"Teniamoci i collegi uninominali". Molinari: stop alla legge elettorale
14:05 Mercoledì 26 Novembre 2025Per il capogruppo della Lega alla Camera l'attuale sistema "è il modello migliore", soprattutto per un partito "radicato sul territorio". Ma uno studio del Cattaneo conferma: alle prossime elezioni si rischia l'impasse. E Meloni vuole metterci mano
“Siamo un partito con forza territoriale. Quindi, è chiaro che il modello dei collegi uninominali per noi è il modello migliore… perché è quello dove un partito come la Lega, soprattutto in una regione dove è forte, può esprimere un valore aggiunto e avere una rappresentanza maggiore”. Parla con la forza del realismo e senza infingimenti il capogruppo della Lega alla Camera, Riccardo Molinari, ospite di Start su SkyTg24. Parole che vanno lette alla luce anche dell’ultimo rapporto dell’Istituto Cattaneo: se dovesse restare in vigore l’attuale legge elettorale (il Rosatellum), le prossime politiche rischiano di consegnare all’Italia un risultato senza un vincitore certo.
Secondo l’Istituto: gli attuali numeri elettorali – che riflettono le tornate regionali dal 2022 a oggi – fotografano un equilibrio sostanziale tra centrodestra e un “campo largo” di centrosinistra allargato al M5s. In questo schema, la partita si gioca quasi tutta sui collegi uninominali: sono lì, più che nella quota proporzionale, che si deciderebbe chi governa.
Molinari ragiona proprio su quel terreno: per una forza come la Lega – radicata in aree territoriali (in verità più in Veneto e Lombardia e assai meno da tempo in Piemonte – il “collegio uninominale” è il terreno ideale per capitalizzare il radicamento locale. In altre parole: “controllare i territori significa avere chance concrete di seggi”, sostiene senza dirlo esplicitamente. Inoltre, attraverso questo meccanismo finora la Lega ha ottenuto nella ripartizione tra le forze della coalizione una rappresentanza numericamente superiore alla reale consistenza di voti. Il che spiega anche la frase finale del capogruppo: la legge elettorale “non è prioritaria per la Lega”, almeno finché la coalizione non si mette d’accordo.
Perché scricchiola l’“ipoteca uninominale”
La ricerca dell’Istituto Cattaneo, aggiornata dopo le elezioni regionali in Veneto, Campania e Puglia del 2025, lancia un campanello d’allarme: con il “Rosatellum” vigente, il paese rischia di arrivare alle politiche senza un vincitore netto. Il dato più significativo riguarda la suddivisione del voto: nel 2022, pur avendo il centrosinistra ottenuto una percentuale complessiva di voti superiore – nella quota proporzionale – al centrodestra, la distribuzione della coalizione nei collegi uninominali consentì alla destra di trionfare in 121 su 147 collegi. Le opposizioni, divise, ne vinsero appena 23.
Oggi, con un centrosinistra apparentemente riorganizzato in un “campo largo” coeso, le condizioni sono mutate. L’equilibrio elettorale mostrato dalle regionali 2025 rafforza l’ipotesi di una partita nazionale molto più equilibrata – e contendibile – rispetto a quanto visto nel 2022. L’Istituto suggerisce che, in vista del 2027, la vera domanda è conviene mantenere un impianto che rischia di consegnarci un pareggio? Oppure, conviene cambiare sistema elettorale?
Dal canto suo, la coalizione guidata da Giorgia Meloni sembra già riflettere su un nuovo impianto, un “ritorno aggiornato” a un modello di tipo proporzionale/premio, una sorta di neo “Porcellum”. Ma non tutti nel centrodestra sono così entusiasti dall’idea di eliminare i collegi uninominali, soprattutto se nella nuova legge si dovesse pure introdurre la designazione del candidato premier. Forza Italia per ora si limita a mugugnare, per nulla convinta dalla prospettiva di dover fare i conti con le forze minori come Noi Moderati di Maurizio Lupi.
Così, mentre la Lega – con le parole di Molinari – rivendica la centralità del collegio uninominale, la realtà suggerita dai numeri invita a guardare oltre: perché, in un’Italia sempre più divisa e fluida, i seggi potrebbero non essere più garantiti solo dal territorio, ma solo da coalizioni omogenee e ben montate.
Vannacci non detta la linea
Nel medesimo intervento a Sky TG24, Molinari stende un velo di avvertimento nei confronti di chi — dentro la Lega — continua a interpretare il partito come “libero mercato” di posizioni, correnti e personalismi. Ed è chiaro che il destinatario è Roberto Vannacci. “Vannacci può dire la sua, ma non si può pensare che quello che dice Vannacci sia la linea della Lega”. Una frase che suona quasi come un disconoscimento politico: non una censura grossolana – meno si dice meglio è – ma un avvertimento preciso: la Lega “è una sola”, non un terreno di conquista del Generale e delle sue truppe.
Fonti interne a via Bellerio confermano che il nervosismo sui “team Vannacci” è reale: c’è chi teme che strutture parallele, corrispondenti a un leader carismatico ma autonomo, possano frammentare la linea ufficiale, indebolendo il partito nelle competizioni vere, quelle che contano: candidature, liste, collegi. In sostanza il tempo delle “voci individuali” – anche se rumorose – è finito. Se la partita si gioca su collegi e coalizioni, servono uomini che si calino nella macchina elettorale, non “solitari mediatici” pronti a creare micro-correnti.
Il ddl sul consenso
Molinari commenta con tono prudente la proposta di legge – frutto dell’accordo tra Meloni e la segretaria del Pd Elly Schlein – per ridefinire il reato di violenza sessuale basandosi sul principio del consenso libero e attuale, a detta di molti un pericoloso obbrobrio giuridico. Il capogruppo leghista non chiude la porta, ma dice chiaramente: prima bisogna che il testo sia “corretto e migliorabile”, non votato in fretta solo per ragioni simboliche, come la data del 25 novembre (Giornata contro la violenza sulle donne).
È un modo per dire che – in un contesto di governo magmatico e di sensibilità eterogenea all’interno della maggioranza – una legge così delicata non può essere trattata come un’operazione mediatica. Il Senato ha già rallentato l’iter: audizioni, emendamenti in arrivo, revisione del testo. Meglio evitare che, in nome di un consenso di mobilitazione, si approvi un testo che poi si riveli fragile o controproducente.



