POLITICA & SANITÀ

Ospedali "top" di terzo livello
e più assistenza sul territorio 

Come cambia il sistema ospedaliero. Approvata a Palazzo Chigi la legge-delega proposta da Schillaci. Strutture per acuti senza Pronto Soccorso. Modelli europei di eccellenza. La visione lungimirante di Schael quando definì la Città della Salute "Un Dea di terzo livello"

Un anno per ridisegnare la rete degli ospedali italiani e, in non pochi casi, modificarne il ruolo anche in rapporto a quella medicina territoriale la cui annunciata riforma è ancora ben lontana dall’essere tradotta in pratica. Il tempo, forse ottimisticamente troppo breve visti i numerosi precedenti in materia, è quello fissato dal disegno di legge delega proposto dal ministro della Salute, Orazio Schillaci, e approvato ieri dal Consiglio dei ministri.

Sanità da riformare

«Con questo provvedimento vogliamo rendere il Servizio sanitario nazionale più capace di rispondere ai fabbisogni assistenziali dei cittadini. Per questo – ha spiegato il ministro – interveniamo sui modelli organizzativi con i nuovi ospedali di riferimento nazionale, anche per garantire una maggiore uniformità nell’erogazione delle prestazioni sanitarie e limitare la mobilità sanitaria».

Schillaci torna così su una questione tuttora irrisolta e annuncia, sempre nel quadro delle finalità della legge-delega, l’intenzione di rafforzare l’integrazione tra ospedale e territorio e i modelli di presa in carico, in particolare per la non autosufficienza. «L’obiettivo – ha aggiunto – è avere un sistema più efficiente e moderno, potenziando la tutela della salute nel rispetto dei principi di equità, continuità assistenziale e umanizzazione delle cure, valorizzando la centralità della persona».

Più che gli intenti, che ricalcano in buona parte quelli già ascoltati più volte, a suscitare interesse tra gli operatori del settore così come tra i cittadini fruitori dei servizi sanitari è proprio la nuova classificazione delle strutture ospedaliere. Senza tralasciare, peraltro, le probabili questioni che emergeranno nel momento in cui ciascuna Regione farà sentire la propria voce rispetto a scelte e decisioni che non è affatto detto vengano sempre condivise o accettate di buon grado.

Norme datate

Oggi la classificazione degli ospedali è ancora basata sul decreto ministeriale 70, una sorta di via di mezzo tra bibbia e forche caudine della sanità italiana che, risalendo al 2015, mostra evidenti segni del tempo e non di rado un’inadeguatezza capace di produrre effetti negativi sulle nuove esigenze del Servizio sanitario nazionale e, ancor più, su quelle dei sistemi regionali.

Accanto agli attuali ospedali di primo e secondo livello, la nuova classificazione introduce altre due categorie. La prima è quella delle strutture ospedaliere di terzo livello: l’eccellenza del sistema che, indipendentemente dalla collocazione geografica, avranno un bacino nazionale o addirittura sovranazionale. Criteri molto rigidi e requisiti omogenei, standard elevati, attività di ricerca e non pochi altri requisiti sono richiesti per una categoria che, in qualche modo, vede legata la propria nascita anche al Piemonte.

Le anticipazioni di Torino

È infatti a Torino che, nel maggio dello scorso anno, Thomas Schael, allora commissario della Città della Salute, aveva parlato della più grande azienda ospedaliera della regione – e tra le più importanti del Paese – come di una struttura meritevole e destinata a diventare sede di un Dea di terzo livello. Il contesto era quello degli Stati Generali degli ospedali, promossi dal manager tedesco, che avevano visto la partecipazione di vertici ed esperti dei più importanti poli ospedalieri europei e internazionali.

«Considero la Città della Salute, nelle sue articolazioni, un Dea di terzo livello, anche se non previsto nel Dm 70, con un posizionamento alla pari con le realtà europee del Pascal di Parigi e della Charité di Berlino», aveva detto all’epoca l’ancora per poco commissario. Parole che oggi, alla luce dell’iniziativa del Governo, suonano come lungimiranti rispetto a un cambiamento che non potrà non coinvolgere gli ospedali del Piemonte, a partire proprio dal polo di corso Bramante.

Un’altra novità che si annuncia come terreno di confronto, e di visioni differenti, riguarda gli ospedali definiti “elettivi” per pazienti acuti. La loro caratteristica più evidente è l’assenza del Pronto soccorso e, come si legge nel testo, il fatto di essere «chiamati a operare in rete con l’emergenza-urgenza, nel rispetto di tempi massimi di collegamento e requisiti uniformi di sicurezza e qualità». Un modello che, per molti aspetti, sembra ricalcare quello di numerose cliniche private accreditate che, come accade in Piemonte a differenza di altre regioni, non possono essere dotate di Pronto soccorso, nonostante ciclicamente dalla sanità privata arrivino richieste in tal senso.

Medicina del territorio

Nella legge-delega una parte rilevante è dedicata all’assistenza territoriale per le persone non autosufficienti, attraverso l’indicazione di standard di personale, la garanzia della continuità assistenziale e la promozione della domiciliarità. Tra gli obiettivi figurano anche l’aggiornamento dell’assistenza rivolta alle persone con patologie croniche complesse e avanzate e l’organizzazione delle cure palliative.

Ma, come è facilmente intuibile, è proprio sui nuovi modelli di ospedale che si giocherà la sfida del cambiamento, prevedibilmente non semplice nel momento in cui dovrà essere declinata a livello regionale e, ancor più, all’interno dei confini di ciascuna Regione.

Si tratta però anche di un potenziale cambio di passo e di visione che avrà inevitabili ricadute sulla progettazione dei nuovi ospedali, un’operazione che vede il Piemonte fortemente coinvolto. Così come sarà da verificare il ruolo degli Irccs – altra partita che impegna il sistema sanitario piemontese – nella futura geografia ospedaliera, auspicabilmente più integrata con la medicina del territorio di quanto non lo sia stata finora.

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