"A Torino serve più confronto". Ganelli archivia Lo Russo
14:46 Venerdì 05 Dicembre 2025Il notaio, kingmaker del sindaco, ora gli chiude simbolicamente il faldone davanti al cucuzzaro torinese. Invoca un piano 2040 e contesta l’idea di affidare a Bloomberg il disegno del futuro della città. È il segnale che si muove alla ricerca di alternative
C’era un tempo in cui Andrea Ganelli, notaio dall’outfit eccentrico e dalle ambizioni calibrate, era il più acceso sponsor di Stefano Lo Russo: convinzione, soldi, relazioni, persino quei sondaggi “opportunamente presentati” che dovevano mostrare al meglio le potenzialità del futuro sindaco. Lo accompagnò nella candidatura quando nel Pd molti lo osteggiavano, lo difese dalle offensive interne, contrastò il pressing del Nazareno che per cercare di imporre l’allora rettore del Politecnico Guido Saracco spedì l’emissario Francesco Boccia. E lo portò, alla fine, prima a vincere le primarie e poi a battere Paolo Damilano. Ebbene, Ganelli da un paio d’anni non perde occasione per far sapere a tutti che il pupillo d’un tempo ha perso i suoi favori.
Dialoghi metropolitani
Torino, lo sappiamo, ama raccontarsi come una città che cambia, ma poi finisce sempre per ritrovarsi negli stessi luoghi, a riconoscere gli stessi volti e a trasformare conversazioni da salotto in enunciati politici. E così ieri sera al caffè Platti, durante l’appuntamento dei “Dialoghi metropolitani”, il format ideato da Andrea Cenni e promosso dalla rivista Torino Magazine, l’aria sapeva di resa dei conti. A parlare era proprio il notaio Gianduia, uno che la città la conosce bene, e che non perde mai occasione per ricordare che “occorre creare un luogo in cui ci si confronti per far crescere una nuova classe dirigente che assicuri a Torino un futuro”. Frase pronunciata con apparente nonchalance ma rivelatrice del mutato clima in certi ambienti verso il primo cittadino.
Lo Russo vuò fa' l'americano
Ganelli ha insistito sul fatto che i torinesi devono essere maggiormente coinvolti, perché l’obiettivo – ha ribadito – è dare vita a un nuovo piano strategico per la città che traguardi al 2040. E il colpo è arrivato limpido: “Dobbiamo conquistare la possibilità che il futuro della città sia delineato dai torinesi e non sia demandato a think tank stranieri”. Parole dette come se niente fosse, ma l’allusione alla fondazione Bloomberg – cui il sindaco ha consegnato in outsourcing visioni e prospettive – è talmente trasparente da non aver bisogno di essere spiegata.
Parterre de roi
Il pubblico era folto e ben assortito: Sergio Rosso, presidente degli Asili notturni e volto storico della Massoneria subalpina; l’ex assessore regionale alla Cultura Antonella Parigi; l’ex parlamentare Mauro Maria Marino, una colonna dei tempi dell’Ulivo e della stagione dei “professori” di Valentino Castellani; il costruttore Stefano Ponchia e il capo dei piccoli imprenditori Corrado Alberto. E poi la sorpresa che tanto sorpresa non era: le presenze politiche. La capogruppo dem in Regione Gianna Pentenero, il leader dei Moderati Mimmo Portas, e persino Pietro Garibaldi, l’economista che Lo Russo ha voluto per riportare in vita “Alleanza per Torino”, la sua futura lista civica. Una presenza che pesa e segnala che la serata non era un esercizio accademico, ma una piccola mappa del potere cittadino in movimento.
Miti sabaudi
Ganelli ha dialogato con Gianni Dimopoli, ingegnere pugliese trapiantato sotto la Mole, responsabile strategie e sviluppo business di myCicero del gruppo Mooney, impegnato sul fronte della mobilità urbana. Ed è stato proprio Dimopoli a smontare uno dei miti fondativi della narrativa torinese post-olimpica, quello secondo cui la città sarebbe rinata grazie al loisir, agli eventi, alle luci e al turismo. “Le città vivono e crescono solo in funzione del lavoro che sanno offrire”, ha detto, ricordando che il “divertificio” serve alla notorietà ma non è una leva di sviluppo, né per numeri né per tipologia di occupazione. Lavoro e formazione, dunque: questi i cardini imprescindibili.
Dire le cose come stanno
Concetti che Ganelli ha subito fatto propri, invitando tutti alla franchezza, dicendo che bisogna “dirci le cose come stanno”, ovvero che le nuove forme di economia – digitale, aerospazio, turismo – non sono voci così significative da ridisegnare da sole un ecosistema torinese che arriva da un secolo di industria. “Dobbiamo avere il coraggio di guardare i dati e di ammettere che le formule per far funzionare le cose necessitano di studio, impegno e programmazione. Non esistono risposte semplici, esistono azioni e programmazione. Ben venga una Torino con diverse anime a patto che facciano mangiare la città e non solo i titoli dei giornali”, ha detto. Persino l’altro grande mito, quello della “città universitaria”, è stato riportato alla realtà: i numeri parlano chiaro e Torino è ancora indietro rispetto ad altri competitor. E poi l’esempio concreto: bene che Leonardo assuma 30 ingegneri, ma se nello stesso tempo la Lear ne manda a casa 300, il saldo è drammatico. Non è tutto rose e fiori, insomma.
