ECONOMIA DOMESTICA

Un Paese ai giardinetti: in tre province del Piemonte più pensionati che occupati

Italia sempre più vecchia, in particolare al Sud dove gli assegni hanno superato salari e stipendi. Alessandria, Biella e Vercelli contano già più anziani che lavoratori. L'uscita dei baby-boomer e l'erosione della base attiva segnano un conto salato che sta per arrivare

Il sorpasso, nel Mezzogiorno, è avvenuto già da tempo. E non è una figura retorica: nel 2024, a fronte di 7,3 milioni di pensioni pagate, il Sud e le Isole contavano poco più di 6,4 milioni di occupati. È l’area del Paese dove i pensionati superano gli attivi, e il dato – messo nero su bianco dall’Ufficio Studi della Cgia – disegna un’Italia sempre più anziana, assistita e con una base produttiva fragile. Ma il fenomeno, seppure con intensità diversa, tocca da vicino anche il Piemonte, dove tre province – Biella, Alessandria e Vercelli – contano già più pensioni che lavoratori attivi.

La regione più squilibrata è la Puglia, che registra un saldo negativo di 231.700 unità tra pensioni e lavoratori. Seguono Calabria (-231.100), Sicilia (-182.394) e Campania (-128.744). Nel complesso, il Mezzogiorno mostra un saldo in rosso di -881.809, mentre il resto d’Italia tiene ancora botta: il Nord-Ovest guadagna +910.170, il Nord-Est +771.796 e il Centro +520.423.

I poli forti del Paese

Le regioni che reggono il sistema previdenziale e fiscale restano le stesse: Lombardia (+803.180), Veneto (+395.338), Lazio (+377.868), Emilia-Romagna (+227.710) e Toscana (+184.266). Qui la buona tenuta dell’occupazione degli ultimi due o tre anni ha consolidato un equilibrio che altrove è ormai saltato. In termini nazionali, le pensioni erogate sono state 23 milioni, a fronte di 23,9 milioni di occupati, con un avanzo apparente di appena 917 mila unità: un margine sempre più sottile per un Paese che invecchia in fretta.

La ricerca mette in guardia: con sempre più pensionati e un numero di occupati destinato a rimanere stabile, la spesa pubblica crescerà, rischiando di compromettere l’equilibrio dei conti e la tenuta economica e sociale. L’unica cura possibile – scrivono gli analisti – è ampliare la base occupazionale, facendo emergere il lavoro sommerso e rilanciando la partecipazione di giovani e donne, ancora tra le più basse d’Europa. Secondo l’Istat, nel 2023 il lavoro irregolare contava 3 milioni e 132mila unità di lavoro a tempo pieno (Ula), di cui oltre 2,2 milioni come dipendenti. Un esercito di invisibili in aumento del 4,9% rispetto al 2022.

Tre milioni di uscite entro il 2029

E la tendenza non promette miglioramenti. Tra il 2025 e il 2029 si stima che poco più di tre milioni di italiani lasceranno il lavoro, di cui 2,24 milioni al Centro-Nord, pari al 74% del totale. Una “fuga” annunciata di baby-boomer che, per raggiunti limiti d’età, passeranno dal mondo del lavoro alla pensione.

Per le imprese – avverte lo studio – si tratta di un’“emorragia” di competenze che rischia di lasciare sguarniti interi settori produttivi. Già oggi molti imprenditori faticano a trovare personale disposto a entrare in fabbrica o in cantiere. Figuriamoci fra qualche anno.

Le province più squilibrate d’Italia

La provincia più in difficoltà è Lecce, con un saldo negativo di -90.306. Seguono Reggio Calabria (-86.977), Cosenza (-80.430), Taranto (-77.958) e Messina (-77.002). A spingere in basso i conti del Mezzogiorno non è tanto l’eccesso di pensioni di vecchiaia, quanto la diffusione di trattamenti assistenziali e di invalidità, segno di un welfare che da sostegno è diventato, in molte zone, sostituto dell’occupazione.

Il quadro – ammonisce la Cgia – è il risultato combinato di denatalità, invecchiamento, bassa occupazione e irregolarità diffusa. Una spirale che riduce i contribuenti attivi e ingrossa la platea dei percettori di rendite. Un problema non solo italiano, ma che qui assume proporzioni strutturali.

Piemonte, tre province già in rosso

Neanche il Piemonte può permettersi di dormire tranquillo. Nel complesso, la regione registra ancora un saldo positivo tra pensioni e occupati (+122.377), ma tre province su otto hanno già più pensioni che lavoratori.Si tratta di Alessandria (-6.443), Vercelli (-7.068) e Biella (-9.341).

Nel resto della regione la bilancia resta favorevole, ma con margini che si assottigliano: Torino conta 959.476 occupati contro 864.550 pensioni (+94.926), Cuneo +28.199, Novara +15.112, Asti +3.603, mentre Verbano-Cusio-Ossola resta appena sopra la parità (+3.388). Una distribuzione che fotografa una regione bifronte: il Piemonte industriale e metropolitano che resiste e quello periferico e agricolo che arretra.

Nel Nord complessivo, solo otto province mostrano un saldo negativo, e tre sono piemontesi. Un segnale preciso di declino demografico e produttivo, che nel quadrante orientale – tra Alessandria, Biella e Vercelli – si somma all’erosione dell’occupazione tradizionale e alla difficoltà di rinnovare il tessuto economico locale.

Un’Italia che invecchia

Il rapporto si chiude con un dato simbolico: l’indice di anzianità dei dipendenti privati, che misura il rapporto tra over 55 e under 35. La Basilicata è la più anziana (82,7), seguita da Sardegna (82,2), Molise (81,2), Abruzzo (77,5) e Liguria (77,3). La media nazionale è 65,2.

Le regioni “più giovani” restano Emilia-Romagna (63,5), Veneto (62,7), Lombardia (58,6) e Trentino-Alto Adige (50,2).

Il dato piemontese – non esplicitato ma collocabile sopra la media nazionale – conferma un trend ormai chiaro: la forza lavoro invecchia più rapidamente della media del Nord. E tra cinque anni, quando l’ondata dei baby-boomer sarà uscita dal ciclo produttivo, il rischio è di ritrovarsi con più pensioni che stipendi anche nelle aree oggi virtuose.

Se nel Sud l’Italia si scopre più pensionata che occupata, nel Nord il pericolo è un lento logoramento della base produttiva, con un ricambio generazionale che non arriva. Il Piemonte, con tre province già in rosso e le altre a pochi passi dalla soglia critica, è lo specchio perfetto di un Paese che continua a reggere i conti finché può, ma che sa già che il conto – quello vero – sta per arrivare.

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