Il Pil allunga la vita e attrae i giovani. Più vecchi dove l'economia langue
15:29 Lunedì 08 Dicembre 2025Il Piemonte invecchia più della media italiana, con una frattura demografica: province dinamiche (Torino, Cuneo e Novara) e altre che soffrono declino industriale, spopolamento e servizi ridotti. Urgono politiche per colmare il divario e scongiurare l'irreversibilità
Il Piemonte è una regione anziana, ma i trend demografici non sono omogenei al suo interno. Partiamo dal fatto che per l’Istat in Piemonte oggi l’età media è 48,1 anni, a fronte di una media italiana più bassa (46,8) e di un aumento rispetto a dieci anni prima (46,2 in Piemonte nel 2015). Vale lo stesso per altri tre indici: quello di dipendenza strutturale, che rapporta la popolazione in età non attiva a quella in età lavorativa; quello di dipendenza degli anziani, che rapporta gli over 65 alla popolazione in età lavorativa; quello di vecchiaia, che rapporta gli over 65 agli under 14. Questi tre indicatori in Piemonte nel 2025 sono tutti in crescita rispetto a dieci anni prima e risultano sopra la media nazionale, mostrando una regione ancora meno giovane in un Paese che sta già affrontando la grande sfida di un pericoloso “Generale Inverno” demografico.
Ma il dato che più spicca è la differenza tra due gruppi di province piemontesi: l’età media e i tre indici considerati sono sempre sotto la media regionale in quelle di Cuneo, Novara e Torino, mentre risultano sopra la media in quelle restanti, ossia Alessandria, Asti, Biella, Verbano-Cusio-Ossola e Vercelli. Abbiamo quindi una frattura demografica tra due aree del Piemonte: da una parte, le province più occidentali (Cuneo e Torino) e quella più “filo-milanese” (Novara), che sono più giovani e attrattive; dall’altra, le province di un lungo corridoio nord-sud che va dalle Alpi Pennine all’Appennino Ligure, dal Gottardo al Turchino, che presentano una popolazione più anziana e offrono meno servizi e opportunità. Nel Biellese, addirittura, l’età media supera i 50 anni, un dato che si registra soltanto in altre tre province italiane (Savona, Oristano e Sud Sardegna).

Similmente, il quoziente di mortalità risulta più alto in Piemonte rispetto alla media italiana: nel 2024 ci sono stati 12,4 decessi per mille abitanti in Piemonte, contro gli 11,0 a livello nazionale. In entrambi i casi il dato è aumentato rispetto al 2014. Anche qui, Torino, Cuneo e Novara si collocano sotto la media regionale, a differenza delle altre cinque province.
Anche la speranza di vita alla nascita – ossia il numero medio di anni che un bambino nato in un determinato anno può aspettarsi di vivere – è più alta della media piemontese (83,4 anni) e nazionale (anch’essa pari a 83,4 anni) nel Cuneese, nel Torinese e nel Novarese, mentre risulta più bassa nel resto della regione.

Il peso dei grandi poli urbani
Questi numeri ci dicono cosa sta accadendo. Ma per capire perché alcune province reggono meglio di altre, dobbiamo guardare alla loro struttura economica e sociale: come possiamo spiegare questa frattura demografica? Cosa rende Torino, Cuneo e Novara province meno in difficoltà sotto questo profilo?
Per Torino e Novara la spiegazione è relativamente semplice: entrambe gravitano su un grande centro urbano – rispettivamente Torino e Milano – che offre un tessuto produttivo più forte e diversificato, una maggiore presenza di servizi avanzati, grandi eventi, importanti poli universitari e, più in generale, maggiori opportunità che, attirando giovani, le rendono province meno “anziane” e più dinamiche.
Cuneo: sviluppo senza metropoli
Nel caso del Cuneese la spiegazione è più complessa, perché qui non esiste un grande centro urbano capace di esercitare la stessa forza gravitazionale di Torino o Milano. Anzi, la politica cuneese ha spesso lamentato l’isolamento infrastrutturale della Granda: basti pensare alle polemiche sulla riapertura del Tenda o ai ritardi nella costruzione dell’autostrada Asti-Cuneo. Nonostante questo, la Granda resta una provincia sostenuta da un tessuto economico particolarmente solido e diversificato, che combina un settore agroalimentare d’eccellenza, un manifatturiero competitivo e un turismo in crescita negli ultimi anni, soprattutto grazie al volano delle Langhe, dove è nato Slow Food.
L’economia nella provincia di Cuneo funziona, come dimostra il fatto che, tra le province piemontesi, è quella con il tasso di disoccupazione più basso (2,7% nel 2024) e con il Pil pro capite più elevato (37.202 euro nel 2022). Sopra la media regionale del PIL pro capite (34.486 euro) si collocano anche le province di Torino (35.648 euro) e Novara (34.597 euro), mentre nelle altre cinque il dato resta sotto la media.
Inoltre, la Granda, pur essendo priva di una grande città, funziona come un sistema policentrico composto da centri di media dimensione capaci di offrire lavoro, servizi e attrattività. Non a caso è la provincia delle “sette sorelle”: oltre a Cuneo, vi sono Alba, Bra, Fossano, Mondovì, Saluzzo e Savigliano.

Province monocentriche e territori fragili
Le altre province piemontesi sono invece prevalentemente monocentriche, nel senso che il capoluogo concentra una quota nettamente maggiore di abitanti rispetto agli altri comuni, attirando su di sé servizi e funzioni. Fa parziale eccezione il Verbano-Cusio-Ossola, che presenta tre poli principali – Verbania, Omegna e Domodossola – ma qui il territorio quasi interamente montano gioca a sfavore dell’economia. Non a caso, si tratta della provincia piemontese con il reddito pro capite più basso (27.625 euro).
Il Vco stesso e le province di Asti, Alessandria, Vercelli e Biella hanno subito negli ultimi decenni un declino industriale particolarmente marcato, che ha progressivamente indebolito il tessuto produttivo locale. A questo si è aggiunta una fuga di cervelli verso città e territori capaci di offrire maggiori opportunità di studio, lavoro e mobilità sociale.
Il circolo vizioso dello spopolamento
L’uscita dei giovani ha però ridotto ulteriormente la domanda interna, impoverendo il capitale umano e rendendo più difficile per le imprese reperire competenze adeguate. Parallelamente, molti servizi sono diventati meno accessibili, sia per ragioni geografiche sia per carenza di risorse, innescando un circolo vizioso che tende a rafforzarsi: meno opportunità generano minore attrattività, e minore attrattività produce nuove partenze.
È così che prende forma un Piemonte a due velocità: da una parte i territori che crescono e attraggono, dall’altra quelli che invecchiano e si svuotano. Colmare questa distanza non è semplice, ma significa decidere che tipo di regione si vuole essere tra dieci o vent’anni. Ed è una scelta che la politica non può più permettersi di rinviare.


