Repole inciampa sul calendario.
Chiesa torinese verso l'estinzione
Eusebio Episcopo 07:00 Domenica 07 Dicembre 2025
Convocazione del clero in piena Settimana Santa, quando i preti sono oberati di lavoro. Lo scollamento tra vertici diocesani e parroci, mentre il crollo delle vocazioni viene liquidato come "opportunità". La rete della lobby di Sant'Egidio
Ha stupito il presbiterio di Torino e Susa la convocazione del cardinale Roberto Repole dei sacerdoti «per un confronto sul riordino della presenza ecclesiale sul territorio e sulla vita personale e ministeriale dei sacerdoti». Ha stupito innanzitutto l’inserimento della «vita personale» tra il riordino dei territori ed il ministero. I preti non sono seminaristi, non amano essere trattati come tali e della loro vita personale certamente non parlano in una riunione pubblica del clero. Ma ancora di più ha stupito la data della seconda convocazione. I preti ordinati dal 1995 al 2015 sono infatti convocati a Villa Lascaris a Pianezza per martedì 31 marzo 2026 alle ore 15.30. Ora qualcuno avrà detto al cardinale che il 31 marzo è martedì della Settimana Santa? Qualcuno può spiegare alla Curia di Torino, nota per essere «teologicamente qualificata», che i preti che lavorano, il martedì santo hanno da fare in parrocchia?
Verrebbero da fare due ipotesi, una peggiore dell’altra. O il cardinale Repole, che non è mai stato parroco, non ha la minima idea di cosa voglia dire organizzare la Settimana Santa in una parrocchia (il che sarebbe grave), oppure la data è stata scelta apposta per avere meno presenze possibili, e poter dire che c’è stato un confronto diocesano (il che sarebbe gravissimo). Resta il fatto che, senza nemmeno doverci impegnare, la stessa Curia mostra chiaramente una scollatura, la distanza tra vertici autoreferenziali e base operativa. Una distanza che, sempre più, diventa separazione, rendendo molto difficile ogni possibile collaborazione. Né le analisi pseudosociologiche, né il canto riformatore di Repole incanteranno i preti. Va tutto bene, madama la marchesa, non convincerà il clero. Non va affatto bene a Torino.
Si è svolto venerdì 28 novembre scorso quello che viene ormai denominato come il “Consiglione” (un po’ come quello di Mirafiori dei tempi mitici) e cioè la seduta congiunta dei due consigli pastorali, aperta dall’arcivescovo Repole e dal risultato di ben 7 commissioni messe al lavoro in precedenza. Sono seguite le relazioni del vicario generale di Susa, don Daniele Giglioli, e dal vicario episcopale di Torino, don Mario Aversano, i quali hanno presentato all’uditorio la realtà delle due diocesi, definita dallo stesso settimanale diocesano «complessa e inquietante». Basti un dato: se Piemonte e Valle d’Aosta hanno in totale 20 seminaristi, tra dieci anni la Chiesa subalpina è a rischio non di drastico ridimensionamento ma di estinzione. Nonostante ciò, il catastrofico risultato rappresenta per il vertice autoreferenziale, come per ormai ogni notizia infausta, una «bella opportunità».
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Nella “mappa” dei vescovi “in quota Sant’Egidio” – e vedremo come siano molto più numerosi di quelli che sembrano – ci sono anche due importanti sedi: Napoli e Manfredonia-San Giovanni Rotondo, che quindi voteranno Repole, come presidente della Cei. A Napoli il cardinale Domenico Battaglia, che si fa ostinatamente chiamare “don Mimmo”, non fa che snobbare il suo clero abituato da sempre alla paternità dei suoi vescovi, preferendo alla ordinaria pastorale qualsiasi palcoscenico. Anche lui legge i testi preparati da Sant’Egidio e, nei giorni scorsi, alla presenza del Presidente della Repubblica, si è dilettato in una lezioncina sulla Costituzione, che nulla aveva di evangelico, né di cattolico.
Si sa che don Mimmo è alle prese con enormi guai economici della diocesi e della facoltà teologica, per i quali cerca sponde, e soprattutto interviene Sant’Egidio. Il clero non ne può più, ma è rassegnato, perché il “regalo bergogliano” durerà ancora parecchio. Anche se pare che il processo di secolarizzazione della forte tradizione partenopea stenti ancora: il popolo resiste, il clero resiste e la recente canonizzazione del beato Bartolo Longo certamente vale più di don Mimmo e Sant’Egidio.
L’altro vescovo, provinciale ma molto “pesante”, è quello di Manfredonia-San Giovanni Rotondo con Padre Pio e tutto quello che significa. Anche questa diocesi è occupata da Sant’Egidio al punto che il “vescovo profeta”, monsignor Franco Moscone, ha utilizzato la sua autorità per tentare di andare contro la legge universale della Chiesa, arrivando ad affermare che la partecipazione a una marcia per la pace assolve il precetto domenicale e festivo. Come se un gesto umano, anche interessante ma solo umano, potesse essere paragonabile a quell’irruzione di Dio nel mondo che è la Santa Messa. Chissà in cosa crede il vescovo di Manfredonia-San Giovanni Rotondo per arrivare a tanto. Vedremo ancora nei prossimi post quali sono glia atri “campioni” della Comunità-lobby di Sant’Egidio.
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Ancora sulla Madonna Corredentrice e Mediatrice di tutte le Grazie titoli che, secondo la Nota pastorale Mater Populi Fidelis del Dicastero per la dottrina della fede «è sempre inappropriato». Ma, ha spiegato il cardinale prefetto Tucho Fernández, «se voi, insieme al vostro gruppo di amici, ritenete di comprendere bene il vero significato di questa espressione, avete letto il documento e vedete che anche i suoi aspetti positivi sono lì affermati, e desiderate esprimere proprio questo nel vostro gruppo di preghiera o tra amici, potete usare il titolo, ma non sarà usato ufficialmente, cioè né nei testi liturgici né nei documenti ufficiali». Pubblicamente, insomma, non si può e non si deve parlare della Madonna come Corredentrice del genere umano o di Mediatrice di tutte le Grazie, si possono invece coltivare le stesse devozioni in privato. Insomma, se si pensa a come si è pubblicamente venerata la Pachamama in chiesa e si dà la comunione a peccatori impenitenti, siamo al fariseismo più puro.



