Piemonte silente, Lega in subbuglio: Salvini alla stretta del voto in Toscana
07:00 Lunedì 13 Ottobre 2025Un test su Vannacci, a cui il Capitano ha lasciato mano libera: sotto il 6% sarebbe un flop con possibili conseguenze per il Generale. Si accentuano le divisioni tra l'asse identitario sudista e il fronte del Nord. Il modello bavarese e l'attendismo (esasperato) di Molinari
Occhi puntati sul risultato della Lega alle elezioni regionali della Toscana, dove questo pomeriggio si saprà quale peso ha oggi, e potrà avere in futuro, Roberto Vannacci. Il generale, vicesegretario del partito, ha gestito tutta la campagna elettorale in questa regione, che rappresenta il primo vero banco di prova per la linea nazional-sovranista promossa da Matteo Salvini, quella che incarna una destra “ordine e disciplina”, opponendosi alla società meticcia e all’immigrazione di massa (come ha detto l’ex parà della Folgore a Pontida, usando termini come “re-immigrazione”).
Nel 2020, la candidata del centrodestra era la leghista Susanna Ceccardi, che portò a casa 353.514 voti pari al 21,78%, con Fratelli d’Italia al secondo posto (13,5%) e Forza Italia al 4,28%. Alle politiche del 2022 in Toscana, la Lega per Salvini premier prese il 6,5%; ora si vedrà quanto porta a casa Vannacci.
Questo scrutinio, insomma, non è una semplice consultazione locale: dirà quanto regge il “doppio binario” interno alla Lega, tra l’asse “Salvini presidente/Vannacci vice” – centrato su un profilo nazional-sovranista e identitario – e la corrente dei territori, i “Popoli del Nord” (o “Fronte del Nord”), che ha i propri referenti nei governatori Luca Zaia in Veneto, Attilio Fontana in Lombardia (con il segretario Massimiliano Romeo) e Massimiliano Fedriga in Friuli-Venezia Giulia. Il Piemonte? Non pervenuto e non solo perché a guidare la Regione non è un leghista ma l’azzurro Alberto Cirio.
All’anima della Lega
Ormai è chiaro che nella Lega il dibattito si è acceso e lo scontro, anche se resta sottotraccia, è forte, difficile da tenere a bada ancora a lungo. Dentro il partito convivono ormai due impostazioni: da un lato l’asse Salvini-Vannacci che potrebbe caratterizzarsi sempre più come nazional-sovranista-identitaria, andando a pescare voti soprattutto nel Centro-Sud, come una destra-destra Maga e trumpiana, nel nome di figure come Charlie Kirk; dall’altro la corrente dei territori, che punta più sul governo locale, cercando di interpretare le istanze autonomiste e di progressivo affrancamento dai Fratelli d’Italia che governano da Roma.
Non è una semplice scaramuccia, ma una questione che potrebbe sfociare in una crisi interna dai contorni indefinibili. La Lega di oggi è un magma indefinito: Salvini ha scelto di valorizzare l’effetto-novità di Vannacci, ma i governatori e i vertici storici presidiano l’identità nordista. Attilio Fontana ha messo il timbro lombardo sulla linea anti-deriva: “C’è qualcuno che vuole vannaccizzare la Lega? Col cazzo”, ha troncato il discorso, in modo piuttosto netto al congresso dei giovani padani a Busto Arsizio. Sul piano programmatico, Romeo ha lanciato la “Carta della Lombardia”: poteri speciali per Milano, più autonomia su sanità e gestione dei fondi Ue, concorsi regionali con vincolo decennale di permanenza, e salario parametrato al costo della vita. È la piattaforma con cui la sezione lombarda prova a riportare l’asse politico su federalismo e competenze locali, con priorità all’autonomia amministrativa ed economica, proponendo un’agenda “più Lombardia a Roma”.
Il governatore del Veneto Zaia, alle battute finali del suo mandato, ha pubblicamente ribadito di non volersi fare da parte, delineando un nuovo corso basato sull’esempio bavarese. “Il modello della Cdu/Csu in Germania dovrebbe essere un modello da calare anche nel nostro Paese, anche nei partiti”, ha detto il Doge, lanciando un’idea che sta coltivando da tempo, utile per rimanere in campo.
