GLORIE NOSTRANE

"Sono il rinnovamento di Torino". Ganelli vuole sfidare Lo Russo

Un tempo sponsor, finanziatore e regista occulto dell'ascesa dell'attuale sindaco, oggi il notaio coltiva il rancore e sogna la rivincita. Tra delusioni, ambizioni e manovre, valuta una corsa contro il suo ex pupillo nel 2027. Con il centrodestra

Fino a dove può arrivare il rancore? La storia è piena di coppie che sembravano scolpite nel marmo e finite a lanciarsi i piatti: Cesare e Bruto, Berlusconi e Fini, Renzi e Letta. Anche Torino, nel suo piccolo, non si fa mancare la sua tragedia sentimentale. Con meno sangue, ma parecchio veleno. Protagonisti: Stefano Lo Russo e Andrea Ganelli, un tempo sodali, oggi separati da un astio glaciale, domani – forse – avversari sulla scheda.

Perché nella testa del professionista più illustrato del Sistema Torino si sta facendo largo un’idea che fino a poco tempo fa sarebbe sembrata una boutade da aperitivo: candidarsi a sindaco nel 2027 contro l’uomo che lui stesso ha contribuito a portare a Palazzo Civico. Un’idea raccontata di recente in un incontro riservatissimo, platea ristretta, atmosfera da loggia carbonara. Qualcuno lo incoraggia, gli stessi che un quarto d’oro dopo, finiti i baci e gli abbracci, prendono il telefono e spifferano la cosa in giro, con una punta di panico: “Ma mica farà sul serio?”. A quanto pare sì.

Ganelli non è uno qualunque. È l’erede dello storico studio notarile Marocco, professionista di successo, frequentatore abituale dei piani alti, sponsor, finanziatore, facilitatore. Uno che Lo Russo non solo lo ha sostenuto, ma costruito: soldi, relazioni, coperture, persino quei sondaggi “opportunamente presentati” che servivano a rendere digeribile il candidato quando nel Pd mezzo partito lo guardava come si guarda un cugino imbarazzante. Lo difese dalle manovre romane, dal tentativo del Nazareno di imporre Guido Saracco tramite l’emissario Francesco Boccia, lo accompagnò fino alla vittoria su Paolo Damilano. Un pigmalione in giacca sartoriale, per quanto fin troppo creativa.

Poi qualcosa si è rotto. E quando a Torino si rompe qualcosa nei salotti giusti, il rumore è ovattato ma dura a lungo. La frustrazione di Ganelli è comprensibile. Si è sentito usato e poi spedito in soffitta con il classico pugno di mosche. Ambiva – legittimamente, per certi versi – alla presidenza di una delle fondazioni bancarie, in particolare la Crt, poltrona che fu del suo dominus Antonio Maria Marocco. Partita giocata malissimo dal sindaco, finita con l’arrivo del “foresto” Fabrizio Palenzona e con Ganelli rimasto a guardare. Da lì, il gelo. Pubblicamente sorrisi stirati, privatamente ad affilare coltelli.

E così oggi il notaio Gianduia fantastica la rivincita. Ha già pronto perfino il cartello sotto cui presentarsi: Rinnovamento torinese. Nome anodino, da detersivo istituzionale, ma utile a dire tutto e niente. Il piano, spiegato con sorprendente franchezza a interlocutori a dir poco sbigottiti, sarebbe questo: convincere il centrodestra più moderato a stoppare Maurizio Marrone, assessore regionale di Fratelli d’Italia e uno dei papabili per il 2027. “Se vogliono essere competitivi – il ragionamento di Ganelli – il candidato non può essere Marrone”. Insomma, troppo identitario, troppo di partito, troppo “fascio”, nonostante le sue ascendenze da 24 carati nell’establishment (il padre Virgilio è stato uno stretto collaboratore degli Agnelli).

Da qui la tattica: lavorare su Forza Italia, che per bocca di dirigenti locali come Paolo Zangrillo e Roberto Rosso ma anche dello stesso Antonio Tajani, ha manifestato apertura verso figure civiche. E poi la Lega: “A loro non conviene sostenere le mire di Fratelli d’Italia”. Un risiko mentale giocato da uno che, politicamente parlando, è ancora al livello del Monopoli.

Ma al netto delle manovre, la domanda resta brutale: davvero Ganelli immagina che il suo profilo sia un valore aggiunto? Ex alleato del sindaco uscente, grande sponsor del sistema che oggi dice di voler “rinnovare”, pronto a cambiare casacca se serve. Voltagabbana è un’accusa che gli appiccicherebbero in cinque minuti. Ma il problema è più profondo: chi rappresenterebbe? Quali istanze? La collina? La Ztl? Il cucuzzaro che si guarda allo specchio e si chiama “società civile”?

C’è poi un dato che chiunque mastichi un minimo di politica dovrebbe conoscere: con l’astensionismo alle stelle, la defezione colpisce soprattutto il voto di opinione, quello più mobile, meno ideologizzato. Esattamente il perimetro su cui uno come Ganelli dovrebbe puntare. E invece è il primo a evaporare. Lo “schema civico”, il candidato borderline, vicino all’avversario, non funziona più. Lo insegna Torino stessa con Damilano nel 2021, che almeno aveva un bacino personale e imprenditoriale vero. Ganelli quello non ce l’ha: ha relazioni, non consenso.

Forse per questo, in cuor suo, Ganelli tiene aperto anche un piano B. Più prudente, più notarile: sostenere una lista civico-moderata con il centrosinistra, per poi condizionare il sindaco nella prossima Sala Rossa. Un gioco di leve, di veti, di sussurri nei corridoi. Insomma, il suo habitat naturale. Del resto, va anche detto: la professione di notaio è tra le più noiose e redditizie del mondo. Comprensibile cercare diversivi per spezzare il tran tran. Ma davvero, con tutto il rispetto, esistono hobby infinitamente più divertenti della politica. E soprattutto meno umilianti.

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