Stellantis first, fiducia in Trump "molta meno nell'Europa"
15:04 Mercoledì 10 Dicembre 2025Non è tranchant come l'inquilino della Casa Bianca né usa i toni volgari di Musk, ma Filosa è altrettanto severo verso l'Ue. Il ceo del gruppo italo-francese conferma che se nulla cambia il vero Eldorado è l'altra parte dell'Atlantico. E manda bacini a Urso
A sentire Antonio Filosa, per la prima volta all’assemblea Anfia, l’associazione dei costruttori di auto, seppure in collegamento da remoto, la geografia industriale di Stellantis ha trovato la sua stella polare: gli Stati Uniti. Il nuovo capo del colosso targato John Elkann parla un linguaggio che, per tono e contenuti, suona sorprendentemente affine al trumpismo industriale di questi giorni. E, benché più educato di Elon Musk o dello stesso Trump, il succo è lo stesso: l’Europa così com’è non funziona più.
Il Ceo inizia con la formula d’apertura che sta diventando il mantra della casa: “È necessario che l’Unione Europea e i suoi Stati membri agiscano con urgenza per restituire competitività alla filiera europea e rivedere le regole relative alle emissioni, riconoscendo il fatto che non esiste una sola strada da percorrere per arrivare a destinazione”. Tradotto: Bruxelles deve cambiare rotta, e alla svelta. Aggiunge che “la decarbonizzazione può e deve essere raggiunta secondo criteri flessibili, che tengono in dovuto conto la realtà del mercato, il diritto alla mobilità dei cittadini e la loro libertà di scelta”. Parole che potrebbero stare in un comizio della Maga, senza che nessuno si accorga della differenza.
America First
La parte più significativa arriva quando Filosa affronta il nodo dei dazi Usa, l’arma preferita del Trump II. “I dazi statunitensi per noi sono un segnale chiaro: gli Stati Uniti hanno modificato le loro regole con grande pragmatismo per riportare investimenti e produzione nei propri stabilimenti”, dice. E poi mette il timbro: “In questo contesto, Stellantis è una delle poche aziende automobilistiche globali che dispone di una rilevante capacità produttiva negli Stati Uniti e questo ci garantisce un chiaro vantaggio rispetto a molti dei nostri concorrenti”.
Altro che Europa. La vera comfort zone è dall’altra parte dell’Atlantico. E infatti aggiunge, senza mezzi termini: “Una situazione differente rispetto a quella in cui operiamo qui in Europa, dove le normative troppo stringenti e l’eccessiva dipendenza dalle catene di fornitura extra-europee ci impediscono di guardare al futuro con la stessa fiducia”. Il messaggio è chiaro: se Bruxelles non cambia, Stellantis interpreterà sempre più la sua vocazione americana. Di sicuro a Washington qualcuno gradisce.
Il “buon senso”
Filosa individua un fronte europeo stanco del Green Deal e pronto ad allinearsi: “Vediamo un allineamento politico tra alcune dichiarazioni recenti dell’amministrazione tedesca e di quella francese. Insomma, vediamo molti importanti stakeholder che stanno chiamando a un’assunzione di buon senso e ad un momento di riflessione per rivedere le regole Ue sulle emissioni con un approccio molto più flessibile ed allineato al mercato, basato su neutralità tecnologica e accessibilità”.
È l’eco transalpino di ciò che Trump e Musk ripetono da giorni sull’Europa decadente, burocratica, ostaggio delle sue stesse regole. E Filosa punta il dito sul fattore che oggi guida tutto: “Oggi la geopolitica non è più un elemento esterno – seppur di rilievo – all’industria ma un fattore interno cruciale, che contribuisce a determinare in maniera decisiva le nostre strategie di investimento”. A scanso di dubbi: la geopolitica, oggi, significa soprattutto regime regolatorio Usa vs regime regolatorio Ue. Indovinate quale piace di più al gruppo guidato dal rampollo Agnelli.
