Torino 2027, Cirio ha un nome.
Lo Russo un alleato "coperto"
07:00 Lunedì 05 Gennaio 2026
È il segreto di Pulcinella, anzi di Gianduia: al governatore la riconferma del sindaco Pd non dispiace affatto. Con un post sembra aver avviato una sorta di campagna elettorale strisciante, mandando in bestia il centrodestra. Niente barricate e melina fino all'ultimo
Sono i primi giorni dell’anno nuovo e Alberto Cirio è già in campagna elettorale. Per Stefano Lo Russo. È bastato un post pubblicato nei giorni scorsi dal governatore sulle sue pagine social, per scatenare una ridda di commenti perfidi nei gruppi WhatsApp del centrodestra torinese. “Ma come? Mentre noi ci danniamo l’anima per trovare il profilo giusto per far sloggiare il centrosinistra da Palazzo Civico, lui che fa? Tesse l’elogio di Torino?”
Il casus belli è noto. Cirio snocciola numeri e risultati delle principali istituzioni culturali cittadine e chiosa: “Torino si conferma una grande capitale della cultura. Numeri che raccontano una città viva, attrattiva e capace di fare della cultura un motore di sviluppo, turismo e identità per Torino e per tutto il Piemonte”.
Ora, è ovvio che nelle intenzioni del presidente non ci fosse la volontà di glorificare l’amministrazione cittadina in quanto tale. Più probabilmente voleva ribadire che Torino, chiunque la governi, resta la capitale della Regione. E magari sottolineare come quei musei e quelle istituzioni prosperino anche grazie alle generose iniezioni di risorse regionali. Ma in politica conta la percezione. E quella è stata chiarissima: un assist al sindaco.
Coppia di fatto
Da lì, i mal di pancia. E un sospetto che in certi ambienti del centrodestra si fa via via certezza: Cirio non intende giocare la partita elettorale torinese. Men che meno spendere la sua popolarità per trasformarsi nel capopopolo per l’assalto a Palazzo Civico. Fare le barricate contro il sindaco? Nemmeno per sogno. Troppo rumore, troppi rischi, zero vantaggi. Perché tra il governatore e Lo Russo non c’è la semplice, anodina correttezza che contraddistingue i vertici di due istituzioni. Qui siamo oltre. Qui c’è una coppia politica di fatto, una di quelle che non hanno bisogno di formalizzarsi perché funzionano meglio nel non detto. La famigerata “concordia istituzionale”, partorita subito dopo l’elezione di Lo Russo e cresciuta negli anni come una relazione simbiotica, stretta, strettissima: simpatia personale, stima reciproca e una robusta dose di mutuo soccorso.
Un rapporto rivendicato senza imbarazzi, anche quando piovono accuse di consociativismo e ironie al vetriolo. C’è chi li chiama “Cric e Croc”, chi preferisce “Mimì e Cocò”. Battute che circolano con insistenza perché, come spesso accade, colpiscono un nervo scoperto. Un connubio benedetto dalla stampa cittadina mainstream, funzionale a quel che resta dell’establishment torinese, sempre affamato di stabilità e rassicurazioni (e nomine, meglio se bipartisan). Ma anche una corrispondenza di amorosi (con)sensi che manda di traverso il cappuccino a quanti cercano disperatamente un’alternativa credibile all’attuale inquilino di Palazzo Civico. E scoprono invece che il suo principale ombrello non sta in maggioranza, ma siede al quarantesimo piano del grattacielo del Lingotto.
A onor del vero, i mal di pancia non sono solo a destra. Anche nel campo delle opposizioni a Palazzo Lascaris più di qualcuno inizia a sentire il rapporto tra sindaco e governatore come una camicia troppo stretta. Perché se Lo Russo diventa intoccabile, anche l’azione di contrasto alla giunta regionale di centrodestra perde mordente. Fibrillazioni fisiologiche, certo. Ma destinate a crescere man mano che si avvicina lo showdown del 2027.
