La Repubblica di Totò

La confusione sotto il cielo di Repubblica è grande: già mezza venduta a un armatore greco, ancora formalmente nelle mani però di un padrone che non la ama (John Elkann), sballottata tra timori sui posti di lavoro e garanzie sul futuro mantenimento della scelta di campo culturale e politico. Qualcosa che inacidisce anche le celebrazioni dei 50 anni del quotidiano fondato da Eugenio Scalfari.

Un’onda che è arrivata da Roma persino a Torino dove la redazione locale di Repubblica, volendo ricordare per l’occasione l’apertura delle pagine piemontesi nel 1989, ha pensato bene di intervistare un giornalista in pensione della Stampa. Dimenticando di far scrivere (o anche solo di intervistare) il fondatore dell’edizione torinese, quel Salvatore Tropea che fu a lungo l’ambasciatore di Scalfari (legato a lui da un profondo e sincero affetto) nella Torino degli Agnelli e della Fiat.

Eppure, sarebbe bastato cercare negli archivi dell’Agenzia Giornalistica Italia per rintracciare un lancio del settembre 1988 nel quale si dava contro di una battuta di Giampaolo Pansa (allora vicedirettore di Repubblica) che, durante la presentazione di un suo libro all’Unione industriale di via Fanti, aveva dato così, alla sua maniera, l’annuncio: “Verremo presto a rompere i coglioni a La Stampa!”.

Se oggi ci fossero ancora lo storico condirettore di Repubblica, il torinese Gianni Rocca, e il fondatore Scalfari, è certo che commenterebbero con un po’ di disprezzo quelle storte pagine di Repubblica Torino, ripetendo la gag ironica con la quale sdrammatizzavano spesso la “messa cantata” (la riunione di redazione mattutina nell’allora sede romana di Piazza Indipendenza). Con il primo pronto a urlare: “Mascalzoni”. E il fondatore rapido a replicare: “In galera!”.

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