Competitività, la parola magica
Il Ceo usa l’immagine domestica del lessico industriale: “La parola magica è competitività dell’industria europea”. E prosegue: “Il Made in Europe deve tornare competitivo sul mercato”, ricordando che “l’Europa è rimasta l’unica regione su scala globale a non aver ancora recuperato i livelli di mercato registrati prima della pandemia”. Dati alla mano: “Siamo passati dai 20 milioni di unità vendute nel 2019 ai 17 milioni nel 2024. E le previsioni per il 2025 sono sostanzialmente in linea con il trend del momento”. Secondo Filosa la colpa è evidente: “C’è una chiara correlazione tra questo calo e gli obiettivi di riduzione delle emissioni di CO2 stabiliti dal Green Deal europeo”.
La terapia? “Obiettivi di decarbonizzazione flessibili, realistici e graduali”, differenziati per segmenti di mercato, incentivi al rinnovo del parco auto (con il promemoria: “ci sono 150 milioni di autovetture… che hanno più di 10 anni”), sostegno a piccole elettriche e ibride “accessibili”, e soprattutto un meccanismo che premi il “Made in Europe”. In fondo è lo stesso spartito dei falchi anti-regolazione a Washington. E infatti Filosa non lo nasconde: il modello è quello.
Trump come riferimento
La parte più politica arriva quando il Ceo parla dell’amministrazione americana: “I dazi Usa chiaramente sono uno degli elementi che l’amministrazione Trump sta sviluppando in modo da garantire investimenti industriali sul territorio”, aggiungendo un filo di orgoglio: “Noi abbiamo molte fabbriche negli Stati Uniti; quindi, abbiamo un vantaggio competitivo verso altri e ovviamente questo è importante per noi”. E ancora: “Quello che l’amministrazione Trump sta facendo sulle regolamentazioni, partendo da quelle sulle emissioni di CO2 è importante… Il presidente Trump vuole allineare il quadro regolatorio alla realtà di mercato”.
Infine, la sintesi perfetta del pensiero trumpiano applicato all’auto: “Trump… vuole restituire al cittadino americano quella che lui definisce freedom of choice, la libertà di scegliere. E questo è molto interessante”. Se non è endorsement, poco ci manca.
Gli omaggi istituzionali
Filosa non dimentica l’etichetta: “Permettimi di ringraziare Anfia…” dopo che il gruppo nato dalla fusione tra l’italo-americana Fca e la francese Psa l’abbia per lungo tempo delegittimata non riconoscendogli la rappresentanza dei propri interessi, un po’ come in Italia gli eredi di Fiat hanno fatto (già con Sergio Marchionne) verso Confindustria. Un pensiero devoto lo rivolge pure al ministro Adolfo Urso, mettendo un macigno sopra le tensioni del suo predecessore Carlos Tavares: “In un momento di straordinaria complessità il vostro sostegno è cruciale per noi”. Messaggio politico chiaro: Stellantis chiede sponde, in Italia e in Europa. E in cambio promette investimenti se – e solo se – il quadro regolatorio si adegua.
Italia, il ventre molle
Qui il Ceo tocca il tasto dolente: “In Italia, infatti, soffriamo una grave mancanza di competitività rispetto ad altre regioni… con Paesi che riescono a conquistare importanti condizioni di maggior competitività per le proprie imprese”. La richiesta è netta: “Dobbiamo colmare con urgenza questo divario di competitività”, lavorando su costo dell’energia, costo del lavoro e catena di fornitura. Insomma, anche qui: o l’Italia svolta, o Stellantis farà quello che conviene. Come sempre.
Filosa non insulta l’Europa come Musk, né la dipinge come un continente morente come Trump. Utilizza un linguaggio manageriale, morbido, ben confezionato. Ma il contenuto è lo stesso: l’Unione deve cambiare, abbandonare il Green Deal nella sua forma attuale, adottare la “neutralità tecnologica”, ridurre le regole, abbracciare la flessibilità. La Stellantis globale guarda agli Stati Uniti come al suo habitat naturale e all’Europa come un problema da correggere. Non serve il megafono di Musk per capire da che parte tira il vento: basta ascoltare Filosa.



