GIUSTIZIA

"Separare giudici e pm, una battaglia di civiltà". Rinaudo rompe il fronte delle toghe

L'ex magistrato torinese, per quarant'anni in prima linea nei processi contro Br e violenti No Tav, sfida il conformismo della corporazione e si schiera per il sì al referendum. "Si ristabilisce lo stato di diritto. Autonomia e indipendenza non sono in discussione"

Anche il Piemonte ha il suo Antonio Di Pietro, che da protagonista della stagione di Mani Pulite e simbolo del giustizialismo manettaro ha deciso di sposare la causa del sì alla separazione delle carriere, che verrà sottoposta a referendum nella prossima primavera. L’ex pm Antonio Rinaudo, dopo una carriera quarantennale nella magistratura inquirente che lo ha visto in prima linea di processi storici come quelli contro le Br e i No Tav, è oggi in prima fila per sostenere la riforma della giustizia promossa da un altro suo vecchio collega, il guardasigilli Carlo Nordio. Ha aderito fin da subito al comitato “Cittadini per il Sì”, guidato da Francesca Scopelli, già compagna di Enzo Tortora, e assicura di non aver mai cambiato idea: «Ho sempre creduto che giudice e pubblico ministero siano due figure ontologicamente distinte».

Dottor Rinaudo, cosa l’ha portata a sostenere le ragioni della riforma?
«A dir la verità, la separazione delle carriere la sostengo da sempre, e la mia esperienza da procuratore non ha fatto che accentuare questa convinzione. Credo fermamente che la figura del magistrato giudicante sia ontologicamente diversa rispetto a quella del magistrato inquirente. A riprova di ciò posso raccontarle un aneddoto personale: quando andai a Roma insieme ai miei colleghi per il concorso, mi chiesero se avessi intenzione di fare il giudice e io risposi che sarei andato a fare il pm. Ero già convinto della strada che volevo intraprendere e, se non avessi trovato subito posto alla Procura di Torino, sarei andato altrove piuttosto che restare qui come giudice».

Crede che il principio di terzietà del giudice non venga rispettato?
«Da quel che ho potuto vedere con i miei occhi, direi proprio di no. Io ho vissuto anche l’esperienza del pretore, che cumulava in sé le funzioni di giudice e di pm, alla faccia dello Stato di diritto, ma tolto quello la riforma Vassalli del 1989 è stata puramente scenografica: il pubblico ministero è passato dal sedersi accanto al giudice ad avere una sua scrivania in aula, e la situazione non è cambiata neanche con la riforma del giusto processo del 1999. Abbiamo ancora oggi una situazione per cui il Gip è completamente appiattito sulla versione del pm, per il semplice fatto che non ha altri elementi di valutazione se non quelli forniti dall’accusa. Da qui l’evidente sperequazione con il giudice del dibattimento, che esamina anche gli atti difensivi e le varie testimonianze. Il risultato? Il 50% dei procedimenti si conclude con l’assoluzione. Mi sembra chiaro che un sistema di questo tipo non funzioni».

Perché tanti suoi colleghi sono spaventati da questa riforma, allora?
«Quello che li spaventa non è tanto la separazione delle carriere, quanto la nuova composizione dei due Csm. Con i membri togati scelti tramite sorteggio viene meno lo strapotere delle correnti, che gestiscono il potere seguendo logiche di spartizione, comportandosi alla stregua di partiti politici in un organo che è di amministrazione, non di rappresentanza. Anche l’introduzione dell’Alta Corte disciplinare, che sottrae al Csm la facoltà di giudicare l’operato dei suoi colleghi, va a rompere il giocattolo che ha deciso le sorti dei magistrati fino a oggi: non fai carriera se sei più bravo, ma se sei nella corrente giusta».

Chi non è nella corrente giusta, allora, dovrebbe essere d’accordo con lei.
«Le posso assicurare che sono in tanti, tra i miei colleghi, a essere favorevoli a questa riforma, ma hanno timore di esporsi. E lo comprendo benissimo: se al referendum dovesse vincere il no, verrebbero subito marginalizzati e la loro carriera ne risentirebbe. Io, essendo in pensione, non ho nulla da perdere né tantomeno da guadagnare. E poi seguo quella che gli antichi greci chiamavano parresìa, ovvero il dovere di dire sempre la verità, anche quando è scomoda».

Cosa risponde a chi sostiene che questa riforma intacchi l’autonomia e l’indipendenza della magistratura?
«Sono suggestioni prive di ogni fondamento, dettate dalla necessità di difendere lo status quo. Il testo della riforma è molto chiaro: l’articolo 104 della Costituzione non viene toccato nella parte relativa all’autonomia e all’indipendenza della magistratura. E chi dice che con la nuova legge i pm finirebbero sotto il controllo dell’esecutivo sa di dire una balla conclamata: la libertà d’azione del pubblico ministero non viene intaccata in alcun modo, anzi viene sottratta ai condizionamenti delle correnti».

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