ECONOMIA DOMESTICA

Mercosur, l'ok che divide ma regge. Bergesio con la Lega sulle barricate

Il via libera italiano sblocca l'accordo con il Sud America e apre un mercato da 700 milioni di consumatori. Il senatore piemontese fa il megafono della Coldiretti: "Senza garanzie chiare voteremo no". Ma il governo ha già portato a casa correttivi decisivi

Il governo compie la giravolta che per anni sembrava impensabile per la destra sovranista: l’Italia ha detto sì all’accordo di libero scambio Ue-Mercosur, i paesi sudamericani (BrasileArgentinaUruguay Paraguay). Non per ideologia, ha rivendicato Giorgia Meloni nella conferenza stampa di ieri, ma per “pragmatismo” e per le “garanzie” strappate sul fronte agricolo. È il risultato del lavoro del ministro Francesco Lollobrigida, che porta a casa ritocchi considerati decisivi anche da chi, sottovoce, li riconosce dall’opposizione: come Stefano Patuanelli, M5s, suo predecessore nel gabinetto Draghi, che ammette l’efficacia tecnica dell’azione sulla Pac e sul dossier sudamericano.

Il via libera italiano, formalizzato al Coreper (gli ambasciatori dei 27 Stati membri), è stato determinante per raggiungere la maggioranza qualificata, nonostante il nuovo no della Francia di Emmanuel Macron, dettato da ragioni interne. Eppure, mentre gli industriali esultano e Bruxelles prepara la firma, la politica e le campagne si spaccano.

Le barricate della Lega

A marcare il dissenso, con toni netti, è la Lega. Tra i trattori in piazza a Milano si è visto l’ex ministro Gian Marco Centinaio, che liquida l’intesa come “uno schifo”. Più istituzionale ma altrettanto fermo Giorgio Maria Bergesio, responsabile Agricoltura del partito: la tutela degli agricoltori e del Made in Italy viene prima di tutto e, senza reciprocità piena, il rischio è la concorrenza sleale: «Siamo sempre stati contrari e abbiamo chiesto in modo chiaro che siano trasparenti le tutele per tutti i produttori agricoli italiani e soprattutto per i consumatori».

È una posizione che fa rumore perché arriva mentre l’esecutivo incassa risultati concreti: concessioni sulla Pac (con risorse aggiuntive stimate intorno ai 10 miliardi), un meccanismo di salvaguardia più stringente (soglia abbassata dall’8% al 5%), rafforzamento dei controlli alle frontiere e un fondo da 6,3 miliardi per mitigare eventuali shock di mercato. Misure che spiegano perché, tecnicamente, l’accordo oggi non è quello di ieri.

Le obiezioni di Bergesio

Bergesio entra nel merito, e lo fa con un elenco preciso di criticità che – a suo giudizio – non possono essere derubricate a “paure corporative”. In Italia, ricorda il parlamentare cuneese, «ci sono altissime garanzie per i consumatori: i fitofarmaci vengono utilizzati al minimo, mentre in altri Paesi extra Ue sono ammessi prodotti vietati da anni, come antibiotici e sostanze utilizzate come promotori della crescita». Non solo. «C’è il tema sociale: abbiamo combattuto il caporalato e non possiamo accettare che arrivino prodotti da Paesi dove il lavoro è sottopagato o dove non esistono tutele per i lavoratori agricoli».

È qui che il senatore leghista chiama in causa il principio chiave evocato anche dal governo: la reciprocità. Che, però, per Bergesio deve essere verificabile, scritta nero su bianco e applicabile. Non una formula politica, ma una clausola operativa.

Coldiretti: timore dell’invasione low cost

Se la Lega alza la voce in Parlamento, sul territorio pesa la contrarietà di Coldiretti. Il presidente della sezione subalpina Bruno Mecca Cici mette in guardia: senza reciprocità, Torino rischia di diventare il terminale di carni, frutta, soia, zucchero, vini e derivati prodotti con standard diversi da quelli imposti agli agricoltori piemontesi. La denuncia è politica e sanitaria insieme: non si può chiedere regole stringenti ai produttori locali e poi aprire a merci a dazi irrisori.

La critica arriva fino a Bruxelles e chiama in causa Ursula von der Leyen, accusata di favorire i grandi gruppi multinazionali. Ma qui il governo ribatte punto su punto: l’intesa non spalanca le porte senza limiti. Le importazioni preferenziali sono già contingentate (circa 1,5% del totale Ue per la carne bovina e 1,3% per il pollame), le clausole di salvaguardia scattano prima, e soprattutto vengono tutelate 568 indicazioni geografiche Ue, un record storico: 57 sono italiane, dal Parmigiano Reggiano al Prosecco, dal Gorgonzola al San Marzano.

Perché Roma dice sì

Il cuore della mediazione è la reciprocità. Nelle ultime settimane, anche il commissario al Commercio Maroš Šefčovič ha aperto a questo principio. Sul fronte costi, l’Italia rivendica l’“anestesia” del Cbam: sospensione degli aumenti tariffari nel 2026 e azzeramento dei dazi sui fertilizzanti (esclusi Russia e Bielorussia), con risparmi attesi per le aziende agricole. È una risposta concreta a uno dei capitoli più sensibili per le campagne. Quanto ai controlli, la richiesta di ispezioni al 100% sui prodotti Mercosur viene giudicata irrealizzabile dal Masaf; ma il rafforzamento del sistema e l’abbassamento delle soglie sono il compromesso che consente di tenere insieme sicurezza e apertura.

Il rovescio della medaglia

L’accordo cancella progressivamente i dazi sul 91% degli scambi. Oggi il Mercosur tassa le merci Ue fino al 35% sulle auto, 20% sui prodotti industriali, 18% sui chimici e 14% sui farmaceutici. L’eliminazione vale 4 miliardi di euro l’anno di risparmi per le imprese europee, procedure doganali più semplici, accesso agli appalti pubblici e a materie prime critiche.

Non stupisce quindi l’applauso di Confindustria e di Federchimica: nel 2024 l’export chimico italiano verso il Mercosur vale 670 milioni (+55% in dieci anni). Anche il vino intravede opportunità. Bruxelles ricorda che quasi un milione di posti di lavoro italiani dipende dall’export nell’area e che oltre 8mila imprese già esportano; i servizi valgono 1,9 miliardi l’anno.

Il passaggio decisivo

Dopo il via libera del Coreper (con i no di Francia, Polonia, Austria, Ungheria e Irlanda e l’astensione del Belgio), la procedura corre verso la firma: von der Leyen è attesa in Paraguay, presidente di turno del Mercosur. Poi toccherà ai Parlamenti. Lì si misureranno davvero le fratture: nella maggioranza, con la Lega sulle barricate; e nel Paese, con Bergesio e Coldiretti determinati a vigilare.

La scommessa del governo è che le garanzie scritte reggano la prova dei fatti. Se funzioneranno, il Mercosur non sarà l’invasione temuta ma un’apertura controllata, capace di difendere le eccellenze e spingere l’export. Per ora, Roma dice sì. E si gioca la partita fino in fondo.

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