Piemonte silente
Mentre tutto ribolle nelle sezioni lombarde e venete, nella Lega del Piemonte tutto tace. E non perché, come dice il detto, acconsente. Solo che il partito guidato da Riccardo Molinari è il classico vaso di coccio: non ha struttura né dimensioni dei cugini lombardi, né la caratura autonomista dei fratelli veneti. Molinari si sarà pure emancipato negli anni dall’etichetta di Salvini-boy – guadagnando sul campo autorevolezza, soprattutto alla Camera dove è apprezzato (e ascoltato) capogruppo anche da alleati e avversari – ma ha messo il silenziatore al partito regionale, circondandosi più che di fedeli di yesman col cervello in modalità aereo, riducendo al minimo essenziale l’attività; laddove qualche potenziale testolina ha fatto capolino l’ha cacciata o resa inoffensiva. I suoi nemici interni, quei pochi sopravvissuti, gli rimproverano di aver gestito il partito “esattamente come Salvini”.
Molinari non condivide la svolta sovranista di Salvini, lui è sinceramente antifascista (e lo rivendica pubblicamente), ha in uggia Vannacci. Tutte cose note ma che dice in privato e qualche volta quando le confida finiscono spiattellate sui giornali. Ora, mentre si sta delineando una faglia nel partito con Veneto e Friuli (Zaia e Fedriga) che fanno asse quasi da sé, Molinari sembra orientato a stringere ancor più i rapporti con la Lombardia: non solo per contiguità geografica o perché il segretario lombardo Romeo è il suo omologo al Senato, ma per rafforzare un fronte comune del Nord Ovest.
Il problema è che se non si riesce a far fronte comune su tutta la linea del Nord, Salvini o Vannacci avranno vita facile nel dividerli, come ha fatto nella partita sulle candidature regionali, ipotecando il futuro della Lombardia per incassare subito il via libera per il fedelissimo Stefani in Veneto. Non che altri si siano distinti per coraggio: i vari Giancarlo Giorgetti, ad esempio, hanno avuto più di un’occasione per “commissariare” Salvini ma nessuno l’ha fatto. In questo silenzio piemontese, Molinari rappresenta un potenziale ponte tra le anime del partito, ma la sua strategia attendista rischia di renderlo marginale in uno scontro che si gioca su scala nazionale.
Dalla Secessione alla Scissione?
La decisione di Salvini di consegnare la Lombardia a Fratelli d’Italia in cambio della conferma di un candidato della Liga (Alberto Stefani) in Veneto ha scatenato un terremoto tra i leghisti lombardi, che parlano apertamente di “resa” e minacciano la ribellione. Da Milano a Brescia, da Varese a Bergamo, il partito del Nord si sente in un certo modo defraudato della sua terra simbolo, quella dove tutto è cominciato. L’accordo sancito dai leader nazionali prevede che Fratelli d’Italia rinuncia al Veneto ma “prenoti” la Lombardia per un proprio candidato, un equilibrio che Giorgia Meloni ha presentato come maturità del centrodestra, ma che ridisegna l’egemonia interna. “Quando arriverà il 2028 sceglieremo insieme il candidato migliore. Ma lo ripeto: sarà un candidato della Lega”, ha detto Romeo, provando a frenare l’ondata di sdegno.
Modello bavarese
Cosa potrebbe accadere? Vero che per le politiche si voterà nel 2027, ma la strada leghista è tutta in salita. Rassegnati alla primazia di FdI il ragionamento che circola in alcune chat leghiste è: meglio “staccarsi”, creare due forze distinte e federate – sulla falsariga della Cdu-Csu in Germania – per capitalizzare i consensi nei territori. Una prospettiva che creerebbe problemi al centrodestra, soprattutto al Senato dove la maggioranza sarebbe in bilico, almeno con l’attuale legge elettorale. Il paragone con il modello tedesco per quanto improprio (la Csu rappresenta solo la Baviera), avrebbe una traduzione dirompente: al Nord (fino all’Emilia-Romagna, la vecchia Padania) una Lega nordista che si rifà all’autonomia differenziata difesa dal ministro Roberto Calderoli, che dialoga con il popolo delle piccole imprese elle partite iva; dalla Toscana in giù, una Lega Nazionale, di destra sociale, sovranista, per riconquistare consensi persi verso FdI.
Sulla base dei sondaggi, la Dire ha pure delineato un’ipotesi: FdI al 29%; Lega Salvini-Vannacci 8-9% (Centro-Sud); Lega Popoli del Nord 9%. Su 400 seggi alla Camera: FdI 120-125; Lega Salvini-Vannacci 30-35; Lega Nord 30-35; Forza Italia 30-35. Al Senato (200 seggi): FdI 60-62; Lega Salvini-Vannacci 13-15; Lega Nord 10-12; FI 13-15. Maggioranza borderline; bastano 25-30 parlamentari nordisti per esercitare il potere di veto. La coppia Salvini-Vannacci sarebbe ridimensionata, dando fiato alle leadership territoriali. La Toscana dirà se questo doppio binario regge o è puro onanismo politico. E se qualcuno si imbatte in Molinari gli chieda cosa intenda fare.



