SACRO & PROFANO

Chiesa, il futuro è zoomer

È nella generazione più giovane che si intravede una rinascita spirituale cattolica, lontana dalle furie ideologiche dei boomers e refrattaria al catastrofismo dei doomers. Dopo Torino il card Repole mette mano alla diocesi di Susa

Ogni tanto qualche nostro lettore ci rimprovera di vedere nella Chiesa solo ombre e di mettere in evidenza solo gli aspetti critici. In verità, gli aspetti positivi e le buone notizie ci sono eccome, solo che non rispondono al mainstream dominante. Il giornalista di cose ecclesiastiche Eric Sammons ha scritto un articolo su Crisis Magazine, dove propone di leggere la crisi della Chiesa attraverso tre categorie generazionali. I primi sono i boomers. Questa generazione (i nati fra il 1946 e il 1964) occupa le posizioni leadership ed è caratterizzata da una «bramosia di abbracciare il mondo moderno al costo di annacquare la fede cattolica». La loro è una «spiritualità orizzontale», più attenta alle questioni sociali che alla trascendenza, che tende a rigettare ciò che esisteva prima del 1965. Papa Francesco viene indicato come l’icona di questa mentalità.

I secondi sono i doomers, sorti in reazione al progressismo dei boomers. I doomers (da doom, condanna) sono i disfattisti: cattolici spesso “sedevacantisti” de jure o de facto, così scioccati dalla crisi di fede da credere che la crisi della Chiesa sia irreversibile. Sammons avverte che questa mentalità, pur nascendo da una preoccupazione sincera, diventa uno «stile di vita spiritualmente distruttivo» che mina la fiducia nelle promesse di Cristo ed è «spiritualmente sterile».

Infine, ci sono gli zoomers e qui starebbe la vera sorpresa. La generazione più giovane (i nati tra il 1997 e il 2012) sta dando vita ad una vera rinascita spirituale, perché «rifiutano sia il boomerismo che il doomersimo». Non sono interessati né all'abbraccio incondizionato con la modernità né alla disperazione paralizzante. Il loro desiderio è un altro: cercano qualcosa di «solido e di sicuro, chiaro e convincente, non hanno le ambiguità che hanno dominato la vita della Chiesa a partire dal Concilio Vaticano II». Ed è proprio nella mentalità di questa generazione che si anniderebbe la speranza per il futuro, si tratterebbe di una silenziosa ma significativa «rinascita spirituale cattolica» lontana dalle polemiche.

Le categorie usate da Simmons sono più spirituali che anagrafiche ma tendono a dimostrare che il futuro del cattolicesimo non è definito né dalla leadership attuale, né dai suoi critici più accaniti ma è modellato da una nuova generazione che sta aggirando i conflitti del passato per riscoprire la certezze immutabili della fede.

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Dopo Torino, adesso tocca a Susa. Il cardinale Roberto Repole ha riunito mercoledì scorso il clero della Valle, di cui è pure vescovo, per alcuni annunci importanti. Nulla di eclatante ma soltanto il preavviso che quanto avvenuto nel capoluogo con accorpamenti di parrocchie e fusioni di comunità e nuovo ruolo dei laici riguarderà presto anche Susa. L’evento non era inatteso ma le parole suadenti del cardinale – «La comunità non è necessariamente la parrocchia del passato» – non hanno potuto nascondere un senso di melanconia e disagio nello sparuto clero presente, che non ha mancato di farsi sentire con pertinenti osservazioni. 

Oggi la diocesi di Susa ha 67 mila residenti in cui operano 28 sacerdoti, dimezzati negli ultimi anni. Di essi 21 sono in attività, 13 hanno meno di 75 anni, tra cui 5 meno di 60 anni. Le parrocchie sono 61, di cui 27 hanno meno di 500 abitanti, alcune non raggiungono la cinquantina di abitanti e poche superano il migliaio. Inevitabile, perciò, che cali presto la scure del «ripensamento». Il vicario generale, don Daniele Giglioli, ha invitato i preti a non farsi sopraffare dalla sensazione del disarmo, ma di sapersi «reinventare», un invito che, rivolto a un clero la cui età media è di 72 anni, è sembrato quasi beffardo. La speranza è che per le nomine e gli spostamenti almeno non si adoperi il metodo usato a Torino.

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