ECONOMIA DOMESTICA

Ilva "saccheggiata", causa monstre contro ArcelorMittal: 7 miliardi di danni

Non una crisi industriale, ma un disegno predatorio. È l'accusa con cui i commissari portano in tribunale la multinazionale franco-indiana dell'acciaio, chiamata a rispondere di mala gestio, governance parallela e svuotamento sistematico dell’azienda

Sette miliardi di euro. È la cifra-monstre al centro della causa civile che i commissari straordinari dell’ex Ilva hanno intentato contro ArcelorMittal, accusata di aver scientemente portato al dissesto Acciaierie d'Italia attraverso una strategia predatoria, protratta per anni, culminata nel collasso finanziario e nell’amministrazione straordinaria avviata il 29 febbraio 2024.

La notizia è stata anticipata dal Financial Times, secondo cui l’atto di citazione è stato notificato lunedì alla multinazionale franco-indiana dell’acciaio. Un’azione legale che, sempre secondo il quotidiano britannico, è destinata a diventare una delle più imponenti richieste di risarcimento mai presentate davanti a un tribunale italiano.

Dissesto non casuale ma strategia deliberata

Il cuore dell’azione di responsabilità sta nelle conclusioni della due diligence forense disposta dai commissari. Secondo quanto riportato nell’atto, il dissesto di Acciaierie d’Italia «non è il frutto di errori gestionali isolati o di un improvviso peggioramento del contesto industriale», bensì il risultato di «una strategia unitaria, consapevole e protratta nel tempo».

A firmare l’atto è l’avvocato Andrea Zoppini, che sintetizza così l’impianto accusatorio: «La due diligence forense condotta dai commissari ha dimostrato che gli squilibri finanziari della società sono il risultato di una strategia deliberata e precisa, perseguita nel tempo, volta a trasferire sistematicamente e unilateralmente risorse finanziarie dalla società alla sua società madre». Nel mirino finiscono quindi non solo singole decisioni, ma un disegno complessivo che avrebbe consentito ad ArcelorMittal di drenare valore da Acciaierie d’Italia, indebolendola strutturalmente.

Dal 2018 al commissariamento

Acciaierie d’Italia nasce nel 2018 – allora come ArcelorMittal Italia – quale veicolo societario attraverso cui ArcelorMittal ottiene la gestione dei rami d’azienda Ilva, incluso lo stabilimento di Taranto, sulla base di un contratto di affitto con obbligo condizionato di acquisto.

Il presupposto dell’operazione, ricordano i commissari, era la realizzazione di ingenti investimenti per il rilancio produttivo e l’integrazione industriale e commerciale del sito. Promesse che, secondo l’atto di citazione, sarebbero state disattese fin dall’origine. Una gestione segnata da inadeguatezza organizzativa, che non solo avrebbe costituito mala gestio imputabile agli amministratori, ma avrebbe anche «agevolato il compimento di ulteriori illeciti», rendendo difficile cogliere tempestivamente lo stato di crisi.

La “governance parallela”

Uno dei passaggi più duri dell’atto riguarda l’assetto di comando interno. I commissari parlano esplicitamente di una «struttura di governance parallela», composta dall’amministratore delegato e da consulenti di fiducia, che avrebbe di fatto bypassato il Consiglio di amministrazione, rispondendo direttamente ai vertici di ArcelorMittal.

Una scelta ritenuta incompatibile con lo schema dell’affitto del ramo d’azienda – per sua natura potenzialmente temporaneo – e che avrebbe compromesso «irreversibilmente l’autonomia funzionale del ramo Ilva», rendendo Acciaierie d’Italia incapace di operare in continuità su base stand alone. Secondo le indagini dei commissari, questa impostazione avrebbe determinato una condizione di insolvenza prospettica già al momento del deconsolidamento dal gruppo ArcelorMittal nel 2021.

Impianti, manutenzioni e danni patrimoniali

Sul piano operativo, la gestione commissariale afferma di aver accertato gravi carenze manutentive e danneggiamenti agli impianti, con effetti diretti sulla capacità produttiva. Da qui una richiesta specifica di risarcimento da parte di Ilva per 947,4 milioni di euro, a fronte di un deterioramento che potrebbe configurare un’ulteriore responsabilità per danneggiamento del patrimonio aziendale e industriale.

Il capitolo ETS e l’esposto a Milano

Non manca il fronte ambientale. Nell’atto di citazione vengono segnalate criticità nella dichiarazione dei livelli produttivi ai fini del rilascio dei certificati ETS. Elementi che hanno già portato a un esposto presso la Procura di Milano per un’ipotesi di truffa aggravata, legata alla possibile manipolazione dei dati sulle emissioni di CO₂ finalizzata all’ottenimento di quote gratuite.

Un “disegno predatorio” lungo sei anni

Per i commissari – Giancarlo Quaranta, Giovanni Fiori e Davide Tabarelli – quanto emerso compone «un quadro unitario e continuativo di responsabilità» attribuibili ad ArcelorMittal e agli amministratori di Acciaierie d’Italia. Non episodi isolati, ma «tasselli di un unico e articolato disegno predatorio, attuato dal 2018 al 2024», con conseguenze non solo patrimoniali, ma anche industriali, occupazionali, ambientali e sistemiche, tali da incidere sull’intero sistema economico nazionale.

Se confermato in sede giudiziaria, avvertono i commissari, questo quadro potrebbe aprire la strada a responsabilità civili e penali di ampia portata, coinvolgendo anche soggetti terzi che avrebbero concorso consapevolmente alla strategia.

La “killer acquisition”

I commissari parlano senza mezzi termini di una «vera e propria killer acquisition»: una strategia volta a estrarre valore dai complessi aziendali condotti in affitto, senza mai finalizzarne l’acquisto. Un «caso emblematico di saccheggiamento dell’impresa», realizzato anche attraverso strumenti formalmente leciti ma utilizzati in modo distorto. Tra questi, l’esternalizzazione verso società del gruppo ArcelorMittal di funzioni chiave come l’approvvigionamento delle materie prime, la distribuzione commerciale e la gestione della tesoreria, oltre al progressivo trasferimento degli ordini dei clienti ex Ilva verso altri stabilimenti del gruppo.

Il tutto si inserisce in una vicenda già segnata da un duro contenzioso: è in corso un arbitrato internazionale promosso da ArcelorMittal contro l’Italia, accusata di misure arbitrarie e discriminatorie. Dopo l’ingresso nel 2018, i processi per i danni ambientali e l’abolizione dello scudo penale portarono il gruppo a minacciare il recesso. Seguì il lungo braccio di ferro con il governo, l’ingresso di Invitalia come socio di minoranza e, infine, il mancato accordo sul piano di decarbonizzazione e rilancio.

Oggi, mentre si profila una possibile cessione al gruppo americano Flacks, la causa da 7 miliardi contro ArcelorMittal rischia di diventare il processo-chiave per chiarire se il tracollo dell’ex Ilva sia stato il risultato di una crisi industriale inevitabile o l’esito di una strategia lucidamente pianificata.

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