Legge Fine vita torna in Piemonte, per Cirio test sulla svolta liberale
07:00 Venerdì 02 Gennaio 2026Dopo la sentenza della Consulta, l'Associazione Coscioni annuncia la riproposizione di "Liberi Subito". Per il governatore, che finora ha tenuto il tema fuori dall'Aula rifugiandosi nelle linee guida, diventa il primo banco di prova dell'identità di Forza Italia sui diritti civili
Per Alberto Cirio arriva il momento in cui non decidere smette di essere una strategia. Non su un tema qualsiasi, ma sul più scivoloso dei terreni politici: i diritti civili. E il primo vero banco di prova della tanto evocata “svolta liberale” di Forza Italia, in Piemonte, ha un nome e un cognome che fanno tremare i polsini delle sue camicie: fine vita.
La miccia l’ha accesa la Corte costituzionale, che il 29 dicembre 2025 ha respinto come infondata l’impugnativa del governo contro la legge regionale toscana sul suicidio medicalmente assistito, promossa dall’Associazione Luca Coscioni. Una sentenza che vale molto più della Toscana. Perché smentisce nero su bianco la linea delle Regioni che – come Piemonte e Lombardia – avevano stoppato le proposte di legge dichiarandole, con una certa disinvoltura, “incostituzionali”.
Lo sottolinea Filomena Gallo, segretaria nazionale dell’Associazione Coscioni, in un video condiviso anche dal Marco Cappato, pioniere dei movimenti per la legalizzazione del suicidio assistito e dell’eutanasia in Italia: la Consulta ha chiarito che le Regioni possono legiferare sul fine vita, a patto di non toccare le condizioni già fissate dalla Corte per l’accesso alla morte volontaria. Punto. E soprattutto ha ribadito un passaggio politicamente esplosivo: il ruolo pieno del Servizio sanitario nazionale, che il governo vorrebbe invece espungere con la proposta di legge oggi in discussione in Parlamento. Non è un dettaglio. È il cuore della partita. Tanto che la Coscioni ha già annunciato che nel 2026 la legge “Liberi Subito”, rivista secondo le indicazioni della Consulta, verrà ripresentata in tutte le Regioni. A partire proprio da quelle che finora hanno fatto muro: Lombardia e Piemonte.
La lezione toscana
Il caso Toscana è istruttivo. Il governo aveva impugnato la legge sostenendo che il fine vita fosse materia esclusiva dello Stato, invocando l’articolo 117 della Costituzione su ordinamenti e Livelli essenziali di prestazione. Una tesi bocciata dalla Consulta, che ha sì fatto decadere alcune parti del testo approvato dalla giunta di Eugenio Giani, ma ne ha salvato l’impianto complessivo.
Del resto, era la stessa legge a precisare di disciplinare il suicidio medicalmente assistito “fino all’entrata in vigore della disciplina statale”. Disciplina che la Corte sollecita dal 2019, dalla sentenza sul caso Cappato/Dj Fabo, e che continua a restare impantanata in Parlamento. Non a caso, anche nell’ultima decisione, i giudici ricordano “i numerosi inviti di questa Corte”, rimasti finora lettera morta. Un copione che si è ripetuto in Sardegna, dove a settembre è stato approvato un testo analogo, subito impugnato dal governo con le stesse motivazioni. Segno che il problema non è giuridico, ma politico.
Lo stop tecnico del Piemonte
Ed è qui che torna in scena il Piemonte. Qui la legge sul fine vita non è arrivata per iniziativa di partito, ma per via popolare: oltre 11 mila firme, ben oltre le 8 mila richieste. Audizioni, pareri, semaforo verde della Commissione di garanzia, ratifica dell’Assemblea. Tutto pronto per la discussione in Aula il 22 marzo 2024. E invece no. Quel giorno Palazzo Lascaris, con i numeri della maggioranza che sostiene Cirio, approva una questione pregiudiziale di costituzionalità: 22 favorevoli, 12 contrari, un astenuto. Tecnicamente legittima, politicamente discutibile. Un modo elegante per evitare il confronto nel merito e archiviare, di fatto, le firme di migliaia di cittadini. Oggi quella scelta pesa come un macigno. Perché la Consulta ha smentito proprio l’assunto su cui si reggeva lo stop piemontese.
