riapre automaticamente le porte già sbattute. Insomma, se il progetto di Meloni va in porto, la partita ripartirebbe esattamente dove tre anni fa si era fermata con la differenza che ora la scena è più smaccata, più vuota di affetti e piena di conti in sospeso. Chissà se il Mol, che ha sempre saputo maneggiare procedure e retroscena, finirà davvero sullo scranno più alto. Per ora resta il sospetto che, ancora una volta, nella grande spartizione Salvini preferisca gli uomini che non chiedono troppo.

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