RETROSCENA

Il fattore C del centrodestra: Canelli pronto al dopo Cirio

La variabile è il governatore: gli verrà consentito di levare le tende in anticipo? Sicuri che alla Meloni interessi il Piemonte e che non lo usi come moneta di scambio? La Lega potrebbe tornare in gioco con il suo candidato migliore. Non solo per i leghisti

La parola Piemonte nel vocabolario della Lega è una di quelle che si pronunciano a bassa voce. Porta con sé una vittoria strappata per caso, un governo nato storto e finito peggio, e un trauma che a quindici anni di distanza continua a lasciare l’amaro in bocca. L’ultima volta che il Carroccio ha comandato è stata anche la prima. E non è finita bene.

Quindici anni fa, con Umberto Bossi ancora al timone, da via Bellerio partì l’ordine: candidare Roberto Cota, all’epoca capogruppo alla Camera. Un’imposizione più che una scelta. Eppure funzionò: vittoria risicata, inattesa, quasi accidentale, strappata per appena novemila voti all’uscente Mercedes Bresso, la zarina del centrosinistra.

Vittoria di Pirro

Durò poco. Il mandato di Cota fu un percorso a ostacoli: prima l’inchiesta sulle firme false di una lista a suo sostegno, poi la Rimborsopoli. Dopo tre anni e dieci mesi il governatore leghista fu costretto a fare le valigie. E pensare che lui stesso l’aveva annusata, la malasorte. La sera del 28 marzo, mentre i fedelissimi stappavano le bottiglie, se ne uscì con una frase da tragedia greca: “È la più grande disgrazia che ci poteva capitare”.

Altra epoca, certo. La Lega valeva il 16%, la Sanità era un cratere — allora come oggi — e la Regione veniva descritta come “tecnicamente fallita”, definizione non proprio beneaugurante messa nero su bianco dall’assessore Paolo Monferino. Il conto arrivò nel 2014, quando Sergio Chiamparino vinse facile facile contro un centrodestra allo sbando: tre candidati, zero strategia. Gilberto Pichetto per Forza Italia e Lega, Guido Crosetto per la neonata Fratelli d’Italia, Enrico Costa per Ncd. Un festival dell’harakiri.

Sotto il vischio

Eppure. Con un partito malconcio, guidato da un Capitano che ha perso il tocco magico e la cui leadership è inversamente proporzionale alla sua credibilità, la Lega oggi potrebbe tornare in gioco. Sembra fantapolitica, vista la marcia trionfale dei meloniani e la concorrenza spietata di Forza Italia per il secondo posto nella coalizione. E invece, sotto il vischio delle feste, tra un augurio e l’altro, i maggiorenti del centrodestra la buttano lì. Non sono baci, sia chiaro, ma qualche ammiccamento traversale c’è. E non è casuale.

La fuga di Cirio

Ora che Alberto Cirio ha appena iniziato il secondo mandato, nel centrodestra non c’è alcuna voglia di interrompere una stagione che, per una volta, ha smentito la consuetudine di una Regione abituata a cambiare colore politico ogni cinque anni. E se il governatore forzista non nasconde la volontà di tagliare la corda prima del 2029 per tentare il salto sulla scena nazionale, le sue mosse vengono osservate con crescente diffidenza. Più passano i mesi, più si allarga il fronte di chi preferirebbe tenerlo inchiodato al quarantesimo piano del grattacielo fino all’ultimo giorno utile.

Al netto delle ambizioni personali di Cirio, la questione vera è un’altra: a chi spetterà l’indicazione del successore. Sulla carta, considerati i rapporti di forza attuali dentro la coalizione, il pallino dovrebbe essere nelle mani di Fratelli d’Italia. E i nomi, in effetti, non mancano: dalla vicepresidente Elena Chiorino all’assessore alla Sanità Federico Riboldi, passando per il presidente dell’Anci Piemonte e della Provincia di Vercelli Davide Gilardino e per il capogruppo a Palazzo Lascaris Carlo Riva Vercellotti. Una rosa ampia, ma senza un profilo che oggi riesca davvero a emergere su tutti. Inoltre, alcuni avrebbero già dirottato altrove i loro piani (uno scranno parlamentare o addirittura prenotato un incarico di sottosegretario).

Scambio con la Lombardia

E se Giorgia Meloni dovesse incassare la Lombardia — come tutto lascia pensare — potrebbe anche essere disposta a concedere il Piemonte agli alleati. A chi? Forza Italia oggi non ha un erede naturale di Cirio: il ministro Paolo Zangrillo sembra guardi più a un futuro in una grande azienda di Stato che a correre per raccattare preferenze. Resterebbe la carta della società civile: il rettore del Politecnico Stefano Corgnati è un profilo di primissimo piano, ma è troppo fresco di nomina al vertice di corso Duca degli Abruzzi.

Ed ecco che si apre uno spiraglio per la Lega. Dopo aver messo in cassaforte il Veneto del dopo Luca Zaia e verosimilmente dovendo mollare il Friuli-Venezia Giulia, dove Massimiliano Fedriga non è più ricandidabile, il Carroccio potrebbe dirottare le sue pretese sul Piemonte. E qui il candidato c’è. Eccome se c’è.

Il candidato naturale

È Alessandro Canelli, che in quanto sindaco della seconda città del Piemonte, è l’amministratore locale di centrodestra con la carica dal maggior peso istituzionale oggi espressa in Piemonte e con un credito che non si esaurisce nel perimetro della coalizione. La presidenza di Ifel, la fondazione dell’Anci che maneggia numeri, bilanci e regole della finanza locale, lo ha accreditato come grande esperto della macchina amministrativa. Canelli è al secondo mandato e con le elezioni comunali del 2027 la sua parabola novarese è destinata a chiudersi. Il passaggio in Regione è già scritto: a tenere il posto in caldo c’è Matteo Marnati, anche lui novarese e leghista, inserito in giunta come assessore “esterno” non per caso. Quando servirà, Marnati potrà tornare a Palazzo Cabrino, laddove la sua carriera è iniziata. Per Canelli, invece, il passaggio rappresenta il primo gradino di una salita più lunga.

Insomma, se il centrodestra scegliesse davvero sulla base del merito, delle competenze e delle risorse interne, il nome sarebbe uno solo. Ma chi frequenta questi boschi da abbastanza tempo sa bene che quasi mai va così. Nel 2010 si scelse Cota per logiche di spartizione (e, non ultimo, perché si dava per scontata la sconfitta), sacrificando candidati molto più strutturati come il compianto Angelo Burzi, azzoppato da un’inchiesta poi finita nel nulla.

Una soluzione, quella Canelli, che non dispiacerebbe nemmeno a Cirio, poco incline a coltivare in casa propria un successore potenzialmente ingombrante. E forse non troverebbe ostacoli neppure nel segretario piemontese della Lega Riccardo Molinari, sebbene il “Mol” non sia famoso per generosità nel far crescere nuovi galli nel pollaio domestico. C’è tempo, certo. A meno che Cirio non decida di accelerare. E soprattutto, che gli venga consentito.

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