Referendum, Forza Italia in prima linea. Ma in Piemonte parte dalla periferia
07:00 Lunedì 12 Gennaio 2026Nel nome di Berlusconi il partito di Tajani si mette alla testa d'ariete della battaglia politica. Una ribalta in cui spiccano figure piemontesi sui due fronti, il presidente del Csm Parodi e il giurista Grosso per il No, Costa per Sì. Eppure il debutto azzurro è a Chivasso
Nella battaglia referendaria sulla giustizia c’è un partito che ha deciso di non mimetizzarsi. Forza Italia ha scelto di fare la punta avanzata del fronte del Sì, assumendosi un ruolo che nel centrodestra altri preferiscono scansare. Non perché il tema non sia condiviso, ma perché sulla riforma nessuno vuole giocarsi la testa. A partire da Giorgia Meloni che, facendo tesoro delle spacconate di Matteo Renzi, non solo evita accuratamente di personalizzare il voto ma ribadisce che, in ogni caso, lei non si schioderà da Palazzo Chigi. Una strategia che porta il suo partito, Fratelli d’Italia, ad affidarsi a figure esterne come front-man, per non trasformare il referendum in un giudizio diretto sulla premier.
Forza Italia no, ci mette non solo la “faccia”, ma tutto il corpo: il logo, la macchina organizzativa, i quattrini. Non una battaglia di bandiera, ma una campagna strutturata, con una road map già definita e una mobilitazione territoriale che punta a diventare visibile soprattutto nelle settimane finali.
Forza Italia alza il tiro
La decisione azzurra non nasce ora. La separazione delle carriere è un tema che Forza Italia rivendica da decenni, fin dai disegni di legge dell’era Berlusconi. Ma oggi il contesto è diverso: il partito non guida il governo e deve misurare il proprio peso all’interno della coalizione. Intestarsi la battaglia referendaria significa riappropriarsi di una bandiera storica e dimostrare di avere ancora capacità di iniziativa politica.
Il segretario Antonio Tajani ha impostato una campagna capillare, con decine di eventi già programmati e un investimento economico non marginale. Sul piano finanziario il messaggio interno è stato chiaro: se si vuole vincere, bisogna investire. Il tesseramento – circa 250mila iscritti, oltre due milioni di euro – diventa la prima fonte. Poi contributi volontari, autofinanziamento, impegno diretto dei parlamentari.
L’avvio è il 24 gennaio all’Hotel Ergife di Roma con l’evento “Più libertà più giustizia”: sul palco lo stato maggiore azzurro, Tajani in testa, insieme a esponenti della società civile come Gian Domenico Caiazza per il comitato “Sì separa” e Francesca Scopelliti, compagna di Enzo Tortora. Meno probabile, invece, la discesa in campo dei Berlusconi: Pier Silvio e Marina restano sullo sfondo, così come l’ipotesi di un loro coinvolgimento diretto nella strategia comunicativa.
Piemonte del No
In questo quadro il Piemonte è una regione dove il tema della giustizia è particolarmente sensibile e dove il fronte del No è storicamente strutturato, grazie al peso della magistratura associata e dell’accademia giuridica torinese. Non a caso, il Comitato per il No promosso dall’Anm vede come presidente d’onore Enrico Grosso, figura autorevole dell’università subalpina ma soprattutto ultimo erede di una dinastia della gauche noblesse che ha costituito l’ossatura ideologica e intellettuale di un coriaceo sistema di potere. Così come non è un caso che a volerlo sia stato direttamente il numero uno del sindacato delle toghe, Cesare Parodi, cresciuto dentro la Procura di Torino, dove ha ricoperto incarichi apicali prima di essere recentemente promosso procuratore capo di Alessandria.
È in questo contesto che vanno lette le parole d’ordine del fronte del No: “la separazione delle carriere non serve a nessuno se non al governo”. Uno slogan che funziona perché parla a un ecosistema – magistratura associata, accademia progressista, sinistra istituzionale – che in Piemonte ha radici profonde e relazioni consolidate.
