"Sequestrato senza sapere l'accusa". Burlò racconta 14 mesi da incubo
12:03 Martedì 13 Gennaio 2026L'imprenditore torinese è arrivato insieme al veneziano Trentini con un volo di Stato, accolti da Meloni e Tajani. Nelle sue parole la dura detenzione a Caracas. "Ce l’abbiamo fatta anche questa volta, ma è stata davvero dura"
Atterrato all’aeroporto militare di Ciampino, con il volo partito da Caracas, Mario Burlò ha pronunciato le sue prime parole da uomo libero dopo oltre 14 mesi di detenzione nelle carceri venezuelane: "Ce l'abbiamo fatta anche questa volta, ma è stata davvero dura". Accanto a lui anche Alberto Trentini. Sulla pista ad attenderli c’erano la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il ministro degli Esteri Antonio Tajani, presenti all’arrivo prima di lasciare lo scalo.
Le prime dichiarazioni di Burlò sono state affidate al suo avvocato torinese, Maurizio Basile: “Ce l’abbiamo fatta anche questa volta, ma è stata davvero dura”. Un commento secco, che riassume i 14 mesi trascorsi nel carcere di El Rodeo, a Caracas. Al legale l’imprenditore torinese ha raccontato anche l’assurdità delle accuse contestate: “Mi ha detto che gli contestato terrorismo. Ma cosa c’entro io? – ha aggiunto Burlò al legale –. Non ho mai fatto politica nemmeno in Italia”. In aeroporto, ad aspettarlo, c’erano anche i figli Gianna e Corrado, che Burlò ha potuto finalmente riabbracciare.
Già ieri, dall’ambasciata italiana a Caracas, Burlò aveva parlato per la prima volta dopo la liberazione, in un video mandato in onda dal Tg1: “Non vedo l’ora di tornare in Italia e di riabbracciare la mia famiglia”, aveva detto, poche ore dopo aver lasciato il carcere.
Cinquantadue anni, Burlò ha perso trenta chili durante la detenzione ma, secondo quanto riferito dal legale, le sue condizioni di salute sono buone grazie ai farmaci assunti per le patologie di cui soffre, diabete e ipertensione. Al suo avvocato ha raccontato anche le condizioni di prigionia: “Mi hanno costretto - ha raccontato al suo legale - a dormire 14 mesi per terra, non so più cosa sia un letto”.
Ai cronisti che lo attendevano a Ciampino, Burlò ha ricostruito il momento dell’arresto e l’origine delle accuse: “Non ho mai conosciuto l'accusa nei miei confronti”, ha detto. Poi il racconto dettagliato: "Mi fermano – ha raccontato – do il passaporto, mi guardano internet, e vedono che, quando ero presidente dell'Unione Nazionale Imprenditori, avevo parlato alla Camera dei deputati e mi hanno detto: lei è un politico che vuole far saltare questo governo. Cospirazione, terrorismo, associazione al terrorismo, carcere trent’anni”.
L’avvocato Basile ha ribadito ancora una volta la durezza dell’esperienza vissuta dal suo assistito: “Ce l’abbiamo fatta anche questa volta, ma è stata davvero dura”. E ha spiegato che, al momento, Burlò “sembra non debba essere convocato in procura. Non so cosa succederà adesso”. Basile ha poi ricostruito le ore successive alla liberazione: “L’ho sentito ieri al telefono quando era ancora a Caracas. Mi ha detto: Mi hanno contestato terrorismo. Ma cosa c'entro io? Non ho mai fatto politica nemmeno in Italia”. E ancora: “Mario era molto provato da questa esperienza. Ha parlato di una detenzione davvero molto, molto dura. Ora sta bene. Nell’ultima telefonata che poi ha fatto ieri sera con sua figlia mi pare che fosse già rinfrancato”. Poi il ringraziamento al console Jacopo Martino e a tutta la rete diplomatica a Caracas, “davvero molto vicina alla famiglia. E al ministero degli Esteri”.
Commoventi anche le parole pronunciate da Burlò al telefono con il Tg2: “La gioia immensa di toccare la mia bella Italia, grazie allo sforzo che avete fatto, al governo e all'ambasciatore, a tutti. Il piacere di abbracciare i miei figli è stato immenso, non è stato facile ma sapevo che il governo c'era. L'amore per loro mi ha dato la forza si andar avanti”. Alla domanda se avesse temuto il peggio, la risposta è stata altrettanto diretta: “Sì l’ho temuto”. E ancora: “Avevo paura che ci avrebbero ammazzato. Perché erano loro i terroristi, non noi dentro. Avevo paura di non rivedere i miei figli”.
Uscendo dall’aeroporto, Burlò ha descritto la detenzione come un sequestro vero e proprio: “Qui pensavano che io fossi morto. Quando uno lede il diritto di difesa, il diritto di parlare… è stata una tortura. È stato un vero e proprio sequestro di persone. Ti prendo la tua vita e te la porto via, così è stato”. Ha poi precisato: “Non posso dire che mi siano state fatte violenze fisiche, questo no. Ma non poter parlare con i figli o con l’avvocato, stare senza diritto di difesa, completamente isolati. Ci davano un materasso piccolo piccolo. E visto che c’era la paura di cadere dalla parte superiore ci facevano dormire per terra con gli scarafaggi. Io la definisco l’Alcatraz peggiore”. E ha indicato la sofferenza più grande: “Non poter parlare con i miei figli. Non poter dire: papà sta bene, papà non è morto, papà c’è”. Infine, ha ribadito ancora una volta l’assurdità delle accuse: “Non ho mai conosciuto l’accusa nei miei confronti”.
Burlò si era recato in Venezuela nel 2024 per esplorare nuove opportunità di business. Entrato via terra dalla Colombia, era stato arrestato subito dopo il confine. Per mesi la famiglia aveva perso ogni contatto con lui, fino a scoprire che era detenuto in una prigione di Caracas. Le autorità venezuelane non hanno mai fornito informazioni chiare sulle accuse. La sua detenzione era emersa anche in una nota consolare inviata al Tribunale di Torino, dove Burlò è imputato per presunte indebite compensazioni di crediti fiscali.
Specializzato in outsourcing e a capo di diverse aziende, nel febbraio 2025 era stato assolto dalla Cassazione nel processo Carminius, dopo una condanna in primo e secondo grado a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa. La sua liberazione, avvenuta il 12 gennaio 2026, è maturata nel quadro dei contatti diplomatici avviati dalla Farnesina e annunciati dopo la decisione del nuovo governo venezuelano di rilasciare detenuti politici e stranieri. Un epilogo che oggi, con il ritorno a casa, segna la fine di un incubo durato oltre un anno.



