CARTA PESTA

Stampa, Elkann stringe sui veneti. Nella cordata spunta Dogliani

La trattativa è al rush finale ma restano i nodi dei costi (soprattutto della tipografia). Si lavora a un nuovo veicolo societario che, accanto a Nem, possa imbarcare un partner piemontese. E il nome del costruttore di Narzole appare il più accreditato

Chissà se, mentre si trovava in via Lugaro a portare la solidarietà alla redazione “violata” dall’assalto di un manipolo ProPal e di antagonisti della galassia AskatasunaJohn Elkann, nella veste di editore in carica, abbia trovato il tempo di spendere una parola sul destino imminente della Stampa. Nessuna dichiarazione, sul punto: “La Stampa continuerà a informare i suoi lettori come ha sempre fatto, con rigore, serietà e indipendenza”, ha detto affiancato dal presidente di Gedi Paolo Ceretti. Ma il silenzio sul futuro pesa, perché l’incertezza che grava sul quotidiano che fu l’orgoglio della borghesia torinese e oggi vive la sua stagione più precaria, alimentata da trattative che fino a pochi giorni fa venivano date per concluse nel giro di ore – fatte salve le procedure obbligatorie previste per le cessioni editoriali – e che all’improvviso sembrano essersi arenate in un apparente stallo.

“Sembra” è davvero il verbo giusto. Perché dietro l’attendismo non c’è alcun ripensamento, solo una partita che resta pienamente aperta. La volontà del nipote dell’Avvocato di disfarsi del “badò” dei giornali è ferrea e l’acquirente della testata torinese è da tempo individuato: NordEst Multimedia (Nem), il gruppo di Enrico Marchi, presidente di Save e di Banca Finint, già protagonista nel novembre 2023 dell’acquisizione da Gedi di un pacchetto pesante di quotidiani locali – dal Corriere delle Alpi al Messaggero Veneto, dal Mattino di Padova alla Nuova di Venezia e Mestre, passando per La Tribuna di Treviso e Il Piccolo.

Il nodo costi (e perdite)

Secondo fonti accreditate, sul tavolo ci sarebbe addirittura un preliminare già firmato settimane fa, una trattativa condotta in esclusiva che non si è fermata, ma è entrata nella sua fase più delicata. Il nodo principale è il prezzo. I 50-60 milioni chiesti per la Stampa sono ritenuti eccessivi, a fronte di una perdita annua di 12 milioni, considerando inoltre che nel pacchetto resta la tipografia, giudicata fuori mercato: stampare lì costa 20 centesimi a copia contro una media nazionale di 11, con il carico di oltre 170 giornalisti, una trentina dei quali potrebbero uscire in prepensionamento, più il peso non irrilevante delle maestranze poligrafiche. Un’azienda pesante, che rende il margine industriale più sottile della carta su cui si stampa.

Veneti ma non solo

L’altro nodo è societario. Alla fine, la testata non dovrebbe essere rilevata direttamente da Nem, bensì tramite un nuovo veicolo che includerà una parte degli attuali soci di Marchi e un partner piemontese di rilievo. Un’esigenza posta fin dall’inizio dal vertice Gedi, desideroso di legare la sorte del quotidiano a una presenza territoriale. La ricerca di questo socio aveva accompagnato anche i contatti preliminari con il gruppo barese Ladisa, cui sono destinati La Sentinella del Canavese e Huffington Post Italia. A candidarsi, con scarso successo, nel ruolo di esploratore si è fatto avanti Marco Gay, presidente degli industriali torinesi, ma nel colloquio con Elkann non sarebbero uscite ipotesi convincenti e il rampollo Agnelli ha preferito seguire altre strade.

L'interesse di Dogliani

Il primo nome fatto è stato quello di Giuseppe Lavazza, avvicinato da emissari veneti, ma alla fine defilatosi – con un garbo che ha ricordato il passo di lato fatto anni fa dai Ferrero quando fu loro proposto di acquistare il Torino calcio. E così, mentre Lavazza si diceva “lusingato, ma no grazie”, un altro profilo ha iniziato a prendere consistenza: quello dei Dogliani, costruttori radicati a Narzole, nel Cuneese, ma con sede legale a Torino, oggi tra i player nazionali nella progettazione e realizzazione di grandi opere infrastrutturali e industriali: strade e arterie di traffico, viadotti, gallerie, persino grandi interventi nel settore siderurgico. E ospedali.

In Piemonte i Dogliani hanno già messo la firma sul Parco della Salute di Torino, sulla progettazione della Città della Salute di Novara e mantengono un contenzioso aperto con la Regione sull’ospedale di Cuneo, a seguito della cancellazione del partenariato sostituito con i fondi Inail.