Linee guida invece della legge
Consapevole del cambio di scenario, il 16 settembre 2025 l’assessore alla Sanità Federico Riboldi (Fratelli d’Italia) annuncia in Consiglio regionale che la Giunta sta lavorando a linee guida sul fine vita per le aziende sanitarie, in risposta alle sentenze della Corte costituzionale. Un testo, assicura l’esponente meloniano, conforme alla giurisprudenza e pronto non appena completato l’iter interno. Scelta non casuale. Le linee guida consentono di ottemperare alle decisioni dei giudici senza aprire una battaglia politica frontale in maggioranza, dove convivono sensibilità molto diverse su un tema etico delicatissimo. Cirio, ancorato a radici cattoliche ma attento a non rinunciare a una postura laica, sa che una presa di posizione netta rischierebbe di alienargli la componente tradizionalista della coalizione. Così si affida ai tecnici, in attesa che il Parlamento faccia – finalmente – il suo mestiere.
Nel frattempo, a decidere caso per caso saranno i comitati etici: quello torinese, presieduto dall’ex magistrato Antonio Rinaudo, e quello del Maggiore di Novara, guidato da Alessia Pisterna.
Centrodestra, le crepe si allargano
Che il fronte del centrodestra non sia compatto lo dimostra il Veneto. Qui Luca Zaia aveva messo la faccia sulla legge di iniziativa popolare “Liberi Subito”, sostenuta da oltre 9 mila firme. Ma l’Aula di Palazzo Ferro Fini ha bocciato il cuore del provvedimento, rinviandolo in commissione. Zaia, però, non ha mai fatto marcia indietro: “Sui temi etici non deve prevalere la casacca politica”, ha detto, invocando una legge nazionale e denunciando l’ipocrisia di un Paese che, sondaggi alla mano, è largamente favorevole a una regolamentazione del fine vita. Oggi, da presidente dell’Assemblea veneta, ha già espresso il proprio voto favorevole al momento in cui quella proposta di legge, parcheggiata in commissione, dovesse tornare in Consiglio.
Forza Italia alla prova dei fatti
Il nodo, però, è Forza Italia. E qui il Piemonte diventa un terreno scivoloso per il governatore vicesegretario azzurro. Il calabrese Roberto Occhiuto si è già smarcato, rivendicando una posizione più liberale rispetto a quella prevalente nel centrodestra. La spinta arriva anche dalla famiglia Berlusconi, che resta “azionista di maggioranza” del partito anche dopo la scomparsa del suo fondatore Silvio Berlusconi. Marina Berlusconi ha parlato apertamente del diritto a una fine dignitosa per chi è afflitto da malattie incurabili. E dentro a FI, a parlare senza mezzi termini è Alessandro Cattaneo, che invoca libertà di coscienza e una sintesi parlamentare per colmare un vuoto normativo ormai insostenibile.
Cirio, che di Forza Italia è tra i massimi dirigenti nazionali, finora si è mosso con cautela. Le parole non mancano: “Penso che il tema dei diritti, estremamente delicato, vada affrontato dimostrando che Forza Italia è un partito che sa rispettare i suoi valori fondativi, liberali e cristiani, con la necessità di trovare una sintesi con il nostro tempo e la vita reale, con le sofferenze dei malati, delle persone, confrontandosi, in un dialogo franco e aperto, con la vita che cambia e le sensibilità che mutano”, ha detto in una recente intervista. La probabile riproposizione della legge “Liberi Subito” in Piemonte, dopo la sentenza della Consulta, lo costringerà a tradurre in atti queste intenzioni.
Il tempo delle ambiguità sta finendo. Per Cirio e per Forza Italia il fine vita non è più una questione da rinviare con un cavillo procedurale. È la cartina di tornasole di quella svolta liberale evocata a parole. E, come spesso accade, sarà la realtà – più che le interviste – a dire se è solo retorica o politica vera.