“Torino è sempre stata una città in crescita – ha continuato – una città in cui la gente veniva per lavorare, una città profondamente attrattiva e sempre più popolosa… Oggi non lo è più. Ha smesso di esserlo e deve fare i conti con sé stessa. Certo, è tante altre cose, ma non può rinunciare a essere anche quel tipo di città”. E qui Ganelli ha affondato il bisturi: serve un piano strategico da qui al 2040, una visione che gli attuali vertici di Palazzo civico mostrano di non avere. Non serve fare nomi: tutti sanno di chi sta parlando.
Il ricambio mancato
In chiusura Ganelli ha evocato il tema del ricambio generazionale, insistendo sull’importanza degli spazi di confronto: “Se noi viviamo di slogan, di non ascolto, di bandiere… Tutte cose che non c’entrano con la conduzione di una città”. Ha parlato dei giovani che devono metterci idee e impegno, dei “vecchi” che devono voler costruire a prescindere dall’anagrafe, del fatto che “uccidere il padre” è sempre operazione complessa. E poi la domanda che sembrava messa lì per tutti, ma forse soprattutto per uno: stiamo davvero preparando chi succederà ai referenti di oggi, scegliendo in base alla città che immaginiamo? O ci limitiamo a lamentarci, vaneggiando cambiamenti generalisti? La risposta implicita è che Torino non sta crescendo una nuova classe dirigente come dovrebbe. Chi nel 2040 vuole vivere una città evoluta, dice Ganelli, deve costruirla oggi, a immagine e somiglianza dei propri valori.
Lo Russo unfit
Tutto giusto, tutto condivisibile. Ma il punto vero stava altrove. Perché se c’è un dettaglio che la città non ha dimenticato, è che Ganelli è stato uno dei principali supporter di Lo Russo, il più convinto, il più influente. Eppure, come abbiamo detto, da qualche tempo, in privato, Ganelli non risparmia critiche. Critiche che, a dire il vero, si sentono ovunque: autoreferenziale, chiuso nella torre eburnea di Palazzo civico, refrattario al confronto, carente di empatia, diffidente, sospettoso al limite della paranoia, incapace di visione. Carattere che lo hanno incoronato tra i sindaci peggiori, con il più basso livello di popolarità d'Italia. Il rapporto tra i due si è raffreddato fino a diventare glaciale: pubblicamente si salvano le apparenze, ma ognuno ha preso la sua strada.
Un pugno di mosche
E certo, nella delusione deve aver pesato anche quella mancata valorizzazione che Ganelli, con qualche fondata ragione, considerava quantomeno dovuta. Da erede dello studio di Antonio Maria Marocco, leggendario notaio del “sistema Torino” non ha mai fatto mistero di ambire alla presidenza della Fondazione Crt, poltrona su cui sedette il suo dominus tra il 2012 e il 2017. Una partita giocata malissimo dall’inesperto Lo Russo, talmente male che spalancò il portone di Palazzo Perrone al “foresto” Fabrizio Palenzona. Sfumata la Crt non si è palesato nulla per Ganelli, non che questi lo chiedesse o che fosse nei patti ci mancherebbe (chissà). Solo che nessuno se ne sarebbe stupito e persino lo si dava per scontato che nella pletora di nomine un posto d’onore gli venisse riservato. Non sappiamo cosa sia successo, ma una cosa è certa: i rapporti tra i due si sono guastati. E ai torinesi di corte queste cose non sfuggono.
Corteggiato a destra (e al centro)
Così oggi Ganelli si trova in quella posizione morettiana di chi parla, vede gente, analizza, rafforza legami. È molto ricercato, molto blandito, molto corteggiato. Emissari del centrodestra sono già andati in avanscoperta – qualcuno dice perfino per conto di Guido Crosetto – mentre i centristi (e non solo il solito Silvio Magliano), come sempre, bussano con insistenza. E intanto lui, con il suo pensatoio “Torino globale”, riunisce periodicamente il meglio del cucuzzaro sabaudo.
E quando ieri sera ha detto che Torino deve essere disegnata dai torinesi e non da think tank stranieri, nessuno ha avuto dubbi: ogni riferimento è puramente voluto. Ganelli non si limita più a criticare Lo Russo: gli sta costruendo attorno un quadro alternativo, un nuovo modo di pensare la città, e forse, chissà, una piattaforma da cui ripartire. Del resto, a Torino tutto si muove piano finché non si muove all’improvviso. E quando un uomo come Ganelli prende la parola al Platti, davanti a quel pubblico, con quei riferimenti, con quella storia alle spalle e con quel veleno finale – in cauda venenum, come ricordano i latini – non sta semplicemente parlando. Sta annunciando che il risiko cittadino è ricominciato. E questa volta, forse, la mossa tocca a lui.