Un impero langhetto

Il patriarca è Matterino Dogliani, 85 anni, imprenditore langhetto dagli svariati interessi – dalle vigne agli alberghi, dall’edilizia alla robotica – con solide relazioni ai vertici della Lega, che in pochi anni ha collezionato incarichi, concessioni e incassi miliardari. Al comando della holding Fininc, con un patrimonio di oltre un miliardo, è la sua società guidata dal figlio Claudio che, attraverso il consorzio Sis, ha realizzato l’opera simbolo della lunga stagione di Luca Zaia: la superstrada Pedemontana Veneta. È sempre Dogliani che lavora con la spagnola Sacyr nella cordata incaricata da Matteo Salvini, insieme a Webuild, di costruire il Ponte sullo Stretto, e che ha realizzato opere rilevanti per Anas, sopra tutte il macrolotto 2 della Salerno-Reggio Calabria, oggi Autostrada del Mare, nel tratto Buonabitacolo-Lauria. Non solo: Dogliani ha strappato ai Gavio le concessioni della A21 Torino-Piacenza e della A5 Torino-Quincinetto e il suo nome è pure circolato come possibile acquirente nella privatizzazione di ritorno di Autostrade per l’Italia (Aspi).

In fondo, non sarebbe nemmeno un’alleanza così innaturale: il tessuto imprenditoriale cuneese, per struttura e cultura industriale, somiglia da vicino a quello veneto, fatto di imprese diffuse sul territorio, forte legame con la dimensione locale e una propensione pragmatica. Una consonanza che può spiegare le possibili convergenze tra il mondo langhetto dei Dogliani e la galassia NordEst di Marchi, saldate dalla stessa logica: radicamento territoriale, reti di relazioni e capacità di muoversi tra economia reale e leve politiche.

E Cirio?

A far da tramite per il dossier Stampa – raccontano rumors della Granda – ci sarebbe Giuliana Cirio, potentissima direttrice di Confindustria Cuneo e prossima segretaria generale della Fondazione CrC. Che la sorella del presidente della Regione, Alberto Cirio, non abbia informato il fratello per quanto inverosimile potrebbe persino essere vero. Una cosa è certa, l’inquilino del quarantesimo piano del grattacielo, anche lui ieri in pellegrinaggio in via Lugaro, non è affatto disinteressato alla partita e avrebbe avuto riscontri diretti anche tramite Antonio Tajani. Il ministro degli Esteri e leader di Forza Italia, proprio nei giorni in cui si facevano insistenti le voci sul cambio di proprietà, avrebbe incontrato Marchi a Verona, ricevendo conferma dell’avanzamento delle trattative in corso.

Repubblica balla il sirtaki

Nel frattempo, mentre tra Torino Milano (dove sono al lavoro gli studi legali) si discute di soci e soldi, a Roma il gruppo Gedi prepara lo spezzatino. Come ha raccontato Ettore Boffano sul Fatto sarebbe prossima alla dirittura d’arrivo la vendita di Repubblica – e soprattutto del polo radiofonico che rappresenta l’unica autentica gallina d’oro dell’ex EspressoRadio DeejayCapital m2o, circa 60 milioni di fatturato annuo e 10 milioni di utili. Secondo le indiscrezioni sarebbe già a buon punto la due diligence e l’annuncio sarebbe imminente: gli asset dovrebbero passare al gruppo greco della famiglia di Theodore Kyriakou, forse – ma non vi sono conferme – in società con il principe saudita Mohammed bin Salman. Nessuna cifra ufficiale, ma il confronto è impietoso: Elkann pagò 220 milioni nel 2020 per Gedi, mentre oggi la Stampa e Repubblica risultano iscritte a bilancio Exor per appena 72 milioni.

Manovre in via Lugaro

In questo quadro, la vendita del quotidiano torinese procede su un binario separato, ufficiosamente “in standby”, ma in realtà concentrata su sconti, veicoli societari e partner piemontesi. E dentro la redazione qualcosa si muove. Dal Veneto spifferano dell’attivismo crescente dei vertici, un po’ insieme e un po’ ciascuno per conto proprio, impegnati ad aprire canali diretti, facendo leva sugli ex colleghi che con Luca Ubaldeschi, fino a qualche settimana fa direttore delle testate di Nem, sono passati a collaborare con loro. Tutti vantano rapporti privilegiati con il governatore (e chi non ne ha?) e confidano molto in lui per conservare la poltrona – o almeno strapparne una a scapito dell’altro – anche sotto i nuovi padroni.

Fine della storia

E così, mentre in via Lugaro la redazione riflette sulle dinamiche dell’assalto (“perché non ci hanno protetto?”), la proprietà rafforza le misure di sicurezza e sfilano le istituzioni per la solidarietà di rito, il destino della Stampa viene deciso nelle segrete stanze, tra intese preliminari, soci da trovare e asset da piazzare. Non è più la stagione delle grandi famiglie e dei giornali “di riferimento” e quando un giornale diventa solo una riga a bilancio, l’uscita di scena non è un tradimento: è semplicemente la fine di una storia.