Natalità in picchiata, è baby sboom. In Piemonte il nodo punti nascita
Stefano Rizzi 07:00 Giovedì 11 Dicembre 2025Il 90% dei parti avviene negli ospedali pubblici. Cresce il numero di madri straniere. Il rapporto del ministero della Salute: "eccessivo" ricorso al cesareo. In Piemonte il calo rende ancor più difficile il "salvataggio" dei reparti con poche nascite
La natalità in Italia continua a essere in picchiata: dai 287.321 parti del 2022 si è passati ai 376.364 dell’anno successivo, per poi scendere nel 2024 a 363.976. L’ultimo rapporto del Ministero della Salute fotografa un Paese in cui la denatalità non accenna a fermarsi, ma mette anche in evidenza differenze territoriali molto marcate, in particolare tra Nord e Sud. Inoltre, assume un rilievo sempre maggiore il numero di parti da madri di cittadinanza non italiana.
Puerpere trentenni
Nel 2024 questo dato rappresenta circa il 20,5% del totale e, naturalmente, si concentra laddove la presenza straniera è più elevata, ovvero nel Centro-Nord, dove la percentuale supera il 30%. L’analisi Cedap – il Certificato di assistenza al parto del Ministero – fornisce ulteriori dettagli statistici, a partire dall’età media: 33,3 anni per le donne italiane, che scende a 31,3 per le cittadine straniere. I valori mediani sono invece pari a 34 anni per le italiane e a 31,6 per le straniere.
L’età media al primo figlio per le donne italiane, quasi in tutte le Regioni, è superiore ai 31 anni, pur con significative variazioni territoriali. Le donne straniere partoriscono il primo figlio in media a 29,4 anni. Per quanto riguarda la condizione professionale, il 62,4% delle madri risulta occupato, il 26,3% è casalingo e il 15,4% è disoccupato o in cerca di prima occupazione. La situazione cambia sensibilmente se si guarda alle cittadine straniere che hanno partorito nel 2024: il 50,5% è casalinga, a fronte del 69,8% delle donne italiane che risultano invece occupate.
La palla alle Regioni
Accanto a questo scenario che preoccupa ma non sorprende – dal momento che il calo delle nascite segna il Paese ormai da anni – lo studio appena pubblicato fornisce anche elementi più propriamente sanitari sui quali il Ministero, ma soprattutto le singole Regioni, dovranno compiere valutazioni, tenendo conto di un andamento che non mostra segnali di inversione.
I dati elaborati indicano che nel 93,7% delle gravidanze il numero di visite ostetriche effettuate è superiore a quattro, mentre nel 77,1% dei casi vengono eseguite più di tre ecografie. La percentuale di donne italiane che effettuano la prima visita oltre il primo trimestre di gravidanza è pari all’1,7%, mentre tale valore sale al 9,8% tra le donne straniere. Le donne con un livello di istruzione medio-basso effettuano la prima visita in modo più tardivo: tra coloro che hanno solo la licenza elementare o nessun titolo di studio, il 10,0% effettua il primo controllo dopo l’undicesima settimana di gestazione, contro il 3,0% delle donne con scolarità elevata. Anche la giovane età, in particolare per le madri al di sotto dei 20 anni, risulta associata a un maggior rischio di controlli assenti (1,9%) o tardivi.
In Italia si nasce meno e, al contempo, aumenta il numero dei parti cesarei. Un ricorso alla chirurgia che il rapporto ministeriale definisce “eccessivo”. Un ulteriore approfondimento evidenzia un’elevata propensione all’utilizzo del taglio cesareo nelle case di cura accreditate, dove la percentuale si attesta intorno al 44,9%, contro il 28,3% registrato negli ospedali pubblici. Il parto cesareo, inoltre, risulta più frequente tra le donne di cittadinanza italiana rispetto alle straniere.
La questione Piemonte
Un aspetto di particolare rilievo per la programmazione sanitaria riguarda i punti nascita, la cui esistenza è subordinata per legge a un numero minimo di parti annui non inferiore a 500. Dal rapporto emerge come al Nord oltre il 70% delle nascite avvenga in strutture di grandi dimensioni, con almeno mille parti all’anno, mentre la situazione cambia al Sud, dove oltre il 37% dei parti si registra in ospedali che non raggiungono questa soglia.
Resta irrisolta, in Piemonte, la questione del mantenimento dei punti nascita al di sotto del limite fissato. Nel 2024, infatti, si è scesi dai 24.357 parti del 2023 ai 23.899 dello scorso anno, confermando un calo destinato ad accentuarsi anche nell’anno in corso e in quello successivo. Con questi presupposti appare ancora più difficile, per la Regione e in particolare per l’assessore alla Sanità Federico Riboldi (FdI), giustificare la mancata chiusura di alcuni punti nascita ben lontani dalla soglia dei 500 parti annui.
I tre punti nel mirino
L’unico ad essere stato soppresso, non senza proteste e polemiche sul territorio, è quello di Borgosesia, dove nel 2023 erano nati appena 106 bambini. Numeri ancora più esigui segnerebbero lo stesso destino per Domodossola, che nel 2023 ha registrato 77 nascite, ma che viene difeso da anni in nome della complessità territoriale, delle difficoltà legate alle vie di comunicazione e, come per altri casi, anche da evidenti questioni di campanile legate alla politica e al timore di una perdita di consenso. Poco più della metà della soglia minima si registra invece all’ospedale di Casale Monferrato, città di cui Riboldi è stato sindaco e per il cui punto nascita ha già assicurato il mantenimento, suscitando non poche critiche e rischiando oggettivamente di non poter usare le forbici altrove senza evitare di farlo “a casa propria”.
Certamente il futuro dei punti nascita che non raggiungono il limite minimo e che, di conseguenza, non garantirebbero i parametri di sicurezza richiesti rappresenta uno dei nodi che neppure il nuovo piano sanitario scioglie con chiarezza. Forse non a caso.



