Schael, persona dell'anno
07:00 Giovedì 01 Gennaio 2026Rigido, poco accomodante, allergico ai compromessi: chiamato per mettere ordine è stato allontanato appena ha toccato interessi, rendite e privilegi. È stato lo specchio impietoso in cui la politica ha visto riflesso tutto ciò che non è: serietà, coerenza, responsabilità
Se l’Italia fosse un Paese normale, Thomas Schael non sarebbe la persona dell’anno: sarebbe un dirigente qualunque che fa il suo lavoro. Ma siccome normale non lo è, e anzi pullula di ominicchi, quaquaraquà e caporali con il curriculum taroccato, lo Spiffero per il 2025 indica lui, l’ex commissario della Città della Salute di Torino. Quello con la flessibilità dell’acciaio temperato catapultato nel Paese levantino, dove tutto si piega, nulla si spezza e nessuno paga mai il conto. Schael no: il conto lo voleva vedere fino all’ultimo centesimo. Ed è per questo che è durato così poco.
Sì, proprio lui. Il tedesco. Anzi, per come lo hanno ribattezzato nei corridoi, il crucco. Testa dura, modi ruvidi, flessibilità dell’acciaio temperato. Uno che divide. E proprio per questo racconta meglio di chiunque altro la tara italiota di un sistema refrattario alla serietà, allergico alla linearità, insofferente verso chi ti sbatte in faccia le debolezze delle nostre classi dirigenti: sempre ossequiose verso chi comanda, sempre pronte a piegarsi, raramente disposte a reggere uno sguardo dritto.
Schael è un uomo tutto d’un pezzo. Con pregi e difetti, beninteso. Ha fatto tutto bene? Ovviamente no. Ha commesso errori – a cominciare dall’idea, spesso coltivata, di prendere a testate tutti – e la sua mancanza di duttilità e di senso della mediazione (che non significa cedere sui principi, ma governare invece che solo comandare) resta la sua carenza più evidente. Ma peggio di lui sono i fanfaroni, gli sparaballe un tanto al chilo, quelli col fucile della propaganda sempre carico. E peggio di lui sono certi suoi colleghi: voltagabbana, pronti e proni a leccare il culo al nuovo padrone e ai tanti padrini.
Il “crucco” nel paese dei furbi
Nato nel 1962 a Klagebach, in nord Renania, il manager col farfallino ha fama di uomo del rigore. Nel 2019, in Abruzzo, il suo sbarco viene salutato con toni trionfali dal governatore Marco Marsilio: “Abbiamo preso il migliore”. È lo stesso spartito suonato a fine dicembre 2024 in Piemonte da Alberto Cirio e Federico Riboldi, quando annunciano l’arrivo del “tedesco” alla guida della principale azienda ospedaliera della regione, tra le più grandi d’Italia.
Non direttore generale, ma commissario straordinario. Perché? Perché sul suo nome non c’è l’intesa con l’Università. Le “riserve” dell’accademia non sono un vero veto sulle competenze – quelle sono indiscutibili – ma sulla “compatibilità” di una figura dai tratti così marcati con un ambiente complesso, sfaccettato, dove la mediazione e il compromesso sono moneta corrente. Tradotto: uno così rischia di esacerbare il clima e magari scoprire certi altarini. E infatti.
La Regione aggira l’ostacolo con il commissariamento. E che commissariamento: mandato quinquennale. Cinque anni, più lungo di quello dei direttori generali. Non un tappabuchi, ma un incarico “robusto”, con l’obiettivo di rimettere in sesto conti, organizzazione, liste d’attesa, intramoenia, e preparare il passaggio al futuro Parco della Salute.
Fare sul serio, è un problema
Schael arriva in corso Bramante il 1° marzo 2025 con il pedigree dell’uomo d’ordine, profilo che già aveva mostrato quando da inviato di Agenas per sovrintendere al piano di rientro. Lavora pancia a terra, spulcia i conti fino all’ultimo scontrino, programma, taglia se serve. Le prime mosse fanno rumore: divieto di fumo in tutti gli spazi aziendali, stretta sulle visite intramoenia, stop alle convenzioni comode con il privato. I primari del “bancomat” insorgono. I sindacati pure. Il Cimo lo porta in tribunale per condotta antisindacale ex articolo 28, e il giudice dà loro ragione. Una ferita, certo. Ma anche la conferma che Schael aveva messo il dito nella piaga.
Poi c’è il bilancio 2024: un buco da 41 milioni. Schael rifiuta di firmare, vuole un advisor esterno per passare tutto al setaccio. Non vuole fare il curatore fallimentare, non vuole firmare conti opachi mentre sulle gestioni passate pendono inchieste giudiziarie. Approccio da panzer, dicono. Panzer che però fa emergere numeri sugli incassi dell’intramoenia che non tornano. Da quel momento la musica cambia: Schael diventa “divisivo”, “poco dialogante”, “problematico”. Si prepara il siluramento.
Fuori dopo 5 mesi
Agosto 2025. A meno di cinque mesi dall’insediamento, l’idillio con Riboldi è finito. Il governatore Cirio, rientrato da Diano Marina, prova a evitare strappi traumatici. Lo incontra ad Alba, si parlano, cercano una via di uscita onorevole per tutti. Ma l’assessore “fascio tutto io” vuole chiudere la partita con der Kommissar entro fine mese. E la chiude. Il benservito sa di beffa: “Il commissario ha operato nell’ambito delle proprie attribuzioni straordinarie conseguendo risultati significativi”, scrive la Giunta giubilandolo. A firmare è lo stesso assessore meloniano che lo aveva voluto e presentato in pompa magna, creando aspettative a dir poco messianiche. Poi l’arrampicata sugli specchi: motivazioni coperte da riservatezza, atti giudiziari “desumibili”, mezze frasi per mezze spiegazioni.
Il capolavoro arriva nella delibera di revoca: improvvisamente la Giunta scopre che il commissariamento deve essere “eccezionale e temporaneo”. Peccato che se ne accorga solo per mandarlo a casa. Il quinquennio? Solo “indicativo”, una “proiezione temporale”. Una schizofrenia amministrativa. Al suo posto arriva Livio Tranchida come direttore generale: linea più accomodante e alla maniera di Maria Antonietta brioche in reparto. Quello che chiede la politica. Questa politica.
Perché persona dell’anno
Schael si è trovato catapultato in un ambiente dove assieme ai bisturi girano compassi e sotto i camici molti indossano grembiulini. Ha sottovalutato l’accademia, ha sfiorato rendite di posizione e privilegi senza attrezzarsi per intaccarli realmente, non ha tenuto in debito conto la politica cialtrona. È stato rigido, a volte sordo. Ma soprattutto ha fatto una cosa imperdonabile: ha fatto sul serio. Ha toccato l’intoccabile, acceso fari sui bilanci, provato a riportare la sanità dentro le mura pubbliche. In un Paese di mezze calzette, uno così dà fastidio. Per questo viene respinto.
E allora perché lo Spiffero lo sceglie come persona dell’anno 2025? Perché abbiamo “un debole per le cause perse, quando sono proprio perse”? Forse. Ma soprattutto perché Schael ha fatto quello che pochi osano: ha preso sul serio il potere che gli era stato affidato. E così, senza volerlo, ha messo a nudo il vuoto che lo circondava – l’assenza di serietà, la paura della coerenza, l’allergia ai fatti. Il “crucco” è stato mandato via. La politica resta. Ed è lei, non lui, ad aver perso: perché prima invoca l’uomo dell’ordine e poi lo caccia nel momento esatto in cui l’ordine smette di essere uno slogan e diventa un problema.