“Esageruma nen”
Cirio tirerà davvero la volata all’amico Lo Russo? Calma e gesso, prima di gridare all’inciucio o al tradimento meglio ricorrere all’antica saggezza di Sergio Chiamparino: “Esageruma nen”. Anche il suo predecessore, infatti, era finito nel mirino per il suo rapporto fin troppo confidenziale con la sindaca grillina Chiara Appendino, tanto stretto da ispirare a noi cattivoni dello Spiffero l’acronimo “Chiappendino”. All’epoca sembrava il massimo del consociativismo possibile. Poi la storia ha aggiornato il catalogo.
Perché, a ben vedere, non c’è nulla di scandaloso nel fatto che chi governa si parli spesso, si intenda al volo e si faccia comodo a vicenda. È sempre successo, succede ovunque e Torino non fa eccezione. A Lo Russo l’asse con il presidente serve eccome, per le risorse regionali, certo, ma anche perché gli spalanca una corsia preferenziale verso il governo nazionale. E a Cirio il sindaco è servito – ora assai meno – come passe-partout per fare breccia in una città che inizialmente lo ha accolto con una certa freddezza e che lui ha sempre vissuto con diffidenza. Le élite, le loro dinamiche opache, i riti barocchi. “Quanto siete complicati voi torinesi”, borbotta spesso.
Prove di tenuta
Una simbiosi mutualistica che ha retto anche davanti a dossier potenzialmente esplosivi, da Stellantis al mercato del Barattolo, alle questioni sanitarie. Il caso Askatasuna è emblematico: mentre il centrodestra suonava la gran cassa chiamando direttamente in causa il sindaco, Cirio si è limitato a dichiarazioni di prammatica. Mai una volta ha citato Lo Russo, nemmeno per sbaglio. Anzi, in privato non sono mancate parole di biasimo per certi toni usati all’indirizzo del sindaco. “Non ci appartengono”, avrebbe detto, distinguendosi persino dagli esponenti più focosi del suo partito, Forza Italia.
Dopo tre anni cheek to cheek, ci sta che sia nata una simpatia reciproca. Magari anche un’amicizia. Nulla di nuovo. Nulla di commendevole.
La desistenza come strategia
Il punto politico, però, è un altro. Chi pensa di poter usare Cirio e la sua popolarità per mettere i bastoni tra le ruote a Lo Russo è destinato a una cocente delusione. Il governatore non farà, ovviamente, la campagna elettorale per il sindaco del Pd. Ma non la farà nemmeno contro di lui. Almeno non in modo tale da fargli davvero male. Metterà in pratica una sorta di desistenza soft, facendo persino meno di quel poco che fece per Paolo Damilano nel 2021, quando di concordia istituzionale non c’era manco l’ombra.
Eppure, secondo molti i presupposti per ribaltare i pronostici che vedono in vantaggio il centrosinistra ci sarebbero: Lo Russo ha in città un consenso bassissimo e una popolarità che lo colloca stabilmente tra i sindaci meno amati d’Italia. Il suo governo della città non scalda, non mobilita e si regge più sull’inerzia che sull’adesione convinta, persino nel suo schieramento. L’astensionismo crescente è il vero convitato di pietra e trasforma Torino da roccaforte a terreno aperto.
Cirio lascia fare
E così, mentre il centrodestra torinese si agita in modo scomposto (e inutilmente) – dividendosi tra chi vuole il candidato civico e moderato e chi opta per quello politico e identitario – Cirio lascia fare. Tanto, lo sanno tutti, la decisione vera verrà presa al tavolo nazionale. E lui a quel tavolo sarà seduto.
Al momento opportuno, il governatore dirà la sua. Con il proverbiale realismo che lo contraddistingue: fotograferà i rapporti di forza, certificherà gli equilibri interni alla coalizione e favorirà la soluzione migliore per lui. Quella che tenga unita la maggioranza in Regione e gli consenta di accumulare crediti da spendere più avanti. Perché Cirio vuole andare a Roma. E questo non va mai dimenticato.
Se questo significherà consegnare a Fratelli d’Italia lo scettro della scelta del candidato, nessun problema. Se poi la soluzione individuata dovesse rivelarsi una polizza assicurativa per l’amico Lo Russo, tanto di guadagnato. O di studiato. Chissà.



