FINANZA & POTERI

Unicredit, Orcel non russa

Cessione mirata degli asset, manager in uscita e portafogli smontati pezzo per pezzo: la banca accelera il disimpegno da Mosca evitando i rischi di una vendita in blocco, tra exit tax, veto del Cremlino e spettro della nazionalizzazione. Il precedente di Intesa Sanpaolo

Unicredit batte un altro colpo sul fronte russo. Il gruppo guidato da Andrea Orcel ha ceduto a Pr-Leasing quasi l’intero portafoglio a lungo termine di Unicredit Leasing Russia: contratti per 3 miliardi di rubli, circa 340 milioni di euro. La parte residua dello stock verrà rimborsata a breve. Un’operazione confermata dal quotidiano economico russo Kommersant e che si inserisce nel percorso di progressivo disimpegno da Mosca avviato all’indomani dell’invasione dell’Ucraina.

Non si tratta di un’uscita improvvisata, ma dell’ennesimo tassello di una strategia di de-risking accuratamente calibrata. Orcel lo ha spiegato davanti alla Commissione Banche del Parlamento: «All’inizio della guerra avevamo circa il 6% dei nostri prestiti e dei nostri depositi in Russia. Oggi siamo allo 0,2% dei prestiti e allo 0,2% dei depositi». Da febbraio 2022 nessun nuovo credito è stato concesso. Restano circa 700 milioni di prestiti, di cui 4.500 mutui; altri 200 milioni sono destinati a ridursi fino a fermarsi, senza rinnovi. Un prosciugamento lento, controllato, irreversibile.

Il piano e il portafoglio

La vendita del portafoglio di leasing è tutt’altro che casuale. Pr-Leasing, controllata della holding Simple Solutions Capital, ha confermato l’operazione senza però rivelarne il valore economico. La società si limita a spiegare che «prosegue la strategia di acquisizione di portafogli, adattandosi agli elevati tassi di interesse, alle mutevoli condizioni e alla stagnazione del mercato», ricordando che la crescita tramite fusioni e acquisizioni è stata pianificata già nel 2018. Un dettaglio non secondario: i pagamenti dell’operazione sono ancorati al dollaro. Per finanziarla, Pr-Leasing ha emesso obbligazioni con un piano di ammortamento sincronizzato con i flussi dei contratti di leasing acquisiti.

I numeri raccontano il profilo del compratore. Nella classifica Expert Ra, Pr-Leasing si colloca al 29° posto per volumi di nuovi affari nella prima metà del 2025 (3,159 miliardi di rubli). A inizio anno gli investimenti erano stimati in 10 miliardi di rubli, di cui quasi 5,6 miliardi concentrati sul breve termine.

Ostacoli e paletti

La scelta di cedere asset e non l’intera banca ha una sua fredda razionalità. Vendere una società straniera in Russia, ricorda Kommersant, significa entrare in un percorso a ostacoli che richiede l’approvazione del presidente russo, di una commissione governativa o delle autorità di vigilanza. E non solo: le norme impongono di cedere le attività a un prezzo non superiore al 40% del valore di mercato e di versare allo Stato russo un contributo pari al 35% del valore dell’asset, la famigerata exit tax. «Un requisito obbligatorio», spiega Oleg Abelev, responsabile dell’analisi di Rikom-Trust Investment Company, pensato per rimpinguare le casse pubbliche e penalizzare i Paesi Nato in risposta alle sanzioni. Se poi il valore supera i 50 miliardi di rubli (circa 517,6 milioni di dollari), serve il via libera personale di Vladimir Putin.

Non è solo una questione di costi. Una exit totale di una grande banca può essere equiparata dalle autorità a una liquidazione non ordinata, con il rischio concreto di una nazionalizzazione preventiva “per motivi sistemici”. Uno scenario che a piazza Gae Aulenti conoscono fin troppo bene.

La fuga dei manager

Intanto, mentre gli asset se ne vanno, se ne vanno anche i manager. Kirill Zhukov-Emelyanov, presidente del Consiglio di amministrazione e numero uno di Unicredit Russia da cinque anni (oltre venti in banca), ha rassegnato le dimissioni. Alexey Oborin, membro del cda e responsabile delle attività finanziarie, è stato nominato presidente ad interim. Stanno lasciando anche Vadim Aparkhov, a capo dell’area corporate e investimenti, e Olga Petrova, chief operating officer. Un segnale chiarissimo. «Il licenziamento dei top manager insieme alla vendita di un asset importante indica la preparazione a un’uscita completa dal Paese», osserva Abelev. «Le banche europee cercano di restare, ma sono costrette a ridurre la presenza sotto la pressione della Bce», aggiunge Artur Shamilov, ceo di TopContact, sempre sulle colonne di Kommersant.

Il confronto con Intesa Sanpaolo è inevitabile. Secondo la classifica Interfax, nel terzo trimestre del 2025 Banca Intesa Russia ha ridotto le attività del 17,7%, scendendo a 141,8 miliardi di rubli: 50ª per asset, 23ª per capitale (54,2 miliardi). Unicredit Bank resta più grande, ma in evidente ritirata: 20ª per attività, in calo dell’8,52% a 731,4 miliardi di rubli, e 12ª per capitale, a 337,9 miliardi.

Nessun regalo ai russi

Orcel non ha mai nascosto la linea. Il 13 novembre ha tagliato corto: non intende “fare regali ai russi”. Dal 2022 Unicredit ha provato più volte a uscire: prima i contatti con Mubadala, poi — prima dell’estate — le offerte di tre società degli Emirati Arabi Uniti, Asas Capital, Mada Capital e Inweasta, tutte finite nel nulla. La rotta però resta tracciata. La controllata russa sarà «praticamente eliminata» entro la fine del 2026.

Il paradosso è che, mentre si prepara l’uscita, la divisione russa continua a produrre utili: 700 milioni nei primi nove mesi del 2025. Un flusso che prima o poi verrà meno e che pone il tema di come compensarlo. Ma il rischio, per Orcel, viene prima del conto economico. Lo ha detto senza giri di parole: «Dobbiamo stare attenti a non commettere errori per non essere nazionalizzati, altrimenti serviamo legalmente su un piatto d’argento 3,8 miliardi di capitale che abbiamo in Russia». In quel caso, ha aggiunto, Unicredit tratterrebbe gli 1,5 miliardi di depositi russi detenuti in Italia.

La cessione del leasing a Pr-Leasing, con pagamenti in dollari e manager in uscita, va letta tutta in questa chiave: non la fuga disordinata da Mosca, ma un’uscita controllata, asset dopo asset, uomo dopo uomo. Un lento arretramento che dice dove finirà la storia.

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