Piemonte del Sì
Sul fronte opposto, il Sì ha un volto altrettanto identificabile: Enrico Costa. Anche lui figlio d’arte – il padre Raffaele, storico ministro liberale, figura simbolo di una tradizione garantista che in Piemonte ha sempre avuto una sua dignità autonoma rispetto alla sinistra torinese. Il parlamentare di Mondovì è stato ministro per gli Affari regionali e viceministro alla Giustizia nel governo Renzi. Conosce i meccanismi, le resistenze, i muri. È il più attivo, il più insistente, il più radicale nel denunciare le storture del sistema: ingiuste detenzioni, errori che non pagano mai, carriere che proseguono indisturbate.
Il libro Alle 4 del mattino – cento storie di innocenti arrestati e poi assolti – che verrà presentato mercoledì prossimo alla Camera è un atto politico travestito da rassegna stampa. Omonimie, intercettazioni sbagliate, testimonianze false, errori macroscopici. E soprattutto un dato che torna ossessivamente: chi sbaglia non paga, perché le ingiuste detenzioni vengono trattate come effetti collaterali fisiologici, mentre le carriere scorrono protette da valutazioni di professionalità al 99% dispensate dal Csm delle correnti. E prova a inchiodare il sistema con i numeri: dal 1992 a oggi almeno 100mila innocenti arrestati e poi assolti; 32.262 hanno ottenuto la riparazione per ingiusta detenzione; oltre il 50% delle domande respinte per una giurisprudenza che lui definisce “vergognosa”; e poi la massa degli innocenti che non presenta nemmeno la domanda.
Costa insiste su un punto che sotto la Mole risuona forte: l’assenza di responsabilità. Non è tanto una denuncia giuridica, è un atto politico: spostare il discorso dalla magistratura come istituzione alla magistratura come potere autoreferenziale. E in Piemonte, dove il Csm non è un’entità astratta ma un luogo frequentato da cognomi noti, questa denuncia non cade nel vuoto.
Si parte da Chivasso
Per Forza Italia, dunque, partire in Piemonte significa misurarsi subito con un contesto ostile, dove il confronto non è solo politico ma culturale. Eppure, il debutto ha un sapore quasi dimesso: Chivasso, non Torino. Sabato 17 gennaio, alle 16.30, nella sala comunale lancia il suo “Il Sì che serve”. In prima fila il ministro Paolo Zangrillo, l’ex governatore Roberto Cota, l’ex pm Antonio Rinaudo assieme alla figlia, Beatrice Rinaudo, avvocato. Una passerella completa, quasi a voler dire: anche se la location è periferica, la sfida è centrale. Anche se l’assenza di Alberto Cirio, a quanto pare per un banale problema di agenda, non è un bel segnale. Se Forza Italia decide di fare la testa d’ariete del Sì, far partire la campagna piemontese senza il presidente della Regione – per di più vicesegretario nazionale del partito – è un messaggio ambiguo, quasi autolesionista. Come dire: battaglia centrale, ma non abbastanza da metterci il volto più riconoscibile. E soprattutto non farlo nella città in cui la tradizione che intreccia magistratura, università e sinistra ha prodotto un sistema di potere granitico.
Mentre il campo largo predica unità e pratica la comunicazione differenziata – “marciare divisi per colpire uniti” – Forza Italia sceglie l’opzione opposta: intestarsi la battaglia, senza paura di personalizzarla. Perché, come ammette con un sorriso un veterano azzurro, “se qualcuno deve guidare l’ariete, tanto vale che sia chi ha sempre combattuto questa guerra”. Il problema è che un ariete, per funzionare, ha bisogno di una direzione chiara. E se questa è la prima mossa in Piemonte, il segnale è piuttosto debole. La storia dirà se la testa d’ariete azzurra colpirà nel punto giusto o se finirà per rivelare quanto è duro il muro che ha davanti.



