Quei silenzi tombali

Forse hanno ragione tutti coloro che invitano a non ridurre la crescente e strisciante violenza politica nel nostro Paese ad un fatto folkloristico o, peggio ancora, a banali ragazzate. E lo dico perché, purtroppo, ci sono anche costoro e non sono affatto pochi nel panorama culturale, intellettuale, giornalistico e politico italiano. Certo, di fronte alla sistematica violenza politica, e squadristica, che purtroppo caratterizzano il finale di molte manifestazioni di protesta, persiste il vizio di minimizzare, di circoscrivere, di ridurre il tutto ad un esercizio di pochi facinorosi.

È appena sufficiente fare un esempio contemporaneo e concreto per rendersene conto, al di là di ogni polemica pretestuosa e di ogni pregiudizio politico e culturale. E cioè, ci sono state immediate ed unanimi reazioni alle agghiaccianti dichiarazioni rilasciate da Francesca Albanese dopo l’atto squadristico alla Stampa di Torino? I capi dell’attuale sinistra italiana hanno preso le distanze da quelle dichiarazioni? Le hanno pubblicamente contestate e dichiarate inammissibili sotto il versante politico e culturale? Chi di loro ha vergato un comunicato di radicale disapprovazione nei confronti della Albanese? Silenzio tombale.

Ora, tutti sappiamo che la storia non si ripete mai. O meglio, quasi mai. Ma tutti sappiamo anche molto bene che il germe della violenza politica e squadristica, di norma, non coincide subito con atti terroristici o simili. Va per gradi. E, come da copione, segue quasi sempre lo stesso copione. Ma, soprattutto e al di là dei risvolti che questa violenza può innescare di volta in volta, quello che impressiona e che inquieta è la persistente presenza di una categoria che comunemente va sotto il nome di “cattivi maestri”. Cattivi maestri che alcuni decenni fa spiegavano le ragioni politico e culturali del “né con lo Stato e né con le Br” e che, al contempo, liquidavano la questione della violenza dell’estrema sinistra con slogan del tipo “sono comunque solo compagni che sbagliano”. Un film di cui abbiamo potuto conoscere dopo l’epilogo concreto.

E, per venire all’oggi, e seppur in un contesto politico radicalmente diverso rispetto alla drammatica stagione degli anni di piombo, assistiamo di nuovo alla presenza di quella categoria che minimizza, che circoscrive, che quasi ridicolizza il ritorno di una violenza che ormai è sotto gli occhi di tutti e che, purtroppo, dilaga. E, sotto questo versante, le nuove “icone” che sono puntualmente assurte a “resistenti” e a “difensori” di una presunta libertà rispondono appieno a quella strategia.

Ecco perché, forse, è arrivato il momento per sciogliere un nodo politico di fondo. E cioè, da che parte si sta di fronte ad una ondata sistematica, permanente, strutturale e quasi organica di violenza politica che molte volte degenera in atti squadristici? Le terze posizioni non sono più ammesse. E, sotto questo versante, tutti – a cominciare dall’attuale sinistra italiana nelle sue multiformi espressioni – devono essere chiari e netti. Detto con parole semplici, o si tace di fronte alle icone e ai novelli “cattivi maestri” o si reagisce e ci si schiera dalla parte della legalità, della democrazia, del pluralismo. E, in ultima analisi, della Costituzione. Gli slogan del passato non hanno più diritto di cittadinanza. Neanche in un contesto come quello contemporaneo radicalmente diverso da quella stagione che rischia, però, di riproporsi con strani e singolari epigoni.

print